Wednesday, November 25, 2009

il magnete

Network di politica e attualità

Archive for Agosto, 2008

Il Discorso che sarà

Posted by admin On Agosto - 20 - 2008

Dopo aver anticipato di tre mesi l’editoriale di Famiglia Cristiana il magnete.it offre ai suoi lettori il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, quattro mesi prima che egli lo pronunci.

 

 

A voi che ascoltate, e a tutti gli Italiani, in patria e all’estero un cordiale augurio di Buon Anno.

 

Poiché nel corso dell’anno sono emersi alcuni dati che attestano un rallentamento economico della nostra nazione, si impone una riflessione sulle reali possibilità di questo Paese, la nostra amata Italia. Può essere facile farsi prendere dalla sfiducia, tuttavia vi sono forti segnali che indicano come una nuova ripresa sia ormai vicina e che invitano a guardare con ottimismo al futuro. Nei miei numerosi viaggi, che mi hanno portato ad attraversare tutta la penisola visitando varie realtà, ho potuto con gioia notare la volontà di cittadini, imprese ed Enti uniti nel comune sforzo di superare i momenti difficili. Mi è rimasto particolarmente impresso, nel mio ultimo viaggio ad Ancona, una anziana signora circondata da molti nipoti che, commentando l’entità della sua pensione, sorrideva indicando i bambini e affermava: “Come può vedere, Signor Presidente, io sono già ricca così”. Il sorriso di quella signora esprime le nostre migliori speranze, che sono riposte nei giovani. A voi in particolare mi rivolgo, esortandovi ad appassionarvi alle vicende del vostro Paese, a mettere sempre l’energia e le idee di cui siete ricchi in tutto ciò che fate perché voi siete gli artefici del vostro futuro e lo potete rendere brillante.

 

Certo, molto rimane da fare, per superare le difficoltà che incontra l’Italia, in questo momento. Nonostante si noti una diminuzione della disoccupazione le famiglie si trovano comunque a dover affrontare difficoltà economiche maggiori, soprattutto nel Mezzogiorno, dove tanti volenterosi faticano: essi, e la loro terra, vanno coinvolti e resi partecipi dello sviluppo nazionale, garantendo loro più possibilità.

A livello istituzionale, in particolare, si deve provvedere a varare quelle riforme necessarie che miglioreranno le condizioni di vita dei cittadini e il funzionamento del nostro Stato. Auspico che ciò possa avvenire in un clima collaborativo, nel quale gli schieramenti politici impegnati nella discussione e nel varo di queste importanti innovazioni possano fronteggiarsi in un dialogo costruttivo, senza lasciarsi andare, come è accaduto qualche volta, ad eccessi che fanno solo male alla politica, allontanandone i giovani.

 

Rilevanti questioni si sono poste, nel corso dell’anno, all’attenzione di tutti gli Italiani; problemi senz’altro di difficile soluzione ma ai quali si può e si vuole dare una risposta positiva, che sottolinei lo spirito energico del nostro popolo: mi riferisco all’integrazione di coloro che arrivano in Italia da altri Paesi, che possono diventare importanti attori per il futuro della nazione, e al manifestarsi di un certo sentimento di insofferenza denunciato nei loro confronti. Si tratta di sfide che vanno affrontate con il giusto senso delle cose, come del resto ha sottolineato anche il Santo Padre, al quale rivolgo il mio più caloroso augurio di Buon Anno, salutando con soddisfazione il clima di intesa e scambio reciproco che da sempre è caratterizzante dei rapporti con lo Stato Italiano.

D’altro canto sostanziose sfide sono già state affrontate dall’Italia, alcune delle quali risolte con un successo. Mi riferisco al del problema dei rifiuti a Napoli e a quello del conflitto georgiano, che ha riconfermato il ruolo di primo piano a livello internazionale della nostra Repubblica, oltre alle numerose missioni che vedono impegnati i nostri militari all’estero, svolgenti un ruolo di protagonisti nel garantire la pace e la democrazia, combattendo il terrorismo e l’instabilità politica. A loro va un particolare augurio, assieme a tutte le Forze dell’Ordine che, impegnate invece su territorio nazionale, si danno da fare per garantire la serenità e la sicurezza degli Italiani.

Un altro motivo di enorme soddisfazione è l’approvazione del trattato di Lisbona, operato dal Parlamento con un larghissimo consenso, ratifica che, oltre ad esprimere la volontà dell’Italia di recitare una funzione da protagonista nell’Europa, è anche la dimostrazione di come le forze politiche possano cooperare in modo sereno per lo sviluppo del Paese.

 

Auguro quindi, a voi riuniti nell’imminenza della festa, un Anno che possa portare speranza e fiducia nel futuro, che vi veda interpreti attivi delle vicende italiane.

 

 

Velati accenni, molto edulcorati, allo stato crescente di bisogno delle famiglie, al razzismo montante, all’immigrazione fuori controllo, ad un Sud sempre più arretrato, ad un debito pubblico da terzo mondo.

Nessun riferimento al sistematico attacco portato alla Magistratura, di cui lui è Presidente.

Nessun riferimento alle migliaia di morti sul lavoro, ai licenziamenti, alla demolizione dei diritti garantiti da un posto di lavoro stabile.

Nessun riferimento ad un modo fascista di governare il Paese, che riduce al silenzio qualsiasi forma di dissenso e che antepone agli interessi nazionali gli interessi di una ben precisa oligarchia.

Nessun riferimento a leggi  come il Lodo Alfano, la bloccaprocessi, il federalismo fiscale e, si teme, la riforma della Giustizia che demoliscono lo Stato, sia di diritto che unitario.

