Wednesday, November 25, 2009

il magnete

Network di politica e attualità

Archive for Gennaio, 2007

Ancora ingerenze

Posted by admin On Gennaio - 30 - 2007

Quando uno crede di avere toccato il fondo, si prepari a vederlo franare, trovandosi perpetuamente di fronte ad un pozzo senza fine. E’ la considerazione che mi è venuta da fare dopo aver ascoltato le parole del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in merito alla impropriamente definita “Riforma della Famiglia”, o anche Pacs che fa più XXI secolo. Il nostro Presidente, in qualità di rappresentante di tutti gli Italiani, auspica un accordo con la Chiesa cattolica per una non meglio precisata “sintesi” che tenga ben da conto le posizioni del Vaticano.

Il primo Cittadino italiano, il difensore della Costituzione, si inchina ancora una volta di fronte alla pila, riverisce, e svende la dignità di un popolo e il pensiero libertario insito nella carta che quel popolo si è dato. Ma come è possibile essere così supini? E soprattutto, perché. Perché si devono sempre fare passi indietro, si devono sempre soffocare le minoranze e il buon senso?

Gli Articoli 7 e 8 della Costituzione parlano chiaro, la Chiesa cattolica, volente o nolente, è obbligata a sbrigare le proprie paturnie nei luoghi a lei deputati, cioè le chiese e conferenze interne, e non il Parlamento della Repubblica Italiana o le reti nazionali, come sempre più di frequente accade. Si sono registrati perfino interventi sulla finanziaria (il cardinale Martini la definì “inquietante”), mentre Lunedì 29 Gennaio, nel telegiornale delle 20.30 ci sono stati 4 servizi nei quali si è dato ampio spazio alle opinioni dei preti; non ho cronometrato il tempo, ma sono certo che i minuti dedicati ai vari prelati sono stati superiori a quelli dei politici. Per carità, ovviamente dato che i politici italiani hanno ben poco da dire è evidente che basta poco per rubare loro la scena, tuttavia si richiede la salvaguardia della decenza. E’ altresì vero che se gli esponenti vaticani hanno così tanto spazio, sia mediatico che politico, ciò è dovuto in grande misura proprio ai politici e giornalisti italiani, che dimostrano così la loro poca accortezza e debolezza; chiunque ha di fronte a sé l’esempio di Stati come la Francia o la Spagna, certamente più forti di quello italiano, nel quale le chiacchiere stanno a zero. Certo, se in Francia proibiscono il velo nelle scuole pubbliche e in Italia esentano dalla tassa dell’I.C.I. tutti gli immobili clericali (che non sono solo le chiese, ma anche, ad esempio, le librerie delle Edizioni Paoline), quando i Comuni senza più soldi la aumentano in continuazione, si può comprendere al volo quanta strada sia ancora necessaria fare.

Il Presidente del Consiglio e praticamente tutta la classe politica italiana si è subito affrettato a sostenere il Presidente della Repubblica. Tra gli adoranti si annovera perfino il Presidente della Camera Bertinotti che, da integerrimo comunista, si dichiara perfettamente in linea con l’intervento di Napolitano, facendo intendere come questo Governo pensi di mantenersi al potere per tutti e cinque gli anni. Chi infatti pensava che i dissidi tra partiti tanto diversi come l’Udeur  e il Prc potessero far cadere il Governo si tranquillizzi pure: la poltrona viene sempre prima della propria coerenza ideologica, non parliamo poi degli interessi di chi vota, che magari ha pure creduto ad uno straccio di programma politico.

E dall’altra parte che dicono? Il direttore della Sala Stampa del Vaticano si dichiara più che soddisfatto, naturalmente, delle dichiarazioni del Presidente della Repubblica, mentre il Segretario della CEI insiste nel ritenere superflua una legge che regolamenti i Pacs. Aggiunge anzi che “[Napolitano] Ha parlato di sintesi, e una sintesi si fa nel rispetto delle varie identità, altrimenti diventa un compromesso o una mediazione”. Ora se la prima parte del ragionamento è encomiabile, e sarebbe bene che la CEI per prima lo adottasse come regola sulla quale calibrare i suoi interventi, visto che anche l’ateismo e le altre confessioni sono identità di pari dignità, la seconda parte del ragionamento rimane più offuscata, in quanto fondamento della politica è proprio il compromesso e la mediazione, in grado di soddisfare il maggior numero di parti in causa, siano esse anche strettamente minoritarie.

