Ora è tutto chiaro; il Governo Berlusconi IV ha una solida fonte ispiratrice. Non si tratta, ovviamente, del suo programma elettorale, ma della celeberrima favola di Carlo Lorenzini, in arte Collodi. Se hanno concepito un sistema giudiziario modellato sul Paese di Acchiappacitrulli, ora, di fronte alla crisi economica incalzante, propugnano il Paese dei Balocchi.
“Se i cittadini consumatori si faranno prendere dalla paura, le imprese ridurranno la produzione, metteranno parte dei lavoratori in cassa integrazione. E questo significa che molte famiglie non consumeranno più come prima e la crisi si avviterà”, perciò uscire dalla crisi “dipenderà alla volontà di non cambiare lo stile di vita e di non rinunciare agli acquisti”.
Benvenuti, appunto, nel Paese dei Balocchi. Spendete, spandete, non abbassate il vostro tenore di vita e siate felici, ottimisti come il vostro Presidente del Consiglio. Non rinunciate ai vostri divertimenti, ai piccoli lussi che vi concedete, anche se siete a corto di liquidi, e magari con un parente in cassa integrazione; arricchite le industrie (anche quelle del Presidente del Consiglio). Non date ascolto alle Cassandre che vi prospettano tempi cupi, perché sono brutti e cattivi figuri di sinistra. Noi abbiamo sempre il sorriso sulle labbra. Almeno fino a quando non verrete trasformati in asini, ma questo per ora non vi concerne.
Gli Italiani devono essere tenuti nell’ignoranza di quanto accade, rassicurati che tutto stia andando quasi per il meglio. I loro timori vanno dirottati su altre cose. Che il quadro sia poco positivo, ovviamente, non si può negare, ma, come ha detto il Ministro per lo Sviluppo Economico Scajola, “Da metà 2008 l’Italia è entrata in una recessione tecnica e dovremmo chiudere l’anno con un Pil in lieve calo dello 0,2%. Nel 2009 secondo il Fondo Monetario dovremmo registrare un Pil negativo dello 0,6%, mentre la Germania sarà a -0,8% e la Spagna a -0,7%.”. Quindi è tutto nella norma. Non ci si spaventi, lo dice anche Tremonti: “Il sistema Italia è più solido di quanto crediamo: il debito pubblico e privato è pari al 125% del Pil, contro il 130% della Germania. Degli altri Paesi è meglio non parlarne”.
Gli sforzi per contrastare i cambiamenti climatici? “Donchisciotteschi”, parola di Berlusconi che, non a caso, è stato sempre un fervido sostenitore di Bush; “c’è la crisi economica, mi sembra esagerato che l’Europa voglia farsi portabandiera nella battaglia sul clima”. I soldi prima di tutto.
Ovviamente le cose stanno in modo molto diverso da quello prospettato. A parte lo schizofrenico ragionamento del Primo Ministro, Scajola e Tremonti ragionano su dati forniti dall’Fmi: si è dimostrato vero, almeno finora, che il sistema bancario del nostro Paese sia più solido rispetto ad altri, e così anche i risparmi delle famiglie. Tuttavia è stato aggiunto anche altro: il centro di ricerca dell’Economist ha tracciato un quadro poco idilliaco. Per il sistema finanziario non è previsto alcun miglioramento per il Belpaese nei prossimi anni. Il farneticante discorso di Berlusconi si scontra anche con la classifica della competitività delle nostre aziende: siamo 40esimi al mondo, dietro la Thailandia, e penultimi in Europa. Anche qui, non è previsto alcun miglioramento. In ogni caso non possono essere i cittadini con le tasche vuote a far ripartire la baracca. Non solo: le prime posizioni della classifica della competitività sono occupate da Paesi con un tipo di Welfare tradizionale: abbiamo la prova, dunque, che quando i politici italiani affermano che il Welfare State non è sostenibile in termini di spesa pubblica o sono incapaci o mentono.
