Wednesday, November 25, 2009

il magnete

Network di politica e attualità

Archive for Gennaio, 2009

L’oblio dei media

Posted by admin On Gennaio - 30 - 2009

Ci si potrebbe domandare cosa c’entrassero i familiari delle vittime della mafia nella manifestazione di Mercoledì, tenuta in Piazza Farnese a Roma, dove sono intervenuti Beppe Grillo e Antonio di Pietro, i quali hanno dissertato a tutto campo dello stato in cui versa l’Italia. Si scoprirebbe, allora, che non erano lì per folklore locale, ma che erano gli organizzatori della manifestazione stessa.

 

La domanda successiva, allora, sarebbe: i familiari delle vittime della mafia sono scesi in piazza per protestare contro il ddl anticrisi, contro il Lodo Alfano e la “salvati dalle intercettazioni”, come è stata ribattezzata dal leader dell’IdV? No, a meno che non si voglia confondere l’effetto con la causa.

 

Ma allora, perché i familiari delle vittime della mafia hanno organizzato la manifestazione? Ce lo spiega Salvatore Borsellino, che già aveva portato la sua testimonianza su ilmagnete, intervenuto sul palco come altre persone completamente ignorate dai media, tutti preoccupati di dare spazio solo alla loro interpretazione dello strafalcione di Di Pietro.

 

 

Rimane, quindi, una sola domanda: se è vero, come è vero, che il silenzio è un comportamento mafioso. Se è vero, come è vero, che va condannato l’oblio delle Istituzioni nei confronti delle vittime della mafia. Allora, in che considerazione bisogna tenere tutti quei giornalisti che non hanno riportato gli interventi dei familiari presenti, facendo credere altre cose? E come considerare quei giornalisti che non hanno nemmeno accennato al fatto che il vero motivo della manifestazione era quello di rendere nota un’idea sulla nascita della II^ Repubblica, quella che attualmente ci governa?

 

Foto da www.19luglio1992.com

 

 

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Il tuo destino si chiama medico

Posted by admin On Gennaio - 30 - 2009

Due giorni fa è stato reso noto il testo del “Ddl Calabrò”, ovverosia le “Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento”, cioè le DAT. Si tratta di dieci articoli, corredati da una breve presentazione, che costituiscono l’ennesima legge discriminatoria che la maggioranza vorrebbe vedere applicata. Questa volta non hanno discriminato in base alla razza o al censo, ma in base alla religione. “L’Italia rischia di fare un salto indietro di 40 anni” ha dichiarato Umberto Veronesi; “Pochi sanno che il termine (bioetica nda) indica una linea etica per porre dei confini all”intervento sempre più’ esteso della medicina sulla vita dell’uomo, anche dopo la fine naturale. Oggi pare che si passi un colpo di spugna su tutto questo”. L’ex Ministro della Sanità si spinge oltre, arrivando ad accusare il Disegno di Legge di incostituzionalità (non sarebbe una novità, visto il curriculum del centrodestra in merito), perché non ammette la possibilità di rifiutare idratazione e nutrizione artificiale, mentre il testamento biologico nasce proprio per poter scegliere autonomamente se rimanere in vita artificiale irreversibile: “Se la legge passasse, la vita artificiale sarebbe imposta per legge”, mentre “accettare o rifiutare un trattamento è uno dei diritti fondamentali della persona”. Verrebbe quindi violata la libertà di autodeterminazione dei cittadini, costituendo un precedente pericoloso. Secondo Veronesi è poi “assurda” la definizione di accanimento terapeutico, tanto più che il Codice deontologico stabilisce che il medico non possa imporre alcun trattamento al paziente contro la sua volontà.

 

Qualche dissenso si conta anche tra le stesse fila della maggioranza: Il Deputato Della Vedova, infatti denuncia che “In meno di tre anni si è passati da una posizione di prudente rispetto del principio della libertà terapeutica ad una di totale subordinazione dei pazienti (sia di quelli capaci, che di quelli incapaci) ad un ‘etica di stato’, che vincola e limita, in eguale misura, anche la libertà e la responsabilità dei medici”. Consensi, invece, tra le fila del Pd, che però si è riservato di intervenire sul testo.

 

Le nuove disposizioni, è bene sottolinearlo, sono il frutto dell’emotività mediatica scatenata dal recente caso di Eluana Englaro, che ancora si trascina, irrisolto, e certamente troveranno il gradimento sia del Ministro Sacconi, che è arrivato alla minaccia di sanzioni pur di non far applicare una sentenza definitiva di un Tribunale, sia il Vaticano.