L’intervento di Napolitano, insomma, darà la stura ad una pesante ingerenza da parte di una confessione religiosa nei fatti politici di uno Stato aconfessionale. Nessuno vieta ad un cattolico di seguire i dettami della propria religione: se lo vuole fare, lo faccia senza influenzare la vita delle altre persone, atee, induiste, animiste, gialle verdi o blu che siano, sentendo cosa dice il parroco la Domenica in chiesa, e il parroco, o le gerarchie ecclesiastiche in generale, si astengano dal ruolo di regolatori della coscienza in sedi che non sono previste per loro: la religione rimane pur sempre un fatto di credo personale e non dovrebbe mai travalicare tali confini.

 

Foto da www-5.radioradicale.it/

Il Giorno della Memoria

Posted by admin On Gennaio - 27 - 2007

Baracche di legno sconnesse, tute a strisce, cani pastori che abbaiano nella notte, fili elettrici, zigomi troppo accentuati, terreno fangoso, una alta ciminiera. Per ricordare tutto questo è necessario fare un appunto sul calendario. Già perché, si sa, le cose da ricordare sono tante e il solito tran tran quotidiano ci prende. Forse troppo. Ci prende, ci avvinghia, ci rende schiavi del momento, della necessità più vicina, come se per rimanere in piedi in un campo pieno di buche il nostro sguardo fosse costretto appena oltre i nostri piedi, e non potesse mai fissarsi sull’orizzonte, impedendoci di farci capire dove stiamo andando.

 

O forse mettere un appunto su un calendario è un sistema, un po’ farisaico, per dire che si è coscienti. Un po’ come l’8 Marzo, i diritti delle donne sono sacri. Peccato che poi già dal 9 Marzo la realtà continui a soffocare tutte queste buone intenzioni. Accade così che mentre sessantacinque anni fa chi costruiva fili, baracche e ciminiere tenesse una politica priva di falsi moralismi, oggi a costruirli sono quelli che hanno ben in vista una statua di una donna, con un libro e una fiaccola. Molto più in grande, deviato, rispetto al cartello “il lavoro rende liberi”. Ma non sono solo loro, no. Il campo di sterminio è antecedente e successivo al fenomeno nazista.

 

Per uno che cadrà, un altro sorgerà.

 

Così scrivo oggi, di questo argomento, perché oggi è il momento in cui verrò ascoltato in misura maggiore. Cos’è un lager… Un lager non è solo baracche e fili, non è nemmeno solo un odio bestiale, non lo si può ridurre ad una politica scientemente praticata. La definizione che ho trovato più aderente la ha data una sua vittima, riportata da Primo Levi nel suo libro “Se questo è un uomo”. Nessun discorso retorico: cinque parole.

 

“Kamaraden, ich bin der Letze!” (Compagni, io sono l’ultimo!)

 

Un lager sta tutto in questo urlo di impiccaturo cosciente che non servirà, ma che comunque porta a termine il suo compito, diligente. Il seguito che Levi scrive, ne è la conferma.

 

“Vorrei poter raccontare che tra noi, gregge abbietto, una voce si fosse levata, un mormorio, un segno di assenso. Ma nulla è avvenuto. Siamo rimasti in piedi, curvi e grigi, a capo chino, e non ci siamo scoperti la testa che quando il tedesco ce l’ha ordinato”.

 

Quell’urlo ha travalicato il confine del reticolato, della situazione specifica. Un lager è una condizione psicologica. E’ la continua autocensura. E’ il minimo sforzo che ci costerebbe poco compiere e che non facciamo, un’abitudine pericolosa, questa. E’ il pressappochismo, è il buonismo, l’ignoranza. E’ quando credi di aver toccato il fondo, e il terreno torna a franare sotto i propri piedi.