Tremonti e Scajola invece hanno fatto un gioco di prestigio con i numeri. Perché i dati dell’Outlook Ocse dicono che “Il Pil dell’area Ocse sarà pari a -0,4% nel 2009. Mentre l’Italia, con una stima di crescita a -1%, si colloca al quart’ultimo posto. La ripresa è attesa nel 2010″. Non siamo proprio allineati, quindi; l’Italia, inoltre, ha il terzo debito pubblico mondiale e una capacità di ripianarlo piuttosto scarsa, tanto che a fine 2006 Standard&Poor’s ci classificava come A+, poi risaliti ad AA- (contro, però, un declassamento di Ficht). E le cose non sono certo migliorate, aòl punto chhe la stessa S&P agli inizi di Agosto scriveva: “L’alto livello del debito pubblico e l’onerosa spesa per interessi dell’Italia continueranno a limitare la sua flessibilità finanziaria”.
Ci sono poi i dati taciuti: L’Economic Outlook assicura un aumento della disoccupazione che in Italia tornerà all’8% nel 2010, dopo un tasso pari al 6,9% nel 2008 e al 7,8% nel 2009. Se le stime non dovessero essere ritoccate in modo peggiorativo, cosa che di questi tempi avviene abbastanza di frequente, possiamo già ritenerci fortunati. Il tessuto ricco di piccole e medie imprese aiuterà sicuramente i media a non destare scalpore attorno ai licenziamenti di massa, poiché se ne avranno tanti ma poco numerosi. Le aziende non sono messe meglio: l’Ad di Banca Intesa, Profumo, ha dichiarato che “Guardando al ritmo delle cancellazioni di imprese dal registro delle Camere di commercio, si assiste a una dinamica molto più marcata e crescente nell’ultimo periodo: nel secondo trimestre dell’anno il rapporto tra imprese cessate e le attive e’ salito al 2.3% dall’1.7% degli anni scorsi”. Esse sono, inoltre, indebitate con le banche per 916 miliardi di euro (Dato Cgia Mestre, 19/10/08), perciò diventa difficile stimolare ulteriore credito. E se è vero che i dati Fmi confortano in parte i due Ministri, perché nessuno dei due ha rimarcato che lo stesso rapporto evidenziava che l’eventuale ripresa dell’economia italiana sarà “lenta e debole”, impacciata da “rigidità strutturali, mancanza di competitività interna e dalla contenuta risposta sul fronte fiscale”? E che l’Economic Outlook dell’Ocse prevede “ulteriori cali del prodotto interno lordo fino a fine 2009″ a fronte di “condizioni creditizie interne più difficili”, della crisi finanziaria globale e delle “continue perdite di competitività sui costi”?
Mentre i nostri governanti minimizzano, altri sono più sinceri, come il neo presidente degli USA Obama, che forse ha recepito gli avvertimenti Ocse (molti fra i 30 Paesi dell’Ocse “si trovano o stanno per trovarsi, in una recessione durevole e con un’intensità che non si vedeva dall’inizio degli anni ‘80″), o dei pezzi grossi delle banche (Fed o Bce, che hanno parlato molto chiaro).