 

L’analisi della filosofia che anima il testo mostra come gli appunti mossi da Veronesi e Della Vedova siano fondati. Già nel preambolo si tentano di imbrogliare le carte, richiamandosi prima al principio costituzionale di autodeterminazione del paziente, poi cancellandolo con il concetto di “alleanza terapeutica”. In teoria il medico è e deve essere esclusivamente al servizio del paziente, nel senso più pieno della parola; è questo concetto, tra l’altro, che demolisce la possibilità di obiezione di coscienza da parte di un medico, fortemente voluta, invece, dai cattolici. Se si sceglie la carriera militare, poi non si può recalcitrare quando, con un fucile in mano, al soldato si ordina di ammazzare un’altra persona.
Ecco che, in poche righe, il principio di “alleanza terapeutica” diventa una chiave per ribaltare il diritto di autodeterminazione, il quale si trasforma in una “costrizione tirannica” dove prima era un esercizio di libertà. Esso “deve sempre lasciare uno spiraglio alla revisione e persino alla contraddizione. In caso contrario, esso si trasforma nella ‘presunzione fatale’ di poter determinare il proprio destino una volta per tutte, senza tener conto dei mutamenti, delle trasformazioni, delle sorprese che la vita sa riservare ogni giorno. Questa concezione di libertà aperta all’empiria, e per questo mai perfetta e assoluta, interpreta un’idea della laicità comune a credenti e non credenti che s’ispirano a principi di autentico liberalismo”. L’unica presunzione, scritta nero su bianco, è quella del legislatore, che intende trasformarsi in arbitro e dell’altrui coscienza, dettando l’unica filosofia concessa (quella liberista? Quella cristiana?). Un atteggiamento che ricalca pedissequamente lo stesso di certa corrente cattolica, la peggiore, nei confronti di chi, cattolico, non è. Soprattutto, non è un cattolico che deve scrivere e decidere a quali principî sceglie di attenersi un non cattolico. E’, questa sì, una violazione gravissima della libertà di pensiero e coscienza individuale.

 

Anche l’assunto dell’indisponibilità della vita muove da una matrice cattolica che vede nella vita un dono di Dio. Ma non è sempre stato così, e non vale nemmeno agitare velatamente un retroterra di “storia millenaria”, che si rivela come un semplice tentativo di affrescare un sepolcro imbiancato. Nell’antica Roma, infatti, si aveva una concezione differente perfino in materia di suicidio, e amico era colui il quale teneva la daga quando si sceglieva di porre fine alla propria esistenza. Poi è arrivato il cattolicesimo.

 

Il sillogismo viene chiuso nel modo opposto con il quale è stato aperto: è il medico l’unico che “può assumere in maniera corretta le decisioni più opportune per il paziente, tenendo conto attentamente della sua volontà, alla luce delle nuove circostanze venutesi a creare e sempre in applicazione del principio della tutela della salute e della vita umana”.

 

Vengono poi negati definitivamente, in ordine, ogni possibilità di ricorso all’eutanasia e la possibilità di interrompere l’alimentazione e l’idratazione forzata, in ossequio ai dettami della Santa Sede. E’ interessante vedere come siano motivati i due divieti: ci si appella, infatti, all’articolo 9 della Convenzione di Oviedo, il quale dice l’esatto opposto nel caso lo si voglia applicare al campo dell’eutanasia, e lascia libertà di manovra nel secondo caso, anche tenendo conto del successivo Rapporto esplicativo della Convenzione stessa (vedi Punto 62). E’ infatti illogico credere che nella Convenzione sia scritta una cosa, e nel Rapporto esplicativo quella esattamente opposta.
E’ inoltre un errore (voluto) far ricadere il distacco del sondino di alimentazione nel concetto di eutanasia, poiché per definizione non si può parlare di eutanasia in caso di avvenuta morte cerebrale del paziente; è tuttavia possibile, come nel caso di Eluana, che il sondino tenga in vita il corpo in assenza di attività cerebrale.

 

Il leit motiv di tutto il testo, al quale ci si appella anche in questa occasione, è il fatto che eventuali progressi scientifici sopravvenuti potrebbero indurre il paziente, se fosse in grado di intendere e di volere, a cambiare idea sulle proprie disposizioni. Il punto è che questo problema viene già aggirato, giustamente, con il punto 4 dell’articolo 6, che dichiara le DAT valide per tre anni, e poi rinnovabili. In quel lasso di tempo è dovere del medico aggiornare il paziente su eventuali progressi scientifici. Quindi, al momento del trauma, il paziente è aggiornato, mentre il rischio è quello di tenerlo attaccato ad una macchina in attesa di una cura miracolosa che potrebbe materializzarsi da un momento all’altro, da un lustro all’altro, mai.
Ma, soprattutto, la possibilità che venga scoperta la nuova pietra filosofale durante uno stato comatoso è già presente nella mente di chi effettua la scelta del testamento biologico, e nessuno deve permettersi di giudicare se una persona sceglie di evitare la possibilità di causare disagi e sofferenze, protratti per anni, a chi sta intorno a lui, o quella di evitare di risvegliarsi, dopo un lungo coma, disabile.

 

Tutto il testo, in sintesi, dice: il testamento biologico è la trascrizione della volontà di una persona di disporre i trattamenti medici a cui si vorrà sottoporre, nell’eventualità fosse incapace di intendere e di volere, ma quando sarà incapace di intendere e di volere non sarà in grado di stabilire a quali trattamenti medici sottoporsi, perciò la decisione finale spetta al medico.
E’ un Ddl che serve per cancellare il testamento biologico, non per regolarlo, e che sposta, come scritto chiaramente nei vari articoli, il potere di disporre del corpo del paziente nelle mani del medico (il fiduciario infatti non ha potere coercitivo sul medico, come specificato nell’articolo 7, comma 4 e 5).

Testo del Ddl Calabrò

 

 

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Il silenzio è mafioso

Posted by admin On Gennaio - 29 - 2009