Nessun riferimento ad una politica rivolta al fare profitti oggi a danno di una sostenibilità futura, come le scelte di puntare su inceneritori e nucleare.

 

Foto da www.gennarocarotenuto.it/

Non c’è più morale, Contessa…

Posted by admin On Agosto - 19 - 2008

Per chi crede che il futuro riservi sempre dei passi avanti e delle conquiste sul piano del benessere il licenziamento di Dante De Angelis, RLS di Trenitalia, rappresenta un duro ritorno alla realtà. Il signor De Angelis, a seguito dell’ennesimo incidente verificatosi su un treno ETR, ha richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica sul problema della sicurezza  dei mezzi con i quali lavorano, dal momento che gli stessi appelli, rivolti alla dirigenza di Trenitalia, sono caduti nel vuoto. In qualità di RLS De Angelis si è preoccupato di evidenziare questa indolenza dei vertici aziendali e il fatto che le cause dell’incidente sono state scaricate in modo forse improprio sull’operaio che per ultimo ha eseguito le manovre richieste. La reazione dell’azienda è stata feroce: il licenziamento dell’RLS. Si tratta di un chiaro atto intimidatorio nei confronti di chi, nel pieno titolo delle sue funzioni, esercita il suo diritto di richiesta di maggiori garanzie per la sicurezza dei suoi colleghi e dei passeggeri che usufruiscono del servizio erogato. Trenitalia ha addotto, come motivazione per il licenziamento, il fatto che le dichiarazioni rilasciate “appaiono contrarie a verità e quindi del tutto infondate e pretestuose”. Inoltre “ledono gravemente l’immagine della società”, gettando discredito e determinando “gravi danni per i quali la società si riserva di agire”. Ulteriore minaccia a procedere e ad iniziare un processo molto oneroso, qualora il messaggio non fosse stato recepito. Agli inizi del ‘900 i datori di lavoro licenziavano i dipendenti sindacalizzati per far capire l’antifona agli altri colleghi ed evitare che potessero alzare la cresta con rivendicazioni che entravano in conflitto con i guadagni dei proprietari (cosa che la Fiat ha continuato a fare per tutti gli anni delle grandi lotte sindacali, non licenziando ma relegando i facinorosi in reparti di confino). Si tratta, quindi di un atto gravissimo, e sproporzionato, in quanto si è saltata tutta la solita procedura di richiami ed infrazioni graduali, passando direttamente alla sanzione massima. I lavoratori, perciò, vedono pesantemente minacciata la loro possibilità di essere rappresentati.

Trenitalia non è nuova ad azioni da “industria di Aldo”: il 12 Agosto otto operai si sono visti licenziare in tronco perché sette di loro avevano fatto timbrare i propri cartellini ad un collega per la fine del turno. La timbratura irregolare era dettata dalla fretta dei dipendenti che, dopo aver completato un turno con dello straordinario, volevano guadagnare qualche minuto per prendere il treno che li avrebbe riportati a casa. Vale la pena di ricordare che gli straordinari fatti sono dovuti al forte sott’organico patito dal personale di Trenitalia, che ovviamente si guarda bene dall’assumere nuove maestranze, dal momento che ha la possibilità di risparmiare torchiando gli operai che già ha (anche grazie alla nuova detassazione degli straordinari). Pure in questo caso la Società ha saltato ogni sanzione intermedia e li ha licenziati immediatamente con la motivazione di “aver rotto il rapporto di fiducia instaurato”. Con buona pace del lavoro extra fatto. Naturalmente un licenziamento motivato in questa maniera non sta né in cielo né in terra…

In tutto questo epilettismo padronale i Sindacati, se si esclude quello di categoria, hanno emesso solo flebili proteste. Dove è la loro voce, la loro solidarietà, le loro azioni a sostegno di un rappresentante dei lavoratori licenziato in modo così pretestuoso?

Il ritorno delle ferriere della Rivoluzione Industriale è un fenomeno generalizzato: lo svuotamento del Contratto Collettivo Nazionale a favore della contrattazione di secondo livello indebolisce i lavoratori di una fabbrica, che si trovano soli di fronte alle richieste del datore di lavoro. Anche in questo caso i Sindacati paiono assecondare la linea di Confindustria. Così come li assecondano nel voler legare i salari alla produttività aziendale, collegando eventuali aumenti di stipendio solo ad un aumento del lavoro, e quindi dei profitti del datore di lavoro. La teoria del plusvalore di Marx è abbastanza chiara, ma chi deve difendere i lavoratori pare essersene dimenticato.

Oltre ad essere sfruttati di più, pagati di meno, flessibilizzati in forme contrattuali che offrono meno garanzie e una facilità di licenziamento molto più elevata, oltre a rischiare quotidianamente la vita in aziende che non intendono investire sulla sicurezza (la Marcegaglia si è opposta ad un aggravio delle sanzioni nei confronti dei datori di lavoro che si rendono colpevoli di omissioni in materia di sicurezza sul lavoro, sostenendo che basta creare una cultura ad hoc, che ovviamente non costa nulla agli imprenditori) oggi, come dimostra Trenitalia, anche la rivendicazione dei propri diritti viene negata. Si tratta di un ulteriore arretramento che porta la classe degli operai a vedere la loro vita svenduta agli interessi dei più forti, nel silenzio colpevole del sindacato. Che roba, Contessa!

