Wednesday, November 25, 2009

il magnete

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Archive for the ‘Economia’ Category

Nucleare: il Governo sceglie l’uovo oggi

Posted by admin On Febbraio - 25 - 2009

Aveva un sorriso soddisfatto Sarkozy, dopo aver visto Berlusconi apporre la firma sull’accordo italo-francese che riporterà il nucleare in Italia; e ne aveva ben donde. Ridotta a vendere le proprie tecnologie nucleari all’Iraq, dove lo trovava, la Francia, un pollo che comprasse i suoi prodotti per centrali nucleari di terza generazione, dato che i transalpini trovano sempre più difficoltà a venderle in giro per il mondo? La risposta era logica e a portata di mano. Si sa, il cugino Italiano è facile da far fesso… E così, dopo avergli regalato Alitalia, ora l’Italia si appresta a fare un altro grosso favore ai compatrioti di Sarkozy.

 

L’obbiettivo dell’accordo è quello di avvalersi delle tecnologie francesi per la costruzione di quattro centrali nucleari in territorio italiano, in modo da coprire il 25% del fabbisogno energetico (elettrico, è bene sottolinearlo, non globale) italiano. Scajola ha dichiarato a più riprese che per ridurre a livelli accettabili la dipendenza italiana dalle energie straniere considera ottimale un mix energetico comprendente un quarto di energie rinnovabili, un quarto di energia nucleare e metà energie fossili (petrolio, carbone pulito, come lo chiama lui, gas). Ma dietro questo bel manifesto ci sono un sacco di problemi, che vengono taciuti.

 

Senza futuro - Il Governo (ma anche nell’opposizione) si fa forza della reale insostenibilità della attuale situazione per dipingere uno scenario da The Day After. Il trucco arcinoto del Governo della Paura, usato in lungo e in largo in questi mesi: una volta spaventati i cittadini li si mette di fronte ad una sola possibilità di scelta, ed il gioco è fatto. In realtà il mix proposto da Scajola è fallimentare già in partenza, è una scelta a corto raggio, e di ristrette vedute. Non si può pensare, infatti, di programmare una svolta energetica credibile basando la metà dei propri approvvigionamenti sull’energia fossile: il petrolio è agli sgoccioli e il carbone non è una energia pulita. Quanto al gas, perché il Governo stigmatizza la dipendenza dall’importazione del petrolio, se poi intende rimanere in ginocchio davanti all’ “amico Putin”, attendendo che apra i rubinetti? Sempre che non sorgano intoppi nel lungo percorso dei gasdotti (vedi la recente crisi russo-ucraina).

 

Come il petrolio - L’uranio ha le stesse problematiche del petrolio di oggi. Gli esperti gli danno 240 anni di vita, e il suo costo è già in forte aumento, mentre le estrazioni si fanno più difficoltose. Scegliere l’uranio, quindi, significa solo rimandare il problema a domani.

 

Tempi lunghi, difficoltà crescenti - Tra dieci anni avremo, secondo le intenzioni dell’accordo, una sola centrale su quattro, e la terza generazione sarà già una tecnologia obsoleta, ma questo non viene evidenziato dai predicatori del futuro. La costruzione delle centrali ha inoltre costi elevati, a cui vanno aggiunti quelli di smantellamento e recupero del sito. Gli Stati Uniti hanno smesso da tempo di costruire nuove centrali nucleari, i Paesi del Nord Europa stanno incontrando difficoltà sempre crescenti. E con il debito pubblico che ha l’Italia, sarà davvero curioso vedere dove verranno reperiti i soldi necessari. Nuove Alitalia in vista, insomma, con una cordata di “patrioti” che si accaparrerà gli utili, e i cittadini che sosterranno le spese.

 

Smaltimento e rischi - Il silenzio cade sullo smaltimento delle scorie radioattive (l’Italia sta ancora smaltendo quelle dell’aborto di Caorso) e sulla possibilità di incidenti. Nel primo caso, oltre agli ingenti costi che si vanno a sommare a quelli elencati sopra, si maneggia sempre del materiale ad altissimo rischio. Ora, visto come è stato gestito l’affare dei rifiuti a Napoli… Nel secondo caso, per quanto remote possano essere le possibilità, e gli ultimi incidenti sloveni e francesi dimostrano che non lo sono, la conseguenze non sono comunque proporzionali al rischio corso. Un recente studio dell’Indipendent, condotto sulle ultime tecnologie ultrasicure, lascia tutt’altro che tranquilli, in merito, e sottolinea proprio come se è vero che le probabilità di incidente siano minori, è anche vero che se si verificassero le conseguenze sarebbero molto più dolorose.

 

Germania e Stati Uniti sono orientati fortemente verso il rinnovabile, l’Italia invece ha preso a calci nel sedere il premio Nobel Rubbia e ora sceglie di tornare al nucleare. E se appare solerte nello spingere sul quarto di energia derivata dall’atomo, non altrettanto impegno è profuso per il 25% di rinnovabile: al contrario, si è anche corso il rischio di vedere eliminati gli incentivi per l’installazione dei pannelli solari nelle abitazioni civili. Per non parlare dell’edilizia che produce energia al posto di consumarla e basta, e delle auto ad idrogeno.
La storia del nucleare in Italia è un copione noto: è quello dell’imposizione attraverso l’uso dell’esercito di opere pubbliche non condivise, come accadrà per i siti scelti per la costruzione delle centrali, e come è già accaduto per la base Dal Molin, per la Tav e per la discarica di Chiaiano. Ma ai cittadini, in fondo, sta bene così. Perché nel Paese che ha la memoria più corta del mondo essi strillano solo quando i problemi, egoisticamente, non capitano più sempre e solo agli altri. Vicenza, le valli alpine e Chiaiano sono lontani dal mio paese, disse il siciliano, prima che la sua città fosse prescelta per l’installazione della centrale. E’ anche il copione dell’imposizione delle opere perché i lavori portano profitti da spartire, come è accaduto per Alitalia, per il Ponte sullo Stretto affidato alla già pluriindagata Impregilo e come accadrà per la costruzione delle centrali. Del resto, il Governo si regge proprio su questo sistema. Ora si tratterà solo di demonizzare gli ambientalisti, di screditarli agli occhi dell’opinione pubblica, così come si è fatto per chi chiede al Premier di farsi processare, ed il gioco è fatto.

 

Foto da http://www.alguer.it/

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Nostra signora dell’ipocrisia

Posted by admin On Febbraio - 15 - 2009

Alla fine della baldoria c’era nell’ aria un silenzio strano,
qualcuno ragliava con meno boria e qualcun altro grugniva piano;
alle sfilate degli stilisti si trasgrediva con meno allegria
ed in quei visi sazi e stravisti pulsava un’ ombra di malattia.
Un artigiano di scoop forzati scrisse che Weimar già si scorgeva
e fra biscotti sponsorizzati videro un anchorman che piangeva
e poi la nebbia discese a banchi ed il barometro segnò tempesta,
ci risvegliammo più vecchi e stanchi, amaro in bocca, cerchio alla testa…

 

Con qualche mese di ritardo, anche Berlusconi si accorge della crisi economica, prendendo atto dei dati che piovono, aggiornati sempre al ribasso, da più fonti, spari da diverse direzioni come se ci si trovasse in mezzo ad un’imboscata. Dopo i dati dell’Fmi, che poi ha tenuto a precisare che gli effetti della crisi sull’economia reale “devono ancora arrivare”, quelli dell’Eurostat (calo dell’1,5% del Pil rispetto al trimestre precedente, il peggiore dalla creazione dell’Ue), della Confindustria (produzione industriale a -17,2% dal Dicembre del 2006, peggior dato dal dopoguerra), dell’Istat (Pil a -0,9% nel 2008, peggio delle stime previste dal Governo, il più basso dal 1980), di Bankitalia (record del debito pubblico, a 1686,5 miliardi), Bce (disoccupazione al 9,4% nel 2010), Acea (mercato automobilistico a -27%, peggior dato da 20 anni).
Cercando di non rinnegare l’ottimismo e la noncuranza con la quale aveva definito la reazione italiana, ora ammette: “Questa crisi ha dimensioni che non sono ancora del tutto definite e la guardiamo con preoccupazione”. E’ solo l’ultimo di tutta una schiera di economisti e capi di Governo, risvegliatisi improvvisamente dall’orgia capitalistico-finanziaria che li vedeva in prima linea a propagandare l’economia del debito, degli investimenti forzati, dei derivati e dei debiti cartolarizzati, giustificati ai media come l’ultima frontiera della crescita.