Le misure adottate sono di conseguenza. Sul fronte famiglie è prevista una “social card” (a cui accederanno solo coloro che sono quasi sotto la soglia di povertà), sconti sulle bollette (che però già devono calare in virtù del crollo del prezzo del petrolio) e ipotetiche misure sui mutui. A proposito delle “Social card” il Codacons è stato piuttosto netto: “Si tratta infatti di interventi ‘una tantum’, di entità tra l’altro modesta, e del tutto insufficienti a coprire le maggiori spese sostenute nel corso dell’anno dalle famiglie, a causa dei rincari dei prezzi e delle tariffe”. Del resto, per quello che si è visto a proposito di Debito Pubblico, c’è poco da largheggiare. Le aziende però beneficeranno di sconti su Ires, Irap, prolungamento di detassazione degli straordinari e, in aggiunta, dei premi di produzione. Inoltre si vedranno garantito il credito. E’ indubbio che le aziende italiane vadano salvaguardate il più possibile da questa situazione, ma appare anche evidente il forte squilibrio di questa manovra tutta a favore delle imprese. La Cgil ha calcolato 400.000 posti di lavoro in meno, e il suo segretario, Epifani, ventila che senza la restituzione del fiscal drag ai lavoratori “a Natale l’unica imposta che sale è quella dei dipendenti e dei pensionati”; e calcola che sarà di “circa 13 miliardi di euro, 350 euro di tasse in più all’anno”. Forse vale la pena che il Governo controlli. Le misure per gli ammortizzatori sociali sono poco chiare, però Berlusconi ha trovato subito 16.6 miliardi di investimenti in infrastrutture.
Paragonati agli altri Stati facciamo, come al solito, una magra figura: il nostro Parlamento è intasato da “priorità” assolute quali il federalismo, mentre altrove tutti gli sforzi sono concentrati per far fronte alla crisi finanziaria. Negli U.S.A. Obama ha riunito “le migliori intelligenze” per escogitare qualcosa di valido, e ha immediatamente chiamato a collaborare l’avversario McCain perché, ha detto, “la saggezza non sta tutta da una sola parte”. Noi invece abbiamo un Premier che chiude la porta in faccia all’opposizione, poi il giorno dopo si dichiara disposto ad accettare consigli, e il giorno dopo ancora li onora della “Laurea del coglione”. Intanto non ha ancora creato un tavolo comune con le altre forze politiche.
In Inghilterra hanno aumentato la tassazione dei redditi più elevati e scontato l’Iva, mentre Francia e Germania, non ritenendo che l’abbassamento dell’Iva possa essere risolutivo, hanno deciso di puntare tutto su ricerca e tecnologia: garantiscono Sarkozy e Merkel. In Italia i ricchi non pagheranno un euro di più, quanto a ricerca e sviluppo la situazione delle nostre aziende è nota da sempre.
Ma c’è di più: il Ministro inglese per l’Energia e i Cambiamenti Climatici (già suona bene, come nome per un Ministero, sa di presa di coscienza) ha appena dichiarato di essere “orgoglioso” del piano appena approvato dal Parlamento inglese, definito come una svolta verde. A chi gli chiede come pensa di conciliare i costi che questo piano comporterà per le aziende con la crisi economica, lui ha risposto: “C’è chi ha già obiettato che, in tempi duri per l’economia, dovremmo fare marcia indietro sui nostri obiettivi in fatto di cambiamenti climatici. In realtà, pur se sono naturalmente possibili dei compromessi, esistono anche soluzioni comuni ad entrambi i problemi: misure di risparmio energetico per le famiglie che riducono consumi ed emissioni, nonché investimenti in nuove industrie ambientali che migliorano la sicurezza energetica mentre riducono la nostra dipendenza dai combustibili inquinanti. D’altra parte, un ritardo in questa direzione non farebbe che rendere più costoso intervenire e, nel lungo periodo, sappiamo che i costi dell’inazione sui cambiamenti climatici superano i costi dell’azione”. Ce ne è abbastanza per chiedere asilo politico. La squallida realtà è che i nostri industriali vogliono risparmiare subito, e sui salari dei lavoratori: ecco come, storicamente, è intesa la competitività in Italia. Al resto ci si penserà quando ci si troverà di fronte al problema.
A noi non resta che assecondare il nostro Presidente del Consiglio e trastullarci nel Paese dei Balocchi che ci ha confezionato in modo del tutto disinteressato per la nostra serenità.
Foto da www.vatican.va/
Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!
Puoi votare l'articolo anche
qui, gli articoli precedenti
qui.