 

Foto da http://digilander.libero.it/praweb/

Anche la demagogia ha le gambe corte

Posted by admin On Agosto - 18 - 2008

Quando un Governo fonda il proprio consenso sulla demagogia, sulle promesse suadenti, si deve inevitabilmente scontrare con la realtà dei fatti e le fatali contraddizioni in cui è destinato a cadere. Le dichiarazioni sull’Ici rilasciate da Bossi sono solo l’ultima (per ora) puntata della saga. La Lega Nord, accorgendosi che i sindaci di pura razza padana sono senza soldi a causa dell’eliminazione della Imposta Comunale sugli Immobili, vedono il loro serbatoio di consensi a rischio e perciò propongono di riformare la tassazione comunale e reintrodurre la principale fonte di entrata dei Comuni stessi. La proposta ha suscitato la reazione sdegnata degli esponenti del PdL che, come ha affermato lo stesso Bocchino, hanno vinto le elezioni anche grazie a quella promessa. Una promessa chiaramente propagandistica, che viene definitivamente smascherata dalla richiesta della Lega Nord, se mai ce ne fosse stato bisogno. Del resto, basta dare un’occhiata alle voci della tassazione regionale e comunale nelle buste paga, mettendo a confronto quelle di Gennaio con le ultime, per rendersi conto di come gli Enti locali, trovandosi con sempre meno entrate e con maggiori tagli, facciano fatica a garantire il normale funzionamento dei servizi.

Ma, appunto, l’Ici non è che l’ultimo episodio delle mille contraddizioni in cui cade lo schieramento al Governo. Ad esempio, criticano Famiglia Cristiana per i suoi editoriali, affermando che impiega un linguaggio da “manganellatore fascista”, poi basta scorrere qualche titolo di giornale anche recente per farsi un’idea dell’abituale bon ton sfoggiato dai vari esponenti della coalizione. Criticano la manifestazione di Di Pietro, tanto da arrivare a boicottare l’elezione di un esponente dell’IdV alla commissione di vigilanza della RAI, un fatto inedito, e pochi giorni dopo si producono nelle famose affermazioni sulla “Cloaca massima” con la quale molto amichevolmente qualificano il Presidente della Repubblica e tutto il CSM, oppure si esibiscono in gestacci e insulti all’inno nazionale e agli abitanti del Mezzogiorno. Dichiarano di prodigarsi per la sicurezza in Italia e raccolgono le proteste di tutti i sindacati della Polizia a causa dei tagli, dell’utilizzo dei militari e del potenziamento dei poteri per il sindaco, come dichiarato dal Coisp stesso. Agitano lo spauracchio di Visco, eppure nel 2002, riformando l’Irpef, ottennero il risultato di far pagare meno i ricchi e di più le fasce medio-basse di reddito con una proposta incostituzionale.

A proposito della riforma elettorale hanno asserito che è intenzione del governo mandare in Europa “partiti veri, con una storia, non chi tenta di andare in Europa o di prendere finanziamenti elettorali”, eppure Forza Italia è un partito senza storia e i finanziamenti elettorali di “Roma ladrona” fanno molto comodo anche alla Lega Nord. Si rifanno al giudizio di giornali inglesi che si occupano di economia riguardo ad editoriali sull’immunità delle cariche dello Stato (21/06/08, Financial Times), ma tralasciano di citare un editoriale dello stesso giornale di 5 giorni dopo che recita: “una volta di più, Berlusconi si concentra su se stesso e non sull’Italia”, “Guardare il suo nuovo governo in azione è un po’ come sedersi a rivedere un brutto film”, “le ultime dimostrazioni già lasciano prevedere un altro horror show”. perchè “una volta di più il premier 71enne impiega gran parte della sua energia politica a proteggersi dalle pubbliche procure d’Italia”, senza contare le ultime critiche ricevute dall’Indipendent. Le voci contrarie godono sempre di poco battage pubblicitario. Berlusconi è sempre in prima linea, surclassando tutti. Costruisce un’intera campagna elettorale contro l’UdC, reo di avere rotto l’alleanza (dichiara che “A livello locale dobbiamo fargli terra bruciata intorno. Non dobbiamo dirlo in pubblico, ma dobbiamo farlo sul territorio” 17-02-08; “Il mio rapporto con Casini non è mai stato positivo dal ‘94. Senza di lui avrò meno difficoltà a decidere. E’ lui che ha tradito i suoi elettori che erano in piazza con il Pdl” 23-02-08), poi sei mesi dopo il PdL è pronto a fare loro ponti d’oro (Rotondi, 12-08-08). Si sa, il Cavaliere condanna con fermezza il “teatrino della politica”, salvo quando deve farsi vedere con una scopa in mano a fare il “Presidente spazzino” con evidente intento di far aumentare il suo indice di popolarità.

Nel frattempo, dopo le annunciate dimissioni di Olmert, arrivano in data di ieri quelle del Presidente pakistano Musharraf, incriminato di aver violato la Costituzione. Pur dichiarando pubblicamente che le accuse subite sono false, il Presidente del Pakistan non ha esitato a rassegnare le sue dimissioni e a sottoporsi al processo. Lui.

 

Foto da www.videocomunicazioni.com/

Famiglia Cristiana: torna il ventennio?

Posted by admin On Agosto - 15 - 2008

Non conosce freni la politica del manganello che il Governo Berlusconi IV sta attuando da metà Maggio: chiunque si opponga è destinato ad essere schiacciato tra l’indifferenza del centrodestra e la berlina mediatica che lo stesso schieramento politico può mettere in azione. Padrone ormai di tre dei quattro poteri dello Stato (Esecutivo, Legislativo e l’informazione), l’ultimo baluardo prima della dittatura è rimasta la Magistratura. Ma nessun timore, a Settembre hanno già promesso di sfasciare anche quella. Perfino Famiglia Cristiana si è accorta del tunnel imboccato dall’Italia, e lo denuncia nei suoi editoriali: prima scagliandosi contro le leggi ad personam che si è affrettato a varare il nostro premier (editoriale del 23 Giugno), poi contro la legge razziale delle impronte ai bambini rom (30/06/08), ancora facendo una analisi dell’operato del Governo (“Un Paese da marciapiede”, 11/08/08) e infine denunciando lo stile “nostalgico” dell’azione di Governo(13/08/08), che fa la voce grossa e ricorre alla forza quando è sicuro della vittoria per mettere a tacere ogni dissenso.