 

 

Il mercoledì delle Ceneri ci confessarono bene o male
che la festa era ormai finita e ormai lontano il carnevale
e proclamarono penitenza e in giro andarono col cilicio
ruttando austeri: “Ci vuol pazienza! Siempre adelante ma con juicio!”
E fecero voti con faccia scaltra a Nostra Signora dell’ Ipocrisia
perchè una mano lavasse l’ altra, tutti colpevoli e così sia!
E minacciosi ed un po’ pregando, incenso sparsero al loro Dio,
sempre accusando, sempre cercando il responsabile, non certo io…

 

G7, G8, G10, G20: non è la quaterna della ruota di Genova, ma tutte le messe che i solerti Capi di Stato e i compassati Ministri delle Economie mondiali tengono a ritmo serrato, il calendario strapieno di note di incontri. Financial Stability Forum, Ecofin, Fmi, Forum mondiali (solo il Wto, guarda caso, non si ode), ognuno si straccia capelli e vesti, promettendo il bene dell’umanità in un futuro molto vicino, perfino un “nuovo ordine mondiale”, come ha proclamato, quasi stesse rivelando il quinto mistero di Fatima, il Ministro Tremonti. E tutti i giornalisti hanno trattenuto il fiato, per un istante, illuminati dalla Rivelazione, giusto il tempo per mettere in moto le rotative. “Regole eque” è l’ostia consacrata che Trichet dispensa agli invitati, “Garanzie pubbliche, ricapitalizzazioni e anche schemi per la rimozione degli asset o per garantire questi asset”, “Non ho escluso misure aggiuntive e non convenzionali di politica monetaria,ma ancora non è stata presa alcuna decisione”, mentre dal presidente di Bankitalia arriva il fioretto: standard più rigorosi “dalla governance, alla remunerazione dei manager, all’atteggiamento delle istituzioni di fronte ai rischi”. E parte la litania corale, “No al protezionismo”, tutti in ginocchio a pregare ma chi può, Francia, Stati Uniti, già infrange il voto.

 

La domenica di Mezza Quaresima fu processione di etere di Stato
dai puttanieri a diversi pollici dai furbi del ” chi ha dato ha dato ”
ed echeggiarono tutte le sere, come rintocchi schioccanti a morto,
amen, mea culpa e miserere, ma neanche un cane che sia risorto
e i cavalieri di tigri a ore e i trombettieri senza ritegno
inamidarono un nuovo pudore, misero a lucido un nuovo sdegno:
si andò alle prime con casto lusso e i quiz pagarono sobri milioni
e in pubblico si linciò il riflusso per farci ridiventare buoni…
Così domenica dopo domenica fu una stagione davvero cupa,
quel lungo mese della quaresima, rise la iena, ululò la lupa,
stelle comete ed altri prodigi facilitarono le conversioni,
mulini bianchi tornaron grigi, candidi agnelli certi ex-leoni.

 

Il Pil, per forza di cose, prima o poi tornerà a salire, e le cose si riassesteranno, in un nuovo periodo di crescita, antesignano del futuro crollo. Ma lungi dal razionalizzare tutto ciò, si griderà al miracolo della resurrezione, i pentimenti, i rammarichi e le contrizioni sono stati i riti graditi alla divinità dell’economia, che ora benevolmente munifica i cittadini probi e i governanti lungimiranti.
Quindi, come andrà a finire?

 

Soltanto i pochi che si incazzarono dissero che era l’ usato passo
fatto dai soliti che ci marciavano per poi rimetterlo sempre là, in basso!
Poi tutto tacque, vinse ragione, si placò il cielo, si posò il mare,
solo qualcuno in resurrezione, piano, in silenzio, tornò a pensare…

 

(testo della canzone “Nostra signora dell’ipocrisia, di Francesco Guccini, 1994)

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Va tutto bè, madama la Marchesa

Posted by admin On Febbraio - 7 - 2009

Anche gli analisti di economia più esperti sono ormai dichiaratamente colti di sorpresa dalla portata della crisi economica, e danno la sensazione di brancolare nel buio più profondo. Ogni mese uno dei più autorevoli enti come Ocse o Fmi devono correggere le stime di previsione degli indici (tutte a breve termine), inevitabilmente al ribasso.

 

Questa volta è il turno del Pil italiano. Ad Ottobre l’Fmi stimava il Pil del Belpaese in calo dello 0,2%, e assicurava una ripresa, seppur debole, per il 2.010. Tre mesi dopo si vede costretto ad una drastica revisione delle previsioni, portando il calo per il 2009 a -2,1% e iniziando a mettere in discussione la ripresa salvifica del 2010, con un calo dello 0,5%. Non è, evidentemente, una correzione da poco. Lo stesso Ente annuncia che l’Italia non riuscirà a pareggiare . Il rapporto Deficit Pil supererà nuovamente la soglia del 3% (limite ammesso per rimanere dentro la Ue), mentre il debito pubblico salirà al 108,2% nel 2009, e al 109,7% nel 2010.

 

Sono dati che destano viva preoccupazione. Queste variazioni di percentuali sono posti di lavoro in meno, minore accessibilità ai servizi, impoverimento della popolazione. Berlusconi continua tranquillamente a fare propaganda politica in Sardegna, mentre Tremonti e Scajola vendono illusioni a fronte del verdetto dell’Fmi, che, senza giri di parole, ha definito “tetre” le prospettive italiane. Il Ministro dell’Economia, infatti, sottolinea come il debito pubblico italiano peggiori a ritmi minori di quello della media europea, mentre il Ministro dello Sviluppo Economico pone in gran risalto la forte riduzione dell’inflazione.
Il problema è che le variazioni in percentuale del debito pubblico italiano non riflettono quelle in valore assoluto, avendo l’Italia il terzo debito pubblico mondiale e una capacita di risanarlo prossime allo zero, come certificato dalle agenzie di Rating (ultima valutazione, A+), mentre il calo dell’inflazione è un fenomeno naturale, insito nella crisi economica stessa, che ha un carattere deflattivo. Anzi, il crollo così netto del tasso di inflazione è proprio il segnale che la mazzata economica è arrivata.