 

A cosa serve votare una risoluzione che condanni il negazionismo, pensiero volto a sconfessare l’esistenza della shoà, se chi la ha promossa istituisce campi come Guantanamo o Abu Ghraib? Bisogna veramente pensare che il Presidente iraniano abbia colto nel segno, etichettandola come una strumentazione politica? Del resto, le collusioni criminali degli Stati Uniti con le stragi israeliane non sono un mistero. E se perfino questa risoluzione è un uso scorretto della politica, cosa pensare allora della Giornata della Memoria? Sessantadue anni fa le truppe russe entravano ad Auschwitz: non credevano a quello che vedevano. Con estrema semplicità, non ci credevano. Del resto, i filmati girati provocano in noi, che pure siamo già preparati, la stessa reazione. Ma è veramente necessario trovarsi di fronte all’inimmaginato, per essere stimolati a pensare ad un mondo in cui certi valori vengano riconosciuti a tutti, in cui fare uno sforzo, un sacrificio per l’altro sapendo che tutti se ne trarrà giovamento?

 

Fate in modo che quell’uomo non sia l’ultimo. Che il suo grido non sia stato gettato al vento. Perché se Levi si chiede se questo è un uomo, quello sì, lo era. Il resto è un branco di vegetali.

 

 

Foto da www.sdami.com

Un Paese Occupato

Posted by admin On Gennaio - 20 - 2007

Naturalmente, si farà.

Non pensate nemmeno per un momento, che si possa recedere.

Gli “amici” americani non vanno traditi.

Così, la base militare di Vicenza, sarà ampliata. In base a quale diritto, questo non è dato di sapere, così come non è chiaro il motivo di questa operazione. Quello che è chiaro, invece, anche se non tutti lo hanno presente, è che ci ritroviamo di fronte ad un Paese occupato. E non parlo dei vari Iraq, Afghanistan et similia, ma dell’Italia. Nel Belpaese, tra basi operative, depositi, poligoni di tiro e stazioni di telecomunicazione e radar abbiamo un totale di 113 basi militari statunitensi. Si tratta di una vera e propria rete che percorre tutto il nostro Paese. Ovviamente l’Italia si trova in una posizione strategica, sia geograficamente, poiché è situata in mezzo al Mediterraneo, sia politicamente, in quanto vicina a Paesi più forti come Germania e Francia e vecchia linea di confine dei due blocchi della Guerra Fredda. Le basi più importanti sono quella di Aviano, quella di Camp Ederle (Vicenza), San Bartolomeo (La Spezia), Camp Darby (Pistoia), Capo Teulada (Cagliari), Gaeta, Napoli, San Vito dei Normanni (Brindisi) e Sigonella (Catania). Una valutazione approssimativa e per difetto degli yankee presenti in Italia e attivi nelle basi, tra militari e civili di supporto, li stima in 11.000. Cosa ci fanno undicimila statunitensi in Italia? Non i turisti, questo è poco ma sicuro. Il nostro Paese è risultato utilissimo come piattaforma logistica durante le “operazioni” nell’ex-jugoslavia, e per la pianificazione di alcune in Iraq. E’ anche un funzionale deposito di armi. Oltre ai milioni di proiettili americani custoditi in depositi sparsi per tutte le nostre regioni, abbiamo il privilegio di ospitare una novantina di bombe atomiche targate U.S.

Soldatini che vengono, soldatini che vanno.

Quelli italiani, ovviamente.

Nel 1991 avevamo 2.500 militari impegnati a dispensare democrazia, nel 2005 erano 12.000, e la tendenza non pare proprio quella della riduzione dell’“impegno”. Le principali missioni che li vedono impegnati sono o sono state “Antica Babilonia”, in Iraq, ISAF, in Afghanistan, IFOR-SFOR, in Bosnia Erzegovina, KFOR, in Kosovo e Hallied Armony, in Macedonia. Per il resto si tratta di frattaglie sparse in diverse aree di crisi (19 Paesi, 28 missioni militari). Questo vero e proprio Risiko trova la sua giustificazione ufficiale nello stato reale di necessità in cui determinati Paesi si trovano. Ma il motivo per cui si muove il nostro esercito, al pari di quello americano, non è questo, o, almeno, è vero solo in parte. Tralasciando le oscenità commesse in Somalia dalle nostre truppe, l’impegno più costante nel quale si sono viste impegnate le forze armate in Iraq è l’addestramento di forze di polizia; e non potrebbe essere diversamente, avendo noi inviato militari. Per la ricostruzione di edifici ci sono già da tempo delle imprese che si sono prenotate, tutte rigorosamente straniere, e che stanno guadagnando un sacco di soldi. Questo non è aiuto umanitario disinteressato. Se si volesse effettuare del peacekeepikg corretto bisognerebbe far intervenire l’esercito solo per consentire alle vere associazioni umanitarie internazionali di operare e prestare la loro opera di soccorso, e non per occupare un Paese ed imporre il proprio governo fantoccio. Perché è questo che stanno facendo in Iraq ed in Afghanistan le nostre truppe, sostenendo gli “amici” americani. La corretta applicazione del peacekeeping comporterebbe anche una drastica riduzione della spesa pubblica. Già perché, per chi non lo sapesse, una missione militare costa milioni di euro. Per la precisione un miliardo di euro, visto l’articolo 188 della nuova finanziaria.

A proposito di spese belliche, il Ministero della Difesa è uno dei pochi che vede in costante espansione il capitolo delle spese pubbliche a proprio favore. Nel 2007 saranno più di 18.000 milioni gli euro destinati in tale senso, con un aumento del 2% rispetto all’anno scorso. Quindi, se da una parte Sanità e Scuola Pubblica si vedono tagliare sempre di più le risorse, dall’altra si investe in Difesa. Parte della spesa inoltre è destinata all’acquisto di armi come sommergibili, sistemi missilistici, e aerei da caccia, tutte assolutamente inadatte a contrastare una guerriglia come quella impostata dai “terroristi”. Qualcuno si è chiesto, lecitamente, chi dobbiamo attaccare.

Ora il Governo rischia di trovarsi in un vicolo cieco. Per quel che riguarda la base di Vicenza, cerca di scaricare la competenza della questione sugli Enti locali, i quali a loro volta provano a tirarsene fuori invocando l’autorità nazionale. Quello che è certo è che, ancora una volta,  la volontà dei cittadini, non solo vicentini, verrà ignorata. Anche la responsabilità viene palleggiata a livello politico tra i due schieramenti parlamentari. A mio avviso è inaccettabile, oltre che gravissimo, che il precedente Governo Berlusconi abbia stilato un accordo di questo tipo all’insaputa non solo dei cittadini, ma del Parlamento e delle istituzioni: la cosa andava quantomeno discussa. Il Governo Prodi però, esclusa la Sinistra “radicale”, si è subito affrettato a mettere in chiaro che oramai gli accordi erano presi e non si poteva tornare indietro. Vero, ma si richiede un minimo di presenza e peso politico in più: proprio in virtù della “segretezza” dell’accordo si potevano sospendere le operazioni e vedere il da farsi. Ma, ovviamente, non se ne parla nemmeno di contrariare gli “amici” americani, inseguendo così una politica di raccolta delle briciole costante, fatte cadere con compiacenza dagli americani. L’Italia sarà a fianco degli Stati Uniti perché la soluzione di essere vicini ai più forti è sempre la più comoda. Del resto, è la storia delle due guerre mondiali.

Contemporanea sarà la discussione del rifinanziamento della missione Afghana: il Governo rischia grosso perché la sinistra “radicale” ha già promesso un voto negativo se non verrà quantomeno stabilito il rientro delle truppe entro una data stabilita, mentre la destra si è già schierata a favore (ovviamente). Perciò l’Unione ha la brillante alternativa di far passare la proposta con i voti dell’opposizione, o di osare ponendo la fiducia, cosa che alla fine non farà perché rischia veramente di fare le valige.

Sarà interessante vedere come andrà a finire.

 

Foto da: www.solforoso.com

Avanti il prossimo

Posted by admin On Gennaio - 15 - 2007

Infine, il tanto atteso discorso di Bush alla nazione sulla nuova strategia in Iraq è arrivato. Atteso forse più dagli Iracheni che dagli Americani, che già ne sospettavano i contenuti. Contro ogni logica, perfino quella dell’interesse del Paese che attraversa una crisi economica che difficilmente gli consentirà di sostenere a lungo le spese della guerra, almeno altri 20.000 soldati saranno spediti nel Golfo per tutelare la stabilità dell’Iraq. L’unico commento a questa affermazione è che nemmeno gli americani credono più alle parole del loro Presidente. Già perché negli Stati Uniti è difficile ottenere informazioni credibili, al punto che gli Americani erano convinti, in seguito ad una adeguata campagna mediatica, che tutto il mondo sostenesse la loro iniziativa irachena. Solo i pochi che leggevano quotidiani europei si sono accorti delle forti resistenze internazionali all’invasione “oil for food”. Eppure, sono stati proprio loro a rieleggere il “Presidente di guerra”, come lui stesso si è definito.

Le ultime stime parlano di 600.000 morti tra i civili iracheni, ai quali vanno aggiunti tutti i morti causati dall’embargo posto dagli Stati Uniti allo Stato dei due Fiumi. Perfetto stile U.S. Del resto, tracciando una breve cronistoria che tratta solo degli episodi più rilevanti si può vedere come i paladini a stelle e strisce non si smentiscano mai.

- 1944-45: gli americani liberano l’Italia avanzando come nemmeno Attila era riuscito a fare. Mia nonna viveva sulla linea di Cassino e mi raccontava che tutti temevano i raid americani e in diversi ci lasciarono le penne. Finita la guerra furono proprio gli Americani a impedire l’opera di defascistizzazione dello Stato, temendo uno sbandamento rosso di una Nazione che i Grandi Capi, riuniti attorno ad un tavolino di Yalta, avevano deciso essere di confine alla sfera di influenza occidentale.

- 1964-75: Vietnam. Instaurazione di un governo fantoccio nel Sud del Paese. 600.000 morti tra i civili in una guerra che ha avuto solo il potere di destabilizzare l’intera regione per anni, facendo vivere nel terrore la popolazione locale, che ancora oggi patisce malattie a causa dell’uso del defoliante con il quale gli yankees hanno irrigato tutte le mangrovie della regione. Guerra persa.

- 1991: Prima guerra del Golfo. L’egida dell’O.N.U. limitò l’azione americana e la popolazione irachena patì solo qualche migliaio di vittime. Ovvio, poiché ancora Saddam Hussein era il loro uomo in una regione chiave quale l’Iraq, vuoi per le riserve di petrolio, vuoi per avere un cuneo politico in mezzo ad un mondo, quello islamico, a loro sfavorevole.

- 1992-93: Guerra somala. Rovesciato il dittatore Siad Barre, aiutato dagli americani negli anni ’80 per la conquista del potere, gli Stati Uniti intervengono alleandosi con parte dei signorotti locali, ma perdono il conflitto e si ritirano velocemente, anche a causa del cambio di amministrazione Bush padre-Clinton. La Somalia viene lasciata in mano ai signori della guerra. Risultato: dagli anni ’80 uno stato continuo di guerra civile prostra il Paese, come dimostrato anche recentemente dalla cacciata delle “Corti Islamiche” che avevano l’appoggio della popolazione.

- 1995-99 Guerre della Bosnia e del Kosovo. Ma qualcuno ricorda che, fino a quando Tito è rimasto in vita, di odi razziali in Jugoslavia non si è mai sentito parlare? Le famiglie erano totalmente mischiate. L’intervento americano è passato sopra alle pulizie etniche effettuate dai Croati e Albanesi, concentrandosi su quelle Serbe. L’intervento è stato deciso unilateralmente con un atto di forza all’interno della N.A.T.O., scavalcando l’O.N.U. In pratica, oltre alla difesa del progetto dell’oleodotto che doveva passare da quelle parti, non si può parlare di un successo americano. Ricordo con orrore la tragedia delle bombe su Belgrado: gli aerei americani partivano dalle basi italiane, generosamente concesse dall’allora Presidente del Consiglio D’Alema. Altro argomento di freschissima polemica tra i poli. Eppure molti italiani dovrebbero ricordarsi il rombo di quegli aerei.

Vero prototipo della “Democrazia esportata con le bombe”: dopo il raid aereo seguiva un altro raid che sganciava volantini e viveri dei quali avrebbero beneficiato i sopravvissuti.

Strage di civili, alla quale si deve aggiungere quella dei tumori futuri provocati dalla semina di migliaia di pallottole potenziate con uranio impoverito.

- 2001: Afghanistan. Lo stato di guerra perdura fino ad ora. La motivazione ufficiale della guerra è stato il rovesciamento del regime talebano, aiutato in precedenza dagli americani stessi, poiché ritenuto responsabile del sostenimento dei terroristi internazionali. Casualmente da quelle parti passa un altro grande oleodotto, ma questa non può che essere una coincidenza. A parte Kabul, non si può certo dire che i soldatini americani se la stiano cavando bene. Anche qui è stato instaurato un governo fantoccio, non si contano i morti tra la popolazione. E’ stato calcolato che per sminare il territorio afgano occorrerebbero più di 150 anni. Per entrare più nel dettaglio, molte di quelle mine anti-uomo sono progettate apposta per mutilare il malcapitato senza ucciderlo, in modo che risulti un peso economico e morale sulla popolazione locale; alcune sono fabbricate appositamente per attrarre i bambini (anche da fabbriche italiane).

- 2003: Iraq. La sfrontatezza degli Stati Uniti arriva a teorizzare la “Guerra Preventiva” (nemmeno Hitler era arrivato a tanto) e lo stato di “Guerra continua”. Anche in questo caso viene messo su un governo fantoccio e si aggrava la situazione politico sociale interna, dando il via ad una vera e propria guerra civile. La motivazione della guerra è da imputarsi al presunto possesso di armi di distruzione di massa da parte del regime iracheno, cosa che anche gli U.S.A. hanno poi dovuto dichiarare priva di fondamento. Tutti i crimini imputati al raìs di Baghdad sono avvenuti quando ancora era spalleggiato dagli stessi americani che avevano favorito la sua presa del potere. Il risultato è che oggi Al Quaeda ha un seguito nel paese, dove prima non trovava spazio, e che la popolazione si è divisa in tre tronconi, mentre i diritti delle donne vengono seriamente minacciati dalla maggioranza sciita del Paese. Con la dichiarazione delle nuove strategie irachene Bush Junior ha dovuto ammettere a denti stretti che gli americani non stanno vincendo.

 

Tutti gli Stati invasi sono disseminati di basi americane statunitensi, ed è chiara la debolezza delle organizzazioni internazionali di fronte alla forza bellica americana.

 

La domanda che viene spontanea farsi è: a chi toccherà, adesso? Siria? Iran? Filippine?

 

Foto da blog.wired.com

Nucleare o Rinnovabili?

Posted by admin On Gennaio - 9 - 2007

Il petrolio ha i giorni contati: questo impone scelte precise e rapide per fare fronte ad una possibile crisi del settore energetico, settore particolarmente cruciale per l’Italia che importa praticamente tutto il proprio fabbisogno energetico. Uno studio delle alternative possibili e della loro sostenibilità.

 

Scarica il Focus

Ammazzacaffé

Posted by admin On Gennaio - 9 - 2007

In data odierna il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricevuto i calciatori della Nazionale al Quirinale, per significare loro la riconoscenza del popolo italiano in evidente deficit di immagine, tanto da dover calcare pesantemente la mano su temi come la bandiera e l’inno di Mameli per trovare spunti che possano dare una parvenza di vitalità in un deprimente panorama artistico, culturale e intellettuale.

Il Presidente ha dichiarato che il calcio non divide nessun Governo e nessuno schieramento politico o fazioni di natura avversa, che i politici dovrebbero imparare dal mondo del calcio nel quale regna un dialogo costruttivo e che la vittoria azzurra ha scacciato le ombre dello scandalo di “calciopoli” (i coniatori di questi aberranti neologismi devono essere rimasti traumatizzati da piccoli dal gioco del Monopoli, Freud ci avrebbe sguazzato).

Di fatto, mi è venuto da pensare che non siamo nemmeno più alla frutta, ma all’ammazzacaffè.

Dopo lo scialbo discorso di fine anno, che almeno ha avuto il merito di sottolineare le precarie condizioni del panorama lavorativo e scolastico, il nostro primo rappresentante si è ripetuto, in modo ancora peggiore, se fosse possibile. Andiamo con ordine.

E’ invalsa da qualche anno la moda di fare paragoni tra il mondo della politica e quello del pallone. A mio avviso non è una semplice degenerazione del costume politico culturale italiano, ma si tratta anche di un discorso demagogico da parte di chi, in malafede, vuole artatamente semplificare il dialogo sociale, in modo da far credere ai cittadini che è semplice seguire lo svolgimento politico di una legislatura e comprenderne i meccanismi, facendo così passare ciò che preferisce. La gente si abitua a questo tipo di dialogo, perde l’abitudine a sforzarsi di capire cose che sono tuttaffatto elementari e anzi lo trova più immediato e alla sua portata. Non è un caso che questo costume sia stato introdotto da chi si è fatto un’immagine con la presidenza di una squadra di calcio, da chi predica le “due punte” in quella squadra (e perde, perché non lascia fare all’allenatore che insiste per schierarne una) e le “tre punte” nello schieramento politico (e perde a causa della stessa legge per il voto degli italiani all’estero che il suo stesso schieramento ha voluto). Dall’altra parte si arrangiano benissimo: continui richiami al “gioco di squadra” in seguito al traballare di una coalizione che ha ben poco da spartire al suo interno, “autogol” di chi è al Governo e sbotta su un Paese impazzito. Si potrebbe andare avanti a lungo. In tutto questo bailamme da stadio si è però persa di vista la Politica. La Politica, quella sottile arte di persuadere il prossimo del proprio punto di vista, o quantomeno di cercare di prendere una decisione che possa accontentare il maggior numero se non tutte le parti in causa, il raffronto per un dialogo costruttivo. La gestione della Cosa Pubblica in modo decoroso e degno, qualunque sia il punto di vista del proprio credo. Certo, il Presidente Napolitano non ha aiutato in questa direzione. Apprezzabile il suo sforzo di richiamare le parti politiche ad una civiltà che paiono aver smarrito da parecchio, ma anche la forma vuole la sua parte. Insomma, il calcio rimane uno sport, nonostante smuova una carrettata di euro.

Sbagliato, a mio giudizio, anche il richiamo al dialogo che regna nel mondo del pallone. Immagino che il Presidente non sia un gran tifoso e si interessi di altre cose; in caso contrario non può essergli sfuggito che diverse squadre sono state punite per aver costituito una rete illecita volta ad aumentare i propri profitti e le proprie vittorie. Non potrebbe essergli sfuggito che per mesi si è dipanata la matassa del conflitto di interessi, con un Presidente di Lega con fortissimi interessi in uno dei Club iscritti. Non potrebbe essergli sfuggita la guerra incorsa tra grandi e piccoli club, questi ultimi regolarmente soffocati dallo strapotere dei primi che hanno sempre fatto il bello e il cattivo tempo a partire dalla suddivisione dei diritti televisivi. Questa è stata la realtà del calcio italiano fino a sei mesi fa.

Il periodo riguardante gli ultimi sei mesi non è meno deprimente: ai club penalizzati è stato fatto un fortissimo sconto di pena, gli arbitri coinvolti sono più o meno già rientrati tutti in servizio. I pesci grossi hanno avuto un’interdizione di qualche anno al posto della radiazione, qualcuno se la caverà con un anno in una serie minore. Quindi, cosa è successo? Nulla. La categoria arbitrale continua a rimanere succube della Federazione, per i diritti televisivi si vedrà, pare ci sia un progetto concreto. Con questo panorama idilliaco Napolitano afferma che la vittoria azzurra ha scacciato le ombre dello scandalo. Al limite la vittoria azzurra può consolarci che, nonostante tutto, abbiamo dei calciatori forti, ma questo non può far passare in secondo piano che ancora una volta la Giustizia non è stata amministrata come si sarebbe dovuto. Succede per il pallone, succede per tanti altri ambiti; e allora, il Presidente avrebbe dovuto rimarcare questa situazione, suonando la sveglia ad una classe della magistratura che si vede sempre più alle strette, calunniata da più parti, invischiata con proposte di legge che prevedono addirittura test psico-attitudinali per poter avanzare nella carriera. Perché non è stato posto l’accento su questo fatto, invece di far credere che tutto si è aggiustato?

Solita ipocrisia cialtronesca italiana.

L’ammazzacaffé non ha fatto altro che farmi andare di traverso il già maldigeribile pasto.

 

Foto da www.gennarocarotenuto.it

Nucleare o Rinnovabili?

Posted by admin
Gen-9-2007 I ADD COMMENTS
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