Effettivamente, l’analisi del settimanale delle Edizioni Paoline non lascia campo all’immaginazione e arriva dritto al sodo: l’Italia ha un debito pubblico da terzo mondo e una possibilità di ripianarlo quasi pari a zero (rapporto debito pubblico/pil al 106%), salari da fame e debiti che gravano le famiglie, poveri sempre più in aumento. Il Governo invece sembra molto più preoccupato di aggiustare i guai giudiziari dei propri esponenti e pone come prioritari l’immunità totale per quattro cariche dello Stato, il blocco di centomila processi, il bavaglio all’informazione e alle indagini della Magistratura con la legge sulle intercettazioni. In più ci isola dalla comunità internazionale con atteggiamenti equivoci, tanto da far guadagnare agli Italiani la nomea di razzisti, approvano una legge indegna come quella delle impronte e dando risposte evasive, quando non incuranti, a chi chiede loro conto delle loro azioni. L’UE ha redatto un resoconto allarmante sullo status dei movimenti razzisti in Italia, ma la risposta della Farnesina è stata la stessa che hanno dato Cina ed India in riferimento al Tibet e al Kashmir: sono affari nostri, non immischiatevi. Hanno varato una finanziaria piena di tagli allo stato sociale e invaso il Paese di soldati (La Russa li paventa anche nei cantieri edili come antidoto alle morti bianche, siamo alla follia pura), le leggi sono emanate direttamente dal Governo, formato da persone di fiducia (l’insegnante dei figli di Berlusconi, il suo segretario di fiducia, la velina che, scherzosamente, voleva sposare, tutti Ministri, o il suo avvocato Ghedini, parlamentare).

Chiunque si opponga alla loro arrogante avanzata viene bollato di comunismo, di fascismo o di altri epiteti a seconda dell’umore del momento: l’IdV tenta di denunciare questo status di cose, e il partito diventa un covo di forcaioli, reazionari, giustizialisti, comunisti e fascisti. Il Pd si è affrettato a prendere le distanze e insiste nel cercare un dialogo con il regime in nome della governabilità, e a creare televisioni in parallelo, tentando di battere Berlusconi sul suo stesso campo: a Veltroni manca solo l’elmo di Mambrino in testa e poi è pronto per affrontare i mulini a vento. Famiglia Cristiana non è sfuggita allo stesso destino: i suoi editoriali si possono definire duri, senz’altro, decisi, ma questo fa parte delle regole del giornalismo. Ma la voce del dissenso non è consentita, sono gradite solo le piaggerie. Se Berlusconi fa il saltimbanco con la scopa in mano sembra più che naturale che lo si chiami “Presidente spazzino”. Uno dei metodi preferiti dal dispotismo del centrodestra è quello della querela: e infatti Gasparri si è affrettato a querelare il direttore del settimanale reo di avere criticato il suo operato a Marettimo con le ingiuriose parole di “predica bene e razzola male” e di aver chiarito che Gasparri “non ha nessun titolo per dare patenti di cattolicità” (pensate che affronto). Un vero e proprio fuoco di fila è partito dai banchi del PdL, con accuse di “cattocomunismo” e “criptocomunismo”; Giovanardi si è spinto ancora più in là e ha definito il linguaggio di Famiglia Cristiana “da manganellatori fascisti”. Ma allora, ci chiediamo, quando il PdL definisce il CSM una “cloaca massima”, quando afferma che “un Giudice è antropologicamente differente da un qualsiasi essere umano”, quando i loro alleati leghisti vanno avanti a forza di gestacci, insulti, e manifestazioni nei campi rom, quando chi è all’opposizione è un “forcaiolo”, quando chi propone un referendum abrogativo contro la porcata del Lodo Alfano viene definito “eversivo”, quando ancora pubblicamente e a più riprese si dichiara che la Magistratura vuole sovvertire il voto popolare… quando la politica del centrodestra è questa, con che faccia, con che morale possono dichiarare che chi dissente in modo fermo, certo, ma non volgare,e pienamente legittimo, utilizza un linguaggio da manganellatore fascista? La domanda, ovviamente, è retorica. Cercare una morale in un fascista è come cercare il mare a Chamonix.

Se da un canto la reazione del centrodestra appare naturale, poiché la reazione del picchiatore è l’unica che conoscono, dall’altra stupisce la deplorazione pubblica del Vaticano, che lascia il settimanale paolino privo di copertura: il direttore della sala stampa vaticana, padre Lombardi, ha infatti dichiarato che Famiglia Cristiana “non ha titolo per esprimere né la linea della Santa Sede né quella della Conferenza Episcopale Italiana”. L’affermazione, proprio perché intrinsecamente scontata, suona come un pesante monito e una sostanziale presa di distanza. Famiglia Cristiana infatti, in questi interventi, non si è mai sognata di fare da portavoce alla Santa Sede. E infatti padre Lombardi aggiunge, subito dopo: “Le sue posizioni sono quindi esclusivamente responsabilità della sua direzione”. Un così netto distacco dalle parole del settimanale fa supporre che il Vaticano appoggi sostanzialmente il Governo Berlusconi. Certo, il colloquio del 6 Giugno, con il famoso baciamano del Cavaliere in perfetto stile da “lotta per le investiture”, deve aver influito, così come le richieste del Papa per i finanziamenti alle scuole cattoliche.