 

Il debito pubblico, appunto, è ciò che ingessa l’Italia in questo momento. Se le cose non sono ancora precipitate non lo si deve certo alla lungimirante azione del Governo, ma semplicemente al fatto che la finanza italiana era tra le meno esposte a livello mondiale, poiché le banche non si erano ancora lanciate in operazioni come quelle dei mutui subprime. E lo si deve anche al fatto che le famiglie italiane, nonostante il sistema del debito si fosse oramai diffuso, fossero molto meno indebitate di quelle americane. Quindi, se il risparmio ha salvato le famiglie italiane, viene smascherato l’imbroglio di Berlusconi, quando invita a spendere per uscire fuori dalla situazione. Ma forse parlava da imprenditore, e non da Primo Ministro.
L’Italia, quindi, importa la crisi dall’esterno, e ne risente perché non ha capacità oggettive per far fronte alla mareggiata. Occorrerebbe un piano economico di ampia portata, ma allargare la voragine del debito pubblico significa correre il rischio di default. In termini non tecnici, di fare la fine dell’argentina, con lo Stato fallito. Anche l’Fmi, infatti, ha lanciato l’allarme: investimenti impegnativi adottati da molti Paesi “stanno fornendo un importante sostegno di breve periodo”, ma “il forte aumento delle emissioni di debito pubblico potrebbe portare a una reazione avversa del mercato, a meno che i governi chiariscano la propria strategia per garantire la sostenibilità nel lungo periodo”, chiarendo che le ricadute si avrebbero anche sulle generazioni future.

 

Marcegaglia, però, continua a chiedere più soldi alle industrie. E’ vero che le imprese soffrono di una grave stretta creditizia, imposta dalle banche, ma appunto, non è il Governo che dovrebbe allentare i cordoni della borsa. E’ evidente che i soldi li deve tirare fuori chi ce li ha: la prima misura da adottare sarebbe un aumento della tassazione irpef per i redditi più alti.

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La legge della Giungla

Posted by admin On Gennaio - 24 - 2009

Per Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, e Maurizio Sacconi, Ministro del Welfare, si tratta di un “accordo storico”. Secondo le loro dichiarazioni il nuovo Accordo Quadro sul modello delle contrattazioni rappresenta una svolta netta, come fu per gli accordi del 1993.
In realtà si è di fronte ai soliti proclami ieratico-celebrativi che oramai accompagnano ogni starnuto del Governo: ciò che è stato firmato rappresenta, né più e né meno, la prosecuzione naturale di una linea di contrattazioni, o di un disegno, per essere più precisi, perseguito da anni da Confindustria e avallato indifferentemente dai Governi di centrodestra e centrosinistra.

 

Si tratta, semmai, della certificazione che i lavoratori sono tagliati fuori da qualsiasi decisione riguardante i loro salari, poiché esse sono interamente demandate ai sindacati accondiscendenti. L’accordo infatti “sostituisce per la prima volta il tradizionale approccio conflittuale nel sistema di relazioni industriali con quello cooperativo”, come ha detto il Ministro, intendendo appunto una collaborazione sindacale che escluda grane di sorta. E’, del resto, ciò che chiunque può identificare con il comportamento di Cisl, Uil e Ugl. L’Accordo Quadro avrà una durata sperimentale di quattro anni, equipara pubblico e privato, sostituisce quello del 1993 e, sempre per usare le parole di Sacconi “promuove lo spostamento del cuore della contrattazione dal livello nazionale alla dimensione aziendale e territoriale ove, anche grazie alla detassazione del salario di produttività, le parti sono naturalmente portate a condividere obiettivi e risultati”. Questo corrisponde esattamente alle richieste di Confindustria ed effettivamente è ciò che accade nella realtà. Il Contratto Collettivo Nazionale viene ridotto ad una scatola vuota priva di vincoli, delegando tutto al secondo livello. E’ intuitivo come la forza delle rivendicazioni dei lavoratori si basi sul numero, vista la disparità di posizione con il datore di lavoro, perciò più si avvicina il conflitto all’azienda, più i dipendenti dell’azienda si trovano in una posizione debole e ricattabile, poiché la loro sussistenza dipende dalle concessioni che lo stesso fa loro. Si intende parlare di ‘conflitto’ poiché, al contrario di quanto sostenuto da Sacconi e da molti giuslavoristi moderni, non può esserci cooperazione se il profitto del datore di lavoro aumenta in ragione del diminuire del salario-stipendio del dipendente, o dell’aumentare delle sue ore di lavoro, dal restringersi delle misure per la sicurezza, eccetera.

 

La Cgil non ha firmato questa intesa, in dissenso sia su alcuni contenuti, sia (o forse soprattutto) per il metodo utilizzato dal Governo che, secondo il suo Segretario “ha forzato, in direzione di un accordo che sapeva non avrebbe avuto l’accordo della Cgil”. Il no della Cgil, comunque, è assolutamente ininfluente. Il Sindacato di Epifani ha poco da recriminare sull’attuale “Legge della Giungla”, per usare le sue stesse parole, e la vicenda Alitalia è di per sé illuminante. In ogni caso, raccoglie esclusivamente i frutti di ciò che lei per prima ha seminato, quando era il sindacato più influente d’Italia. Questo sistema di contrattazioni, i suoi meccanismi, l’esclusione della voce dei lavoratori, è ciò che ha propugnato (e imposto) per anni, vedendo in ciò un metodo per affermarsi come soggetto politico. In questo assomiglia ad un Clistene, vittima del suo stesso ostracismo.

 

Le novità più importanti sono essenzialmente due: viene portata a tre anni la durata sia della parte economica che normativa dei contratti (mentre prima era rispettivamente di due e quattro anni), e viene sostituita l’inflazione programmata con l’Ipca, per il calcolo del mantenimento del potere di acquisto dei salari.

Queste sono tutte le notizie che gli organi di informazione hanno fornito, senza curarsi di proporre una analisi dettagliata del testo, alla portata di chiunque. Fa eccezione unicamente “il Sole24Ore”, perché almeno ha fornito via web una copia del testo (sempre senza commento). Anche Epifani, che pure è in aperto contrasto con l’Accordo Quadro, ha solo dichiarato i motivi del niet del proprio sindacato, ma si è ben guardato dal motivarlo pubblicamente in maniera decente. ilmagnete ne offre una sintesi, e mette il testo a disposizione, poiché è necessario rendersi conto del perché, effettivamente, questo accordo sia la legalizzazione della Legge della Giungla.

 

Testo dell’Accordo Quadro del 22 Gennaio 2009

 

Analisi dell’Accordo Quadro del 22 Gennaio 2009

 

Foto da www.italia-news.it/

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Analisi dell’Accordo Quadro 22-01-09

Posted by admin On Gennaio - 24 - 2009

Far coincidere il rinnovo della parte economica con quella normativa è una strategia che semplifica indubbiamente gli attuali meccanismi vigenti. Spesso i rinnovi della parte economica, infatti, si sono trascinati per mesi, quando non sono stati effettuati addirittura a ridosso del nuovo rinnovo previsto: in pratica, i dipendenti percepivano sempre i salari con un contratto vecchio di due anni, poiché per il nuovo contratto si sarebbe ripetuta la stessa trafila, arrivando a ridosso nel nuovo rinnovo con il rinnovo del vecchio. I meccanismi compensativi e di recupero sono sempre stati farraginosi e hanno penalizzato i lavoratori che nel periodo di mancato rinnovo hanno dovuto fare fronte ad un salario che aveva un potere di acquisto sempre minore (con notevoli risparmi per il datore di lavoro). Infine, gli scioperi indetti per garantire almeno il mantenimento del trattamento retributivo bruciavano in gran parte il risarcimento ottenuto. Questo meccanismo, naturalmente, è rimasto inalterato, ma almeno il numero di contrattazioni per la parte economica diminuisce nel tempo, quindi il meccanismo del salario vecchio dovrebbe essere limitato.

 

Il fatto che, come ha scritto qualcuno, venga “superato il metodo dell’inflazione programmata” non significa (attenzione) che cambi nella sostanza il sistema in atto dal 1993 per il calcolo dell’adeguamento del salario-stipendio. In sostanza, invece che calcolare la rivalutazione per mezzo della previsione dell’inflazione (cioè l’inflazione programmata), la si calcola attraverso l’Ipca: lo stesso testo recita, infatti “si procederà alla verifica circa eventuali scostamenti tra l’inflazione prevista e quella reale effettivamente osservata, considerando i due indici sempre al netto dei prodotti energetici importati;”. L’Ipca (Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato) è un indice elaborato per ottenere una unità di misura comparabile con altri, identici, dei Paesi aderenti all’Unione Europea. In molti organi di informazione viene sottolineato come questo sia elaborato da un ente terzo, che per l’Italia sarà l’Istat. Sulla terzietà dell’Istat si addensa qualche dubbio, se si prendono in considerazione, ad esempio, le annose polemiche sul tasso di inflazione dichiarato dall’Istituto e quello denunciato dalle numerose associazioni dei consumatori. In ogni caso, l’andamento dell’Ipca nel 2008, rispetto agli altri due indici dei prezzi calcolati dall’Istat (il Nic e il Foi), si discosta di poco, mediamente dello 0,2% (dati da www.rivaluta.it/). Tuttavia l’Ipca non viene preso ipso facto come dato per il calcolo, ma verrà depurato dalla dinamica dei prezzi dei beni energetici importati. Peccato che l’Italia sia il secondo importatore di energia al mondo (Dati IEA Key World Energy Statistics 2007, pag. 27) e che De Vita, presidente dell’Up, ha dichiarato che il 2008 si è chiuso e, complice il caro greggio, con conti salatissimi sul fronte dell’energia e del petrolio. I costi dell’Italia, per acquistare fonti energetiche dall’estero, dovrebbero raggiungere il record storico di 56,7 miliardi (10 miliardi in più del 2007) nonostante un calo dei consumi e l’apprezzamento del cambio euro-dollaro. La bolletta energetica 2008 dovrebbe attestarsi, quindi, al 3,6% del Pil, tra i valori più alti della storia. Quanto pesa questo dato sull’Ipca? Il rischio, concreto, è quello che il salario non recuperi mai il suo reale potere di acquisto.

 

Se le cose vanno male, possono anche andare peggio: scorrendo il testo del’Accordo, al punto 4, si legge “la contrattazione collettiva nazionale o confederale può definire ulteriori forme di bilateralità per il funzionamento di servizi integrativi di welfare;“. Significa che alcune delle materie che sono proprie del CCNL possono da oggi arbitrariamente essere delegate alla contrattazione di secondo livello, o comunque rimanere esterne al CCNL stesso, indebolendo così, come detto prima, la forza rivendicativa della classe dipendente.

 

Al punto 9: “per il secondo livello di contrattazione come definito dalle specifiche intese - parimenti a vigenza triennale - le parti confermano la necessità che vengano incrementate, rese strutturali, certe e facilmente accessibili tutte le misure volte ad incentivare, in termini di riduzione di tasse e contributi, la contrattazione di secondo livello che collega incentivi economici al raggiungimento di obiettivi di produttività, redditività, qualità, efficienza, efficacia ed altri elementi rilevanti ai fini del miglioramento della competitività nonché ai risultati legati all’andamento economico delle imprese, concordati fra le parti; Da oggi in poi viene scritta nero su bianco quella che ormai è diventata la prassi delle trattative sindacali degli ultimi tempi: eventuali aumenti salariali sono collegati solo ad un maggior carico di lavoro da parte del dipendente, che altrimenti rimane con lo stipendio appena bastevole per sopravvivere (certo non per istruire il figlio come si deve, ad esempio). Non solo: è anche possibile che il salario venga legato ai risultati dell’azienda, perciò se essa va male l’operaio percepirà, per le stesse ore di lavoro, una retribuzione inferiore a quella di un operaio di pari qualifica che abbia avuto la fortuna di lavorare in una azienda che, al contrario, se la è cavata meglio. Gli industriali usufruiranno inoltre di tutti gli sgravi fiscali possibili. Nel settore pubblico, come descritto al successivo punto 10, eventuali somme di denaro in più restano vincolate alle disponibilità della finanza pubblica.

 

La definitiva deregolamentazione del mercato del lavoro viene sancita al punto 14, dove si indica chiaramente che “per la diffusione della contrattazione di secondo livello nelle PMI, con le incentivazioni previste dalla legge, gli specifici accordi possono prevedere, in ragione delle caratteristiche dimensionali, apposite modalità e condizioni;“. Le Piccole e Medie Imprese, quindi, possono derogare da vincoli stabili. La Cgia di Mestre, una settimana fa, ha pubblicato i risultati di una analisi che ci mette al primo posto in Europa come percentuale di PMI: in valore assoluto le piccole e medie imprese italiane (con meno di 250 dipendenti) sono nel nostro paese oltre 3.800.000,pari al 99,9% del totale delle aziende. Più del doppio di quelle presenti nel Regno Unito (1.535.000) e in Germania (1.654.000). Le nostre Pmi danno lavoro a oltre 12 milioni di occupati pari all’81,3% del totale nazionale contro una media del 61,4% della Francia, del 60,6% della Germania e del 54% del Regno Unito. Ecco perché Epifani ha definito questo Accordo “la legge della giungla”, semplicemente perché, stabilita una regola, quasi tutti possono fare eccezione.
In ogni caso, anche per le aziende che non avessero la fortuna di ricadere sotto l’ombrello della definizione di PMI, il punto 16 ribadisce e rafforza quanto sopra scritto: “per consentire il raggiungimento di specifiche intese per governare, direttamente nel territorio o in azienda, situazioni di crisi o per favorire lo sviluppo economico ed occupazionale, le specifiche intese potranno definire apposite procedure, modalità e condizioni per modificare, in tutto o in parte, anche in via sperimentale e temporanea, singoli istituti economici o normativi dei contratti collettivi nazionali di lavoro di categoria;“.

 

Il colpo di grazia è dato dal punto 18, senz’altro voluto sia da Confindustria che da Cisl, Uil e Ugl: “le nuove regole possono determinare, limitatamente alla contrattazione di secondo livello nelle aziende di servizi pubblici locali, l’insieme dei sindacati, rappresentativi della maggioranza dei lavoratori, che possono proclamare gli scioperi al termine della tregua sindacale predefinita;“. Con questo sistema i sindacati più potenti (gli stessi che hanno firmato, più la Cgil) si garantiscono lo status, nel settore pubblico, di unici referenti per la rappresentanza dei lavoratori. I sindacati minori (che in virtù degli accordi del ‘93 possono già accedere solo a tavoli di contrattazione separati) si vedono così tagliato anche il diritto di proclamare scioperi per i lavoratori da loro rappresentati. In pratica, è come se non esistessero. Questa svolta è la fotocopia, per chi avesse la memoria corta, del Patto di Palazzo Vidoni, in cui lo Stato fascista e Confindustria designarono come unici rappresentanti dei lavoratori i sindacati fascisti. Ed, effettivamente, le modalità di azione di Cisl, Uil e Ugl ricalcano perfettamente quelle dei vecchi sindacati dei lavoratori durante il periodo fascista.

 

A fronte di ciò, nel testo non si trova traccia alcuna di vantaggi concreti che la parte sindacale avrebbe riportato per migliorare l’attuale posizione dei dipendenti.

 

Foto da newslavoroesalute.blogspot.com

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Poveri e falliti

Posted by admin On Dicembre - 23 - 2008

L’ultima indagine dell’Istat sulla distribuzione del reddito e le condizioni di vita in Italia è la conferma della protervia e della meschinità dell’atteggiamento del Presidente del Consiglio, che, di fronte all’aggravarsi ampiamente previsto della crisi economica, invita le famiglie a spendere di più per rimettere in moto l’economia. L’Istituto Statistico gli risponde con molta chiarezza che i soldi è bene che li tiri fuori lui, che li ha, essendo l’uomo più ricco del Paese. Peccato che nessuna contro replica sia giunta dal Cavaliere il quale, è certo, tornerà invece a battere cassa, chiedendo uno sforzo per il Paese, forse a quel 5% di famiglie che ha dichiarato nel biennio 2006-07 di non avere nemmeno i soldi per mangiare, o al 15 che non riesce ad arrivare a fine mese. O ancora, al 33% che già alla fine del 2007 non riusciva a fare fronte ad una spesa imprevista di 700 euro; in sostanza alla metà delle famiglie italiane, che hanno dichiarato di vivere con meno di 2.000 euro al mese. Dati quasi certamente inferiori a quello attuale, dal momento che la crisi economica ha iniziato in modo piuttosto massiccio a far sentire i suoi effetti.

 

Le famiglie italiche arrancano anche nei pagamenti delle bollette (l’8,8% non riesce a saldarle), nel riscaldare il proprio appartamento (10,7%), nel sostenere le spese mediche (fuori portata per l’11,1%) e nell’acquistare gli abiti necessari (16,9%). Tutti dati che si moltiplicano quasi per due nel Mezzogiorno, dove le condizioni di disagio sono più diffuse, e tra gli anziani, alcuni dei quali iniziano a risentire dei benefici effetti delle riforme Dini&Co. Anche in questo, destre e sinistre sono state ‘bipartisan’.

 

La difficoltà dei cittadini a fare fronte alle spese quotidiane nel biennio 2006-07 è incontestabile, e, durante tutto questo anno, ogni mese un rapporto di Confederazione Italiana Agricoltori o di Confcommercio ha attestato una progressiva contrazione dei consumi: secondo il buonsenso comune, meno soldi si hanno, meno se ne spendono, al contrario di quello che invita a fare l’ottimismo proveniente da Arcore. E se, appunto, questi sono i dati precedenti alla crisi, non ci si può aspettare nessun segno + nelle statistiche che riguarderanno il 2008 e il 2009.

 

Va però messa in chiaro una cosa.

 

L’indagine Istat si è svolta attraverso interviste. Quindi il dato, innegabilmente, risente intimamente della percezione che ha l’intervistato della propria condizione. Il discrimine tra situazione reale e situazione percepita rende le cose molto più complesse.
Ad esempio, quanto ha pesato sulle risposte del campione preso in esame il fatto che, secondo le stime del Censis, il 71,1% degli Italiani nutre il forte timore di perdere il tenore di vita raggiunto? Quanto il dato della povertà soggettiva, contrapposto a quello della povertà relativa? La povertà soggettiva è la percezione che ha un individuo della sua condizione economica, e non la sua oggettiva situazione di povertà. Secondo l’Isae, il 74% delle famiglie italiane si sente indigente (dato pubblicato nel Luglio del 2007), ma molte di esse non lo sono.
Se il 10,7% delle famiglie dichiara di non riuscire a riscaldare il proprio appartamento, bisognerebbe capire quale livello di riscaldamento esse ritengono accettabile; gli sprechi in questo settore, sia invernali che estivi, sono noti. L’osservazione potrebbe sembrare peregrina, non fosse che alcune evenienze la supportano.

 

Il “Ponte dell’Immacolata” ha visto un calo del 20% di famiglie che si sono concesse una vacanza, ma questo non ha impedito di assistere a code ai caselli e piste da sci intasate. Non proprio il clima di Austerity che una situazione economica che si preannuncia allarmante imporrebbe. E se molte famiglie sono gravate da un mutuo esorbitante o da investimenti borsistici andati male, perché allora nei primi dieci mesi del 2008, secondo i dati Confcommercio, sono aumentate le spese per attività ricreative e giochi (+2,4%), Superenalotto (+230%), e telefonini e computer (+6,6%), mentre sono calati gli alimentari (e tabacchi, -2,8%)? Il Censis, non più tardi di venti giorni fa, ha definiti “irrinunciabili” per gli Italiani, oltre a telefonino e auto (che pure ha subìto un vistoso calo di acquisti), vacanze, sport, parrucchiere ed estetista.
Quante famiglie ricorrono ancora al debito per permettersi beni e servizi senza dei quali avvertirebbe un irreale senso di fallimento? O quante di esse hanno percezione che molti comportamenti tenuti per anni sono in realtà frutto di un atteggiamento consumista e voluttuario, al quale si è fatta molto in fretta l’abitudine, al punto da non poter operare ora rinunce senza avvertire un forte disagio? I maniaci dello shopping, del ‘me lo posso permettere’, si sentono ora dei falliti?

 

Lo stesso presidente di Confcommercio, Sangalli, ha dichiarato che la crisi “si sente. Quindi ci saranno difficoltà evidenti, ma non ci sarà il crollo dei consumi” previsto per Natale.
Si tratta, probabilmente, della fotografia più aderente alla realtà di questi ultimi due mesi: un indiscusso aumento dei poveri assoluti, dei disoccupati e cassintegrati, destinato ad aggravarsi con estrema facilità nel 2009; un crescendo di difficoltà per le famiglie comuni e prospettive per un anno nuovo poco brillante. Però, almeno, si risparmi anche sull’ipocrisia.

 

Foto da http://www.civisonline.it/

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Il Paese dei Balocchi

Posted by admin On Novembre - 26 - 2008

Ora è tutto chiaro; il Governo Berlusconi IV ha una solida fonte ispiratrice. Non si tratta, ovviamente, del suo programma elettorale, ma della celeberrima favola di Carlo Lorenzini, in arte Collodi. Se hanno concepito un sistema giudiziario modellato sul Paese di Acchiappacitrulli, ora, di fronte alla crisi economica incalzante, propugnano il Paese dei Balocchi.

 

“Se i cittadini consumatori si faranno prendere dalla paura, le imprese ridurranno la produzione, metteranno parte dei lavoratori in cassa integrazione. E questo significa che molte famiglie non consumeranno più come prima e la crisi si avviterà”, perciò uscire dalla crisi “dipenderà alla volontà di non cambiare lo stile di vita e di non rinunciare agli acquisti”.
Benvenuti, appunto, nel Paese dei Balocchi. Spendete, spandete, non abbassate il vostro tenore di vita e siate felici, ottimisti come il vostro Presidente del Consiglio. Non rinunciate ai vostri divertimenti, ai piccoli lussi che vi concedete, anche se siete a corto di liquidi, e magari con un parente in cassa integrazione; arricchite le industrie (anche quelle del Presidente del Consiglio). Non date ascolto alle Cassandre che vi prospettano tempi cupi, perché sono brutti e cattivi figuri di sinistra. Noi abbiamo sempre il sorriso sulle labbra. Almeno fino a quando non verrete trasformati in asini, ma questo per ora non vi concerne.

 

Gli Italiani devono essere tenuti nell’ignoranza di quanto accade, rassicurati che tutto stia andando quasi per il meglio. I loro timori vanno dirottati su altre cose. Che il quadro sia poco positivo, ovviamente, non si può negare, ma, come ha detto il Ministro per lo Sviluppo Economico Scajola, “Da metà 2008 l’Italia è entrata in una recessione tecnica e dovremmo chiudere l’anno con un Pil in lieve calo dello 0,2%. Nel 2009 secondo il Fondo Monetario dovremmo registrare un Pil negativo dello 0,6%, mentre la Germania sarà a -0,8% e la Spagna a -0,7%.”. Quindi è tutto nella norma. Non ci si spaventi, lo dice anche Tremonti: “Il sistema Italia è più solido di quanto crediamo: il debito pubblico e privato è pari al 125% del Pil, contro il 130% della Germania. Degli altri Paesi è meglio non parlarne”.
Gli sforzi per contrastare i cambiamenti climatici? “Donchisciotteschi”, parola di Berlusconi che, non a caso, è stato sempre un fervido sostenitore di Bush; “c’è la crisi economica, mi sembra esagerato che l’Europa voglia farsi portabandiera nella battaglia sul clima”. I soldi prima di tutto.

 

Ovviamente le cose stanno in modo molto diverso da quello prospettato. A parte lo schizofrenico ragionamento del Primo Ministro, Scajola e Tremonti ragionano su dati forniti dall’Fmi: si è dimostrato vero, almeno finora, che il sistema bancario del nostro Paese sia più solido rispetto ad altri, e così anche i risparmi delle famiglie. Tuttavia è stato aggiunto anche altro: il centro di ricerca dell’Economist ha tracciato un quadro poco idilliaco. Per il sistema finanziario non è previsto alcun miglioramento per il Belpaese nei prossimi anni. Il farneticante discorso di Berlusconi si scontra anche con la classifica della competitività delle nostre aziende: siamo 40esimi al mondo, dietro la Thailandia, e penultimi in Europa. Anche qui, non è previsto alcun miglioramento. In ogni caso non possono essere i cittadini con le tasche vuote a far ripartire la baracca. Non solo: le prime posizioni della classifica della competitività sono occupate da Paesi con un tipo di Welfare tradizionale: abbiamo la prova, dunque, che quando i politici italiani affermano che il Welfare State non è sostenibile in termini di spesa pubblica o sono incapaci o mentono.
Tremonti e Scajola invece hanno fatto un gioco di prestigio con i numeri. Perché i dati dell’Outlook Ocse dicono che “Il Pil dell’area Ocse sarà pari a -0,4% nel 2009. Mentre l’Italia, con una stima di crescita a -1%, si colloca al quart’ultimo posto. La ripresa è attesa nel 2010″. Non siamo proprio allineati, quindi; l’Italia, inoltre, ha il terzo debito pubblico mondiale e una capacità di ripianarlo piuttosto scarsa, tanto che a fine 2006 Standard&Poor’s ci classificava come A+, poi risaliti ad AA- (contro, però, un declassamento di Ficht). E le cose non sono certo migliorate, aòl punto chhe la stessa S&P agli inizi di Agosto scriveva: “L’alto livello del debito pubblico e l’onerosa spesa per interessi dell’Italia continueranno a limitare la sua flessibilità finanziaria”.
Ci sono poi i dati taciuti: L’Economic Outlook assicura un aumento della disoccupazione che in Italia tornerà all’8% nel 2010, dopo un tasso pari al 6,9% nel 2008 e al 7,8% nel 2009. Se le stime non dovessero essere ritoccate in modo peggiorativo, cosa che di questi tempi avviene abbastanza di frequente, possiamo già ritenerci fortunati. Il tessuto ricco di piccole e medie imprese aiuterà sicuramente i media a non destare scalpore attorno ai licenziamenti di massa, poiché se ne avranno tanti ma poco numerosi. Le aziende non sono messe meglio: l’Ad di Banca Intesa, Profumo, ha dichiarato che “Guardando al ritmo delle cancellazioni di imprese dal registro delle Camere di commercio, si assiste a una dinamica molto più marcata e crescente nell’ultimo periodo: nel secondo trimestre dell’anno il rapporto tra imprese cessate e le attive e’ salito al 2.3% dall’1.7% degli anni scorsi”. Esse sono, inoltre, indebitate con le banche per 916 miliardi di euro (Dato Cgia Mestre, 19/10/08), perciò diventa difficile stimolare ulteriore credito. E se è vero che i dati Fmi confortano in parte i due Ministri, perché nessuno dei due ha rimarcato che lo stesso rapporto evidenziava che l’eventuale ripresa dell’economia italiana sarà “lenta e debole”, impacciata da “rigidità strutturali, mancanza di competitività interna e dalla contenuta risposta sul fronte fiscale”? E che l’Economic Outlook dell’Ocse prevede “ulteriori cali del prodotto interno lordo fino a fine 2009″ a fronte di “condizioni creditizie interne più difficili”, della crisi finanziaria globale e delle “continue perdite di competitività sui costi”?

 

Mentre i nostri governanti minimizzano, altri sono più sinceri, come il neo presidente degli USA Obama, che forse ha recepito gli avvertimenti Ocse (molti fra i 30 Paesi dell’Ocse “si trovano o stanno per trovarsi, in una recessione durevole e con un’intensità che non si vedeva dall’inizio degli anni ‘80″), o dei pezzi grossi delle banche (Fed o Bce, che hanno parlato molto chiaro).
Le misure adottate sono di conseguenza. Sul fronte famiglie è prevista una “social card” (a cui accederanno solo coloro che sono quasi sotto la soglia di povertà), sconti sulle bollette (che però già devono calare in virtù del crollo del prezzo del petrolio) e ipotetiche misure sui mutui. A proposito delle “Social card” il Codacons è stato piuttosto netto: “Si tratta infatti di interventi ‘una tantum’, di entità tra l’altro modesta, e del tutto insufficienti a coprire le maggiori spese sostenute nel corso dell’anno dalle famiglie, a causa dei rincari dei prezzi e delle tariffe”. Del resto, per quello che si è visto a proposito di Debito Pubblico, c’è poco da largheggiare. Le aziende però beneficeranno di sconti su Ires, Irap, prolungamento di detassazione degli straordinari e, in aggiunta, dei premi di produzione. Inoltre si vedranno garantito il credito. E’ indubbio che le aziende italiane vadano salvaguardate il più possibile da questa situazione, ma appare anche evidente il forte squilibrio di questa manovra tutta a favore delle imprese. La Cgil ha calcolato 400.000 posti di lavoro in meno, e il suo segretario, Epifani, ventila che senza la restituzione del fiscal drag ai lavoratori “a Natale l’unica imposta che sale è quella dei dipendenti e dei pensionati”; e calcola che sarà di “circa 13 miliardi di euro, 350 euro di tasse in più all’anno”. Forse vale la pena che il Governo controlli. Le misure per gli ammortizzatori sociali sono poco chiare, però Berlusconi ha trovato subito 16.6 miliardi di investimenti in infrastrutture.

 

Paragonati agli altri Stati facciamo, come al solito, una magra figura: il nostro Parlamento è intasato da “priorità” assolute quali il federalismo, mentre altrove tutti gli sforzi sono concentrati per far fronte alla crisi finanziaria. Negli U.S.A. Obama ha riunito “le migliori intelligenze” per escogitare qualcosa di valido, e ha immediatamente chiamato a collaborare l’avversario McCain perché, ha detto, “la saggezza non sta tutta da una sola parte”. Noi invece abbiamo un Premier che chiude la porta in faccia all’opposizione, poi il giorno dopo si dichiara disposto ad accettare consigli, e il giorno dopo ancora li onora della “Laurea del coglione”. Intanto non ha ancora creato un tavolo comune con le altre forze politiche.
In Inghilterra hanno aumentato la tassazione dei redditi più elevati e scontato l’Iva, mentre Francia e Germania, non ritenendo che l’abbassamento dell’Iva possa essere risolutivo, hanno deciso di puntare tutto su ricerca e tecnologia: garantiscono Sarkozy e Merkel. In Italia i ricchi non pagheranno un euro di più, quanto a ricerca e sviluppo la situazione delle nostre aziende è nota da sempre.
Ma c’è di più: il Ministro inglese per l’Energia e i Cambiamenti Climatici (già suona bene, come nome per un Ministero, sa di presa di coscienza) ha appena dichiarato di essere “orgoglioso” del piano appena approvato dal Parlamento inglese, definito come una svolta verde. A chi gli chiede come pensa di conciliare i costi che questo piano comporterà per le aziende con la crisi economica, lui ha risposto: “C’è chi ha già obiettato che, in tempi duri per l’economia, dovremmo fare marcia indietro sui nostri obiettivi in fatto di cambiamenti climatici. In realtà, pur se sono naturalmente possibili dei compromessi, esistono anche soluzioni comuni ad entrambi i problemi: misure di risparmio energetico per le famiglie che riducono consumi ed emissioni, nonché investimenti in nuove industrie ambientali che migliorano la sicurezza energetica mentre riducono la nostra dipendenza dai combustibili inquinanti. D’altra parte, un ritardo in questa direzione non farebbe che rendere più costoso intervenire e, nel lungo periodo, sappiamo che i costi dell’inazione sui cambiamenti climatici superano i costi dell’azione”. Ce ne è abbastanza per chiedere asilo politico. La squallida realtà è che i nostri industriali vogliono risparmiare subito, e sui salari dei lavoratori: ecco come, storicamente, è intesa la competitività in Italia. Al resto ci si penserà quando ci si troverà di fronte al problema.

 

A noi non resta che assecondare il nostro Presidente del Consiglio e trastullarci nel Paese dei Balocchi che ci ha confezionato in modo del tutto disinteressato per la nostra serenità.

Foto da www.vatican.va/

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G20: medicine per un cronico

Posted by admin On Novembre - 17 - 2008

Si è concluso a Washington, il G20, la riunione dei 20 più grandi Paesi Industrializzati, che aveva come obbiettivo quello di tracciare un primo schema generale sugli accordi da prendere per contrastare la peggiore crisi finanziaria che abbia mai investito l’intero pianeta. Ovvio, quindi, che si sia deciso di affrontare la questione unendo tutte le forze, e non con una serie di provvedimenti scoordinati, presi dai singoli Stati.

Al momento si è deciso di decidere: ognuno dei Paesi membri ha tempo fino al 31 Marzo per stilare una serie di azioni specifiche che intende attuare per affrontare la crisi. Tutte gli atti da intraprendere, comunque, sono inquadrati in una serie di princìpi, che più che altro assomigliano ad una medicina da somministrare ad un ammalato cronico, più che ad una netta svolta rispetto al passato; i cardini finanziari, quelli liberali/liberisti, le stesse istituzioni che hanno guidato la finanza mondiale al collasso rimangono immutati. Eppure, dove erano la Banca Mondiale, il WTO e l’Fmi, mentre si gettavano le basi della crisi finanziaria? E cosa facevano quando (e se) hanno avuto sentore dei prodromi?

I Venti hanno precisato, appunto, di credere nel libero mercato e hanno manifestato una netta opposizione al protezionismo come sistema per uscire fuori dalla crisi. Una presa di posizione scontata, del resto, che avrebbe gravemente nuociuto sia alle multinazionali che alle economie come India e Cina, che fanno dell’esportazione e del movimento delle merci la loro principale forza. Ma, a ben guardare, anche Paesi come l’Italia, con tutte le aziende delocalizzate sparse per il globo, avrebbero sofferto molto della chiusura su se stessa dell’economia. Una linea che, in generale, potrebbe richiamare una regia esterna esercitata dal W.T.O.

“Siamo determinati a rafforzare la nostra cooperazione per rilanciare la crescita mondiale e raggiungere le necessarie riforme nel sistema finanziario globale”: un aumento, come detto, della cooperazione tra Stati.

“Gli sforzi per sostenere la crescita e stabilizzare i mercati devono proseguire”: approvate, quindi, le misure intraprese finora dai singoli Governi per sostenere le economie interne e la domanda, che si sono tradotte sostanzialmente in un esborso di soldi da parte dei cittadini, i quali hanno tappato in prima istanza le voragini prodotte dalla finanza basata sul debito, portata avanti in modo leggero soprattutto dalle banche. Infatti più avanti viene dichiarato che bisogna “riconoscere l’importanza del sostegno che può arrivare dalle politiche economiche e fiscali; utilizzare misure fiscali per stimolare la domanda nazionale”.

“Assicurare che Fmi e Banca Mondiale abbiano le risorse sufficienti”; viene richiesta maggior prudenza a Banca Mondiale e Fmi, quest’ultimo responsabile, in buona misura, del fallimento dello Stato argentino. La trasparenza viene dunque valorizzata, alla luce degli ultimi crack bancari, e non solo per Fmi e Banca Mondiale: viene sottolineata la necessità di “proposte concrete per la sorveglianza, la trasparenza e la regolamentazione dei mercati.

“Aiutare i paesi emergenti e in via di sviluppo” e “incoraggiare la Banca Mondiale e le altre banche dedite allo sviluppo a utilizzare tutta la propria capacità per sostenere l’agenda dello sviluppo” sono impegni che il G20 prende di fronte ai Paesi in via di sviluppo, i quali dovrebbero anche vedere aumentata la propria rappresentatività: bisognerà poi vedere con che peso decisionale.

Tirando le somme, cambierà poco; anche se si dovesse rifare una nuova Bretton Wood, come è stato ventilato dopo aver messo giù una agenda, per una serie di incontri (il primo a Londra, nel 2009). Significativa è infatti l’assenza di tutti i Paesi più poveri, che non hanno avuto voce in capitolo: una strana contraddizione, per un vertice che si faceva un punto d’onore, come detto, di affrontare in modo globale e coordinato una crisi planetaria. Per questo motivo il presidente venezuelano Chavez ha annunciato che organizzerà a Caracas un summit alternativo al G20 con i piccoli paesi che sono stati esclusi dal vertice di Washington. Le economie dei Paesi del Terzo Mondo, o in via di sviluppo, se si vuole essere politically correct, soffriranno gli effetti speculativi di questa crisi rimanendo tagliati fuori da ogni possibilità di benefici derivanti dalla “cooperazione”. Continueranno ad essere strangolati dai debiti e a subire i danni di un sistema economico che richiede una crescita continua per sostenersi: ovviamente nessun tipo di sistema, economico, biologico o meccanico che sia, può crescere all’infinito, e questo determina una insostenibilità di fondo che grava proprio su questi Paesi, in misura ancora maggiore se si considera il fatto che, non potendosi creare le cose dal nulla, se i Paesi industrializzati crescono verrà sottratto qualcosa da qualche altra parte. Chiedersi dove è pleonastico…

Concludendo, se qualcuno avesse mai nutrito una minima speranza di cambiamento radicale resterà deluso: rimarrà perfettamente in vita un sistema economico soggetto a periodiche depressioni e stagnazioni. Il G20 rappresenta solo un sistema per rimettere in moto il ciclo, dopo che questo avrà colpito le fasce più deboli della popolazione. Volendo sintetizzare il documento prodotto, infatti, si è arrivati alla conclusione che si è stati un po’ troppo avidi e spregiudicati in un determinato tipo di economia, la quale può rimanere immutata a patto di essere appena più morigerati: nel frattempo gli Stati chiudano i dissesti aperti, per limitare il trasferimento della crisi da un piano finanziario ad uno economico.

Foto da http://it.wikipedia.org/

L’altra economia

Posted by admin On Ottobre - 12 - 2008

La crisi che sta investendo l’intero pianeta è uno degli spiacevoli ma inevitabili effetti collaterali del regime capitalistico, aggravato dall’avidità degli speculatori: sono eventi ciclici, determinati dalla non sostenibilità di fondo del sistema. Nonostante Berlusconi cianci di un nuovo Bretton Wood (anche se poi, naturalmente, non lo aveva detto), la realtà è che per farvi fronte si sta ricorrendo ad una sorta di New Deal edulcorato. Edulcorato dal piano di ridistribuzione della ricchezza e dal Welfare State, ovviamente. Tradotto, le malversazioni dei capitalisti verranno pagate con il denaro pubblico; come in ogni crisi economica, i ricchi diventano un po’ meno ricchi e il resto della popolazione vivrà grandi disagi. Più del solito, insomma. Il sistema capitalistico, liberista in particolare, promuove sempre tenori di vita e disuguaglianze sociali e tenori molto marcati, ma anche se le grandi potenze tornassero nuovamente attorno ad un tavolo per ridiscutere delle regole dell’economia, difficilmente si cambierebbe concezione nei riguardi dei rapporti tra società ed economia. Il WTO è nato per questo. In Italia, come sempre, è tanto evidente in quanto chi oggi parla di riportare l’etica nella finanza è chi fino al giorno prima ha grufolato nella melma dell’economia immorale e speculativa, quando non dell’illecito come è il caso dei vari Geronzi e Marcegaglia. Per non parlare di chi si è depenalizzato il reato per cui doveva essere condannato.

Il vero problema è che noi siamo nati ma, soprattutto, cresciuti e nutriti di quello che si presenta come un vero e proprio dogma economico, che ci rende incapaci di immaginare realtà differenti da quella odierna. Per noi è normale che l’economia funzioni in questo modo, che ci sia una vera e propria casta di ricchi alla quale ognuno, segretamente, anela appartenere; è ovvio che la produzione, il credito, lo stesso modo di vivere sia quello che conosciamo. Non pensiamo neppure che possa esistere una alternativa, perché crediamo ciecamente di vivere nel migliore dei mondi possibili e nel migliore dei modi possibili. E in questo modo compiamo una sorta di abdicazione mentale.

Il discorso, nel complesso, richiederebbe una dissertazione lunghissima, ma possiamo limitarlo, senza inficiarne l’essenza, all’attuale crisi del sistema creditizio. Ci sono due notizie buone: la prima, che esistono sistemi alternativi all’unico che concepiamo oggi, la seconda è che questi metodi sono già delle realtà, ancorché circoscritte. Stiamo parlando della Jak Bank, del sistema del microcredito, della Banca Etica e dell’economia senza moneta.

La Jak Bank (acronimo svedese di Terra, Lavoro Capitale) è una banca cooperativa svedese, fondata nel 1965, che ha abolito il tasso di interesse, sia sul deposito che sul prestito. Parte dall’assunto che il tasso di interesse, considerato usura, è uno strumento che sposta denaro dai poveri verso i ricchi; che l’interesse, applicando le leggi dell’economia, causi inflazione, disoccupazione e dissesto sociale e che favorisca progetti che tendono al conseguimento di alti profitti in poco tempo (speculazioni). Tutte conseguenze delle fondamenta su cui poggia la teoria capitalista. Ogni persona che vi aderisce acquisisce una singola azione della banca, e presta il proprio capitale che immette ad altri soggetti che ne hanno bisogno. Si crea così un legame fortissimo tra tutti i membri (famiglie, piccole imprese, comunità), che sono parte attiva della gestione. Ogni concetto di remunerazione del capitale è abolito, e quindi anche di utile bancario. Lo scopo di chi porta i propri risparmi nella Jak Bank non è quello di farli aumentare, ma quello di metterli al servizio della comunità, per aumentarne il tenore di vita. Questo modello rivoluzionario è basato su un’economia reale, legata al territorio, che taglia fuori la finanza. Il contrario di ciò che accade oggi. Per i prestiti viene applicato un tasso fisso di interesse molto basso, che serve unicamente a ricoprire le spese di gestione (25 dipendenti su oltre 35.000 aderenti). Il sistema si regge su un equilibrio di punti di risparmio: quando il correntista immette capitale e lo lascia a deposito guadagna punti risparmio, quando chiede un prestito li consuma. Durante la restituzione del prestito è obbligato a risparmiare una cifra, in modo da guadagnare punti risparmio che gli consentiranno di pareggiare quelli impiegati. In questo modo, alla fine del mutuo, si troverà con una somma da parte, che nel frattempo è stata riprestata ad altri soci. I punti di risparmio, udite udite, possono anche essere donati, semplicemente, a chi ne ha bisogno. Qualcosa di inconcepibile per chi, come noi, considera il denaro più del proprio sangue. Si mette quindi in piedi un sistema di solidarietà che permea la comunità, e ne consente uno sviluppo sostenibile, dal quale traggono giovamento tutti quanti.

Il sistema del microcredito invece è nato nei Paesi in via di sviluppo, e viene incontro a coloro i quali si sostengono con piccole imprese familiari, che stentano a decollare, o a migliorare, a causa dell’indigenza diffusa. Si tratta di piccoli prestiti basati unicamente sulla fiducia riposta nel beneficiario. Il sistema funziona così bene che le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2005 come anno del microcredito, e il meccanismo è stato importato anche nei Paesi industrializzati, per venire incontro ai cosiddetti “nuovi poveri”, cioè coloro che vivono al limite, e anche oltre, rispetto al livello di assistenza sociale. In questo modo si è offerta l’occasione di un riscatto per tutte quelle persone che, vistesi le porte chiuse dalle banche, avrebbero potuto vivere solo di elemosina. Ça va sans dire, la Banca è di proprietà dei poveri. L’ideatore della Banca dei Poveri, Muhammad Yunus, ha ricevuto il premio Nobel per la Pace.

In Italia, con il cronico notevole ritardo che da sempre ci caratterizza, sono sorte le Mag, Mutua AutoGestione, basata sul rapporto fiduciario dei soci, i quali conferiscono lì il proprio denaro con il quale finanziano attività economiche autogestite o investimenti etici e culturali. Ne esistono a Verona, Milano, Roma, Reggio Emilia, Torino e Venezia. Anche in questo caso la Mutua è di proprietà dei soci, e non di ricchi speculatori che devono fare profitto. Sulla scorta dell’esperienza delle Mag si è anche costituita la Banca Etica, improntata ai principi (quelli veri) della Finanza Etica: “trasparenza, diritto di accesso al credito, efficienza e attenzione alle conseguenze non economiche delle azioni economiche”. Il fine della Banca è quello di “gestire il risparmio orientandolo verso le iniziative socio-economiche che perseguano finalità sociali e che operano nel pieno rispetto della dignità umana e della natura”. Per farlo si utilizza l’Ethical Screening, cioè la possibilità di investire o meno in attività giudicate secondo criteri etici. Una filiale sta per essere aperta anche a Bari.

Per concludere, l’economia senza moneta. E’, per ora, un metodo complementare a corto raggio che, eliminando la mediazione del denaro, obbliga gli aderenti ad intessere rapporti fiduciari e di solidarietà, per mezzo dei quali si scambiano servizi e beni. In Australia, Brasile e Giappone sono realtà consolidate, anche di dimensioni non trascurabili.

Se la teoria economica, massime quella capitalista, vede l’uomo in funzione dei rapporti con il denaro, e cerca di massimizzare il profitto personale, tutti i metodi visti finora restituiscono una visione attiva del singolo individuo, inserito in un contesto comunitario del quale può essere protagonista, e non un passivo consumatore o lavoratore, in balìa dei pochi che, invece, possiedono i mezzi produttivi e decisionali.

 

Foto da investireoggi.net

Nucleare o Rinnovabili?

Posted by admin
Gen-9-2007 I ADD COMMENTS
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