Di tutti i beni presenti sulla terra, uno dei più preziosi è il tempo. Chi ha tempo può riflettere, può permettersi di sbagliare e tornare indietro, può decidere di dedicarsi ad attività differenti. Chi ha tempo può imparare, può trovare più motivazioni, può decidere di dedicarlo a ciò che lo circonda senza per questo dover trascurare se stesso. Oggi però il tempo è, per i più, un lusso, qualcosa che non si riesce a recuperare, semplicemente perché non si è più possessori del proprio. Il tempo viene espropriato da tutto un sistema, un modo di intendere le cose, che risponde alla logica del mercato e della produzione alle leggi della azienda.
Quando un operaio firma un contratto, non presta solo le sue braccia, ma presta anche e soprattutto il suo tempo. Se andiamo ad analizzare la giornata di molti di essi, vediamo che si alzano al mattino presto per andare a lavorare e tornano a casa a pomeriggio inoltrato, stanchi; difficilmente riescono ad intraprendere altre attività, se non il classico sedersi davanti alla televisione, uno degli stereotipi contemporanei. Diciamo che dopo il lavoro, quando sono rientrati nelle loro abitazioni, gli rimangono cinque ore in media per sistemarsi, mangiare, seguire i figli, rassettare la casa. Quanto tempo rimane per noi stessi? Quanto tempo rimane per gli altri? Quanto per pensare, per esprimersi, per compiere tutte quelle attività che rendono una vita più attraente e degna di essere vissuta?
Anche in questo caso, la donna ci scapita più dell’uomo: i tempi per la gravidanza e per seguire il proprio figlio nei primi anni di vita sono ridicoli, ed essa è gravata da un carico lavorativo pari a quello di un uomo, in molti casi. Ma la critica al sistema deve essere ancora più radicale: è il lavoro al servizio dell’uomo, non viceversa. Un uomo non può vivere la sua giornata interamente in funzione del lavoro, come invece accade oggi: quando non lavori, l’unica cosa che ti resta da fare è mangiare e andare a dormire, in modo da poter ricominciare il ciclo. E, ovviamente, un po’ di tempo deve comunque rimanere per poter spendere quel poco che si è racimolato a fine mese, in modo da poter far continuare a girare il sistema economico. Le famose otto ore lavorative sono un miraggio. In primo luogo perché se l’orario è spezzato il tempo in cui incide l’attività lavorativa è maggiore, in secondo luogo perché oggi si tende sempre di più a travalicare il limite delle otto ore lavorative a giornata o, se volete, delle quaranta settimanali. L’orario straordinario, infatti, è diventato ordinario. Il risultato è che l’operaio è spremuto ancora di più. Stiamo tornando indietro.
Provvedimenti come la detassazione degli straordinari hanno avuto una enorme grancassa perché tutti hanno affermato che avrebbero portato sollievo al portafoglio dei lavoratori. Questa è una asserzione tendenziosa: il vantaggio economico che un lavoratore trae da questa operazione è minimo, ma in compenso è spinto a lavorare ancora di più, sperando di trarne un reale beneficio. Gli industriali invece sì che ne hanno un vantaggio, perché le loro piccole quote di detassazione di ogni operaio vanno moltiplicate per ogni lavoratore alle loro dipendenze: a fine mese possono fare un bel gruzzolo. I sindacati, invece che insistere su un aumento di salario riguardante la parte fissa della prestazione lavorativa, quindi l’orario ordinario, hanno preferito avere un contentino da esibire come una grande conquista per il proletariato. Del resto, sono i sindacati stessi che plaudono all’ancoramento dei salari alla produttività; come se un’ora di lavoro non fosse sempre un’ora del proprio lavoro prestata nello stesso modo sia che l’azienda vada bene sia che vada male. Ma pare che oggi il rischio di impresa non sia più contemplato. E così ecco due provvedimenti da cui i sindacati stessi non difendono i lavoratori, tali per cui la logica della produzione prevale su quella dell’individuo. Assieme all’azienda, anche tutto il resto si adegua a questo meccanismo capitalistico: artigiani, scuole, commercianti… tutto diventa una azienda. Il modello aziendale viene applicato a tutto, anche al modo di pensare. Perfino ad uno Stato che, per sua natura, utili non ne produce, così come alla famiglia. Espressioni come “Azienda Italia” o “la famiglia come una piccola impresa” sono diventati luoghi comuni.
Il lavoro diviene quindi il centro della nostra vita, e il resto si subordina a questa necessità-dovere.
Il Papa ha più volte messo in guardia dal pericolo che la società moderna, consumistica, travolga l’identità dell’uomo fino ad arrivare ad una spersonalizzazione. Punta il dito contro la mancanza di valori, idee e guide spingendosi, talvolta alla critica stessa del sistema capitalistico, ma subordina tutto alla superiorità della propria Verità e Morale, alla quale si dovrebbe piegare anche chi non ne vuole sapere.
Il concetto della spersonalizzazione, in particolare legata al ritmo di lavoro, all’essere usati alla stregua di un macchinario, è stata espressa in modo più nitido e meno dogmatico molto prima che lo facesse Ratzinger, con la teoria dell’Alienazione. L’uomo quotidianamente viene estraniato da ciò che fa, il lavoro, che non è cosa sua, fino ad essere estraniato anche da se stesso, vivendo una condizione di disumanizzazione. Questo accade, a mio avviso, perché il lavoro occupa per intero la nostra giornata e, conseguentemente, ci manca il tempo per esprimerci. Molte volte, quando ci rimangono quelle poche ore, non ci resta nemmeno il tempo di pensare, o almeno la lucidità per farlo: da qui il grande successo della televisione attuale. Raramente trasferiamo noi stessi in un disegno, uno scritto, una corsa, una suonata, una lettura. Anche quelli che consideriamo i nostri svaghi, soggiacciono tutti al meccanismo del consumo, sono già previsti dal sistema e massificati.
Charlie Chaplin, nel suo film “Tempi Moderni”, aveva stigmatizzato questa situazione. Partendo dal modello fordista aveva, con grande lungimiranza, messo in luce ciò a cui l’uomo andava incontro. L’immagine di Chaplin che viene risucchiato dalla macchina e poi stritolato da tutti gli ingranaggi è la più emblematica della condizione che stiamo vivendo. Noi lavoriamo non per sfamarci, ma per aumentare la produzione: lavoriamo molto oltre quello che ci serve, aumentando solo la parte di profitto con questo nostro sforzo e tempo, non certo incrementando il nostro benessere. In fin dei conti, noi non lavoriamo per acquisire i mezzi che ci consentiranno di essere più indipendenti, ma lavoriamo per sopravvivere. Non viviamo una esistenza, ma la consumiamo.
Foto da da www.mentelocale.it/
Cosa è il fascismo?