Del resto, di che stupirsi: la Chiesa ha sempre appoggiato i regimi, ultimi quello franchista con la sua garrota, e il Cile di Pinochet, concedendo a quest’ultimo anche funerali in pompa magna.

Famiglia cristiana è avvertita.

 

Foto da severinosaccardi.blogspot.com

Prove di III^ Guerra Mondiale

Posted by admin On Agosto - 14 - 2008

Nonostante che la tregua paia reggere, resta molto alta la tensione in Georgia: se gli spari sono cessati volano comunque dichiarazioni che possono innescare un nuovo ritorno al conflitto armato. La mediazione europea, guidata dal presidente Sarkozy, è riuscita a strappare solo una generica “condivisione di principi politici”, naufragata sul punto sei dell’accordo, cioè quello di istituire un tavolo di discussione sulla situazione della Sud Ossezia e dell’Abkhazia: se nominalmente Mosca ha accettato la modifica proposta dal Governo di Tbilisi che sostanzialmente stralcia l’intenzione di confrontarsi sul problema delle due regioni autonome, con i fatti continua a sostenere le rivendicazioni dei loro Governi, che hanno già dichiarato di non voler trattare con la Georgia. Inoltre il Governo georgiano e quello russo interpretano in modo diverso il punto in questione, i primi come una chiusura ad ogni tipo di rivendicazione autonomista, i secondi chiarendo che “sovranità non significa integrità territoriale” e proponendo che siano “abkhazi e osseti del Sud a decidere”. Dunque, si è al punto di partenza.

Attualmente il conflitto va avanti per mezzo di accuse reciproche di pulizia etnica e rottura della tregua: per alcune di esse si è già dimostrata l’infondatezza, come per la presunta marcia di carroarmati russi verso Tbilisi, mentre altre si sono rivelate corrette: i militari russi sono effettivamente presenti a Gori, quindi in territorio georgiano, per “evacuare materiale militare da una caserma in disuso”, secondo la spiegazione fornita da Mosca. Le truppe si sono appena ritirate, consentendo ai georgiani di tornare a controllare la città. Questo stato di tensione giustifica la diffidenza reciproca che gioca a favore del mancato ritiro dei due eserciti, per motivi di sicurezza.

La situazione si fa ancora più intricata se si osservano gli atteggiamenti tenuti dalle parti terze, Ue e USA in testa. L’Europa si è schierata a favore dell’integrità georgiana, in aperto contrasto con quanto fece per il Kosovo, e quindi appoggia la politica filoamericana del governo di Tbilisi: tuttavia molti Paesi europei dipendono, per le forniture di gas e per intensi rapporti commerciali, proprio con la Russia, perciò una rottura netta è sconsigliabile. L’emblema della situazione che vive il vecchio continente è il nostro Presidente del Consiglio, che, non sapendo più che pesci pigliare, si sta barcamenando tra i noti ossequi agli americani e il “suo amico Putin”; una telefonata all’amico di Mosca gli ha fornito il pretesto per accaparrarsi parte del merito della fragile tregua ottenuta. Per il momento l’UE ha deciso solo di intensificare le missioni di osservatori ONU e Osce, rimandando a Settembre un tavolo di confronto serio. Gli Stati Uniti invece hanno finalmente garantito l’appoggio aperto alla Georgia, minacciando Mosca di essere tagliata fuori dai Fori internazionali a causa del suo comportamento aggressivo e ingiustificato. Viene allora spontaneo da chiedersi dove fossero gli americani e tutti gli altri Paesi dei Fori internazionali quando si sono consumati gli attacchi in Iraq, in Afghanistan, in Somalia, in Vietnam e via discorrendo.

Resta il clamoroso errore di valutazione politica del presidente georgiano, Saakashvili, che ha deciso di intraprendere questa prova di forza in un momento in cui gli U.S.A., a causa del cambio di Presidente, della crisi economica scaturita dai mutui subprime e di quella energetica, hanno un momento di forte debolezza sul piano internazionale, al contrario della Russia, che è in continua crescita e che gode di ottimi rapporti con la Cina. Gli States quindi non hanno potuto fornire l’appoggio politico (e magari anche militare) sperato ai georgiani, evento che peserà parecchio nel futuro, quando gli Americani si ripresenteranno ad altri Stati “offrendo protezione” in cambio di, nel senso comunemente inteso nel Sud Italia. Certo è che in mancanza di una solida copertura americana sono intervenuti gli Stati baltici e l’Ucraina, che perseguono politiche fortemente filoamericane e in aperto contrasto con la Russia. Scene da “Guerra fredda”. Ma ancor di più, questo quadro politico così intricato, richiama alla mente gli eventi appena precedenti alle due guerre mondiali: la dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia portò ad una sorta di effetto domino che innescò il Primo conflitto, l’invasione della Polonia da parte della Germania il secondo. In entrambi questi casi era in ballo molto di più del semplice contrasto tra i due Stati e, esattamente come nel panorama attuale, contrasti economici e politici avevano già delineato forti tensioni.

La questione dell’Ossezia del Sud potrebbe essere un innesco ideale per una terza guerra mondiale. Al momento non pare si siano accumulate così tante tensioni e bisogni, ma anche per la Prima e la Seconda guerra mondiale ci furono episodi  simili alle cause scatenanti, durante gli anni precedenti, che fornirono segnali inquietanti di ciò che sarebbe accaduto in seguito. Per esempio, nel 1912 si rischiò il collasso con il conflitto tra Italia e Turchia, nel 1936 con la guerra civile spagnola, nel 1938 con l’annessone dell’Austria e di parte della Cecoslovacchia da parte della Germania.

Cerchiamo, almeno una volta, di imparare da un passato che non è nemmeno troppo lontano.

 

Foto da www.army.mil.nz/

Alitalia: un caso di gestione all’italiana

Posted by admin On Agosto - 13 - 2008

Lunedì la procura di Roma ha annunciato l’apertura di un fascicolo in seguito ad una inchiesta del Codacons, che ha rivelato come Alitalia sia costata agli Italiani 5 miliardi e 187 milioni di euro nel corso della sua gestione. Il Codacons ipotizza per questo sperpero i reati di malversazione ai danni dello Stato e truffa aggravata per il conseguimento di illecite erogazioni pubbliche. Questa indagine rappresenta la punta dell’iceberg di una gestione della compagnia di bandiera che ha visto il collasso una volta che è stata data in pasto ai privati. Stipendi di manager da favola pari a 190.000 euro al mese, come quello di Cimoli e buonuscite faraoniche, amministrazioni rovinose da parte di finanzieri che non erano competenti in materia di aerei, assunzioni di comodo, speculazioni come il mantenimento dell’aereoporto di Malpensa. Eppure, grazie all’azione congiunta di sindacati e Governo, questo quadro fosco non pare destinato a migliorare nel futuro.

L’azienda ha ventimila dipendenti e perdeva più di un milione di euro al giorno, le sue azioni ormai valgono meno della carta che occorre per stampare i titoli (221 milioni di euro persi nei primi sei mesi del 2006, 215 nei primi tre mesi del 2008, Il Sole 24 Ore, 14/05/08; sette anni fa le sue azioni valevano 6,332 euro, ieri 0,445, il 06/04/98 18,69). Berlusconi promette che “In Autunno riusciremo a mantenere una compagnia di bandiera che abbia i conti in attivo” (01/08/08) ma viene spontaneo chiedersi, come ha fatto Bersani, in Autunno di quale anno. Tuttavia il premier sprizza sicurezza da tutti i pori: “Per adesso abbiamo due cose sicure: abbiamo i capitali necessari per la nuova Alitalia. E abbiamo lo slogan: “Io amo l’Italia, io volo Alitalia”” (24/07/08). Il volgare nazionalismo da operetta stile “Gli spezzeremo le reni” prosegue con altre dichiarazioni quali “Un grande Paese non può non avere una compagnia di bandiera” (sempre il cavaliere, sul fido Tg4, il 02/08/08), ed è lo stesso che ha portato il leader del PdL ad affondare definitivamente la trattativa con Air France durante la campagna elettorale, poiché non si poteva “svendere al francese”. Pure, in questa occasione non si può certo affermare che il nazionalismo sia fine a se stesso: ad esempio, perché tutta la politica del Governo va in direzione della riduzione degli statali fannulloni in sovrannumero, ma nessuno si è appuntato sull’evidente surplus di personale di Alitalia, fino a prima dello sfascio attuale? Come per le Poste, la compagnia di volo è il ricettacolo di molte assunzioni di comodo che avrebbero avuto vita dura con una gestione estera. La stessa domanda, peraltro, la si può rivolgere ai sindacati, che negli ultimi quindici anni non hanno mai sostenuto una battaglia così virulenta (e ingiustificata) per la salvaguardia dei posti di lavoro come quella fatta per Alitalia. Forse il fatto che Pezzotta abbia legami con Toto, patron di Air One, può portare sulla pista giusta: la “svendita al francese”” avrebbe tagliato fuori l’imprenditore abruzzese che, detto per inciso, è ricoperto di debiti che potrebbe scaricare su Alitalia, qualora ne entrasse in possesso. Già, i sindacati. Sarà interessante vedere la faccia dei tre segretari quando dovranno spiegare ai dipendenti di Alitalia che gli esuberi sono almeno 5.000 e non i 2.000 paventati dal piano di Air France; “Se si prevedono 4 mila esuberi non ci sediamo al tavolo” (Cisl e Uil, 30/06/08). Sì perché gli esuberi previsti da Spinetta erano proprio 2.000 (18/12/07), e non 7.000, come ha pietosamente tentato di far credere, mentendo, il Presidente del Consiglio (07/08/08). Del resto, non è un caso se i sindacati già di fronte alla cifra di 4.000 licenziamenti si fossero rifiutati di trattare.

Il nazionalismo, come si diceva, ha fini ben precisi: “L’obiettivo è che l’Italia possa avere una sua compagnia di bandiera che faccia profitti” afferma Berlusconi al Tg1 (07/08/08). Più chiaro di così… In questa ottica si comprendono meglio diversi interventi successivi alla proposta francese:

- l’invenzione della “cordata italiana già pronta” durante le elezioni, cordata materializzatasi nei soliti noti (Ligresti, Benetton, Aponte) solo a fine Luglio.

- il possibile ingresso, grazie ad un decreto dell’11 Giugno, di Banca Intesa nella cordata, nonostante la stessa Banca fosse stata nominata come Advisor, quindi con un ruolo neutrale e totalmente differente (con diverse polemiche, dal momento che non sei era mostrata propriamente imparziale nei contronti di Air One).

- il prestito ponte di 300 milioni di Euro, pagato dai cittadini e incamerato dalle casse della compagnia sull’orlo del fallimento. A proposito del prestito ponte è bene ricordare che Air France lo avrebbe restituito integralmente, al contrario di quello che avverrà ora, e che comunque rischia di costare alle tasche dei cittadini molto di più, dal momento che l’UE si è chiaramente espressa in merito: “L’Italia ha agito in modo illegittimo” (22/07/08). Tradotto significa che è in arrivo una multa, come quella che stiamo pagando perché Rete 4 non è andata sul satellite, liberando le sue frequenze.

L’operazione Berlusconi si concretizzerà in una riduzione della compagnia, 90 nuovi aerei e un miliardo di capitalizzazione immediata, ma in realtà di questo miliardo 300 milioni sono derivati dal prestito ponte. Air France offriva un miliardo subito, cinque entro il 2013, una sostituzione di velivoli meno spinta, in attesa della risistemazione dei conti e soprattutto una compagnia solida alle spalle. Insomma, esclusa Air France, tra la scelta di una cordata italiana, un socio industriale nazionale e un partner internazionale noi siamo riusciti a fare un poccio di tutte e tre le opzioni. Alitalia diventerà più piccola quando, a livello mondiale, tutte le compagnie aeree piccole sono sull’orlo del fallimento, o hanno già fallito a causa dell’aumento dei costi del carburante e della globalizzazione del mercato che favorisce solo i colossi. Per evitare questo destino, infatti, Alitalia  potrebbe ricercare un appoggio con Lufthansa.

Ma non ci si preoccupi: dopo Alitalia hanno già annunciato la privatizzazione anche delle Poste, dell’Istituto Poligrafico, di Tirrena e di Fincantieri. Tutto in ossequio al profitto.

 

Foto da www.circololibertaalghero.com/

La tara del nazionalismo

Posted by admin On Agosto - 12 - 2008

Kosovo, Irlanda, Palestina, Tibet, Sud Ossezia, Kurdistan, Cecenia, Paesi Baschi, Sahara Occidentale, Darfur. L’elenco delle regioni che rivendicano la loro indipendenza è in realtà molto più lungo e riflette una realtà di conflitto planetario che provoca ogni anno migliaia di morti a fronte di nessun vantaggio acquisito. In molti dei casi ricordati queste ostilità vedono come forza motrice il nazionalismo e l’appartenenza ad un determinato gruppo etnico, giustificato dal principio dell’autodeterminazione dei popoli: si tratta, in realtà, del solito gioco mistificante di slogan mischiati a paragoni e tesi superficiali, che diventano verità inoppugnabili in virtù della grancassa mediatica di cui godono: le cause di indipendentismo giustificate sono in realtà poche.

Innanzitutto sono casi profondamente diversi tra loro, che hanno origini e cause specifiche: ad esempio, il Tibet era uno Stato autonomo che poi venne conquistato con la forza dalla Cina, mentre il Kurdistan non è mai esistito. Nel caso del Darfur si ha una regione popolata in grande parte da una etnia che si oppone al dominio ferreo di una seconda etnia. I Paesi Baschi, infine, agognano all’indipendenza politica da uno Stato di cui fanno parte da secoli e dal quale possono già vantare una forte autonomia. E tuttavia in ognuno di questi casi si soffia sempre sulla fiamma del patriottismo esasperato. Questa vera febbre che colpisce un’intera Nazione viene alimentata in genere da poche persone che hanno interessi ben precisi, che trascendono dall’identificazione di uno Stato con la Nazione che lo abita: è il caso, ad esempio, di tutti i “Signori della Guerra” africani. Spesso per arrivare alla gestione del potere questi attori politici cercano l’appoggio di potenze planetarie che possano garantire loro rifornimenti e copertura internazionale, mentre i sostenitori interni si creano grazie alla salvaguardia della tradizione nazionale. Erano nazionalisti anche i movimenti che supportarono politicamente il golpe che determinò la caduta di Allende in Cile (anche essi sostenuti dalle multinazionali americane), così come i fascisti e i nazisti in generale. Nel corso del tempo, dopo il concetto di razza ariana, si è passati attraverso quello di “Ivorianità” del presidente Henri Konan-Bedié, fino ad arrivare a quello de “la Georgia ai Georgiani”. Non occorre scendere nel dettaglio per argomentare quanto stolta e insensata sia questa idea. E’ invece interessante notare come molte volte si accostino alcune di queste rivendicazioni con i moti Ottocenteschi. Esattamente come per il paragone tra gli emigranti italiani e quelli odierni dell’Africa, si è di fronte a  somiglianze speciose, se non addirittura a concetti ribaltati. Il processo di unificazione italiano, così come quello tedesco, ha visto Stati diversi aggregarsi in un’unica entità, mentre in molti dei casi elencati all’inizio, ex-Jugoslavia compresa, si assiste all’opposto ad una disintegrazione di qualcosa di preesistente. Invece che cercare di mettere assieme qualcosa ognuno cerca gelosamente di tenere per sé; si attribuiscono qualità intrinseche al proprio gruppo di appartenenza giustificando un concetto di disuguaglianza, si contribuisce a tenere vive le barriere che ci separano. Viene da chiedersi se siano più importanti la bandiera, la moneta e i tratti somatici o la cultura e le tradizioni. La cultura e le tradizioni si devono cercare di conservare indipendentemente dal fatto che si abiti in uno Stato identificato con una Nazione o meno. Se il modello regge, se ha sostenitori che vi si riconoscono e lo ritengono valido, esso sopravviverà comunque anche all’interno di uno Stato multinazionale, mentre al contrario se esso è sterile può essere sostenuto artificialmente per un po’ di tempo, ma si sgretolerà inesorabilmente alla prima occasione. Tutta la nostra Storia è fatta di nomi, usanze, consuetudini, modi di fare che mutano gradatamente nel corso del tempo, e questo rimane un processo inarrestabile. Lo lamentavano già i Romani, e i Greci prima di loro, quando tuonavano sulle mollezze che spazzavano via il costume austero dei secoli precedenti, lo si ritrova perfino nella costruzione politica dei Sumeri.

Quello che conta veramente non è mai la salvaguardia di una identità nazionale, un concetto di per sé privo di significato, ma la salvaguardia dei diritti umani, che devono essere garantiti in modo uguale per tutti: essere Italiano vuol dire poco, avere le stesse possibilità di altri cittadini di accedere a cariche politiche è invece un fondamento della convivenza. La tradizione locale, l’héritage, per dirla alla francese, è un insieme di cose che si tramanda indipendentemente dalle rivendicazioni politiche e va difeso strenuamente solo quando la sua repressione è la repressione di un diritto di manifestazione.

 

Foto da da www.daylife.com

Ossezia = Kosovo: una questione di risorse

Posted by admin On Agosto - 11 - 2008

C’era una volta una regione chiamata Kosovo, che reclamava la sua indipendenza. Prima faceva parte di una federazione di Stati e godeva di una certa autonomia, ma questa autonomia era stata ridimensionata dal presidente della federazione. Gli Stati Uniti, non avendo altro sistema per mettere piede in una zona ricca di oleodotti e sulla quale non riusciva ad esercitare influenza, decisero di finanziare un gruppo militare dedito al narcotraffico ed alla delinquenza. Il gruppo di banditi, che prese il nome di Uck, insorse e riuscì così a tenere testa all’esercito del presidente della federazione. Ma la faccenda non si sbloccava, nonostante i copiosi rifornimenti di armi americani, così gli States, in barba a qualsiasi procedura ONU, decisero unilateralmente di bombardare la capitale della federazione grazie allo zerbinesco appoggio del Presidente del Consiglio italiano, che rispondeva al nome di Massimo D’Alema.

Ovviamente, era una guerra umanitaria. In nome del principio di autodeterminazione dei popoli il Kosovo doveva rendersi indipendente dalla federazione. La fila delle guerre umanitarie promosse dagli USA comprendono anche l’invasione dell’Iraq poiché possessore di armi di distruzione di massa, oltre che della maggior riserva petrolifera planetaria, nonostante tutti gli ispettori ONU certificassero l’assenza di tali armi, e la guerra preventiva all’Afghanistan, un concetto politico che avrebbe fatto sicuramente proseliti nel Gabinetto di Hitler. Per tornare al Kosovo, dopo qualche anno di gestione guidata dall’ONU, viene proclamato un referendum, in modo unilaterale da parte degli abitanti del Kosovo, per affermare la propria indipendenza: la sovranità viene riconosciuta da una grande parte degli Stati più ricchi del mondo che negano quindi l’unità territoriale della Serbia, Paese di cui il Kosovo fa parte. La cosa, stranamente, non si ripete per il referendum indetto dalla regione Basca, che viene ignorato da tutto il resto del mondo, Spagna in testa. Loro non possono autodeterminarsi.

 

C’era una volta una regione chiamata Ossezia del Sud. Del Sud perché quella del Nord è sotto l’influenza russa, mentre quella di cui parliamo è annessa al territorio della Georgia. Originariamente l’Ossezia era una regione che faceva parte della federazione dell’U.R.S.S., e che godeva di ampia autonomia. Poi, dopo il crollo dell’Unione Sovietica si è prodotta questa spaccatura. Gli Stati Uniti, non avendo altro sistema per mettere piede in una zona ricca di oleodotti, e sulla quale non riusciva ad esercitare influenza, decisero di appoggiare incondizionatamente il partito georgiano filo americano. Un po’ come continuano a fare con Israele. Il partito in questione vince le elezioni. L’autonomia della quale godeva l’Ossezia del Sud venne drasticamente ridotta quando la Georgia diventò indipendente e il referendum del 2006 con il quale i Sudosseti si autoproclamano indipendenti fu ignorato da tutti, comunità internazionale compresa.

Accade che in questi giorni le ostilità tra georgiani e sud osseti si siano rinfocolate. I Sudosseti denunciano morti nelle strade ed ospedali rasi al suolo, oltre a molte vittime civili; qualcuno tira perfino in ballo la pulizia etnica (fonti principalmente russe). La Russia interviene con una “guerra di appoggio umanitaria” in favore dello Stato osseto. Il presidente degli USA condanna l’azione della Russia con queste parole: “L’integrità territoriale della Georgia va rispettata”; “La crisi in Georgia mette in pericolo la pace nella regione” (09/08/08). Sono esattamente le stesse parole pronunciate dal nostro Ministro degli Esteri, Frattini, facente parte della coalizione che approvò l’operazione americana nel Kosovo, assieme all’allora Governo di centrosinistra. “rifiuto delle armi per difendere l’integrità territoriale” ha anche aggiunto l’Onorevole. Gli Usa si spingono oltre e dichiarano le azioni russe “pericolose e sproporzionate”.

 

Ci sono ancora regioni che subiscono sorti analoghe a quelle raccontate, senza nessun clamore mediatico. La vicenda più simile è quella della Repubblica cecena, dove i Russi continuano a compiere massacri impuniti. Vi sono altre zone, come il Darfur, la Sahara Occidentale e il Rwanda in cui si continua a morire di fame e di guerra, senza che nessunosi preoccupi di pianificare ed attuare un “intervento di appoggio umanitario”. Sono tutte regioni sprovviste di materie prime.

 

Foto da walkingclass.blogspot.com

Nucleare o Rinnovabili?

Posted by admin
Gen-9-2007 I ADD COMMENTS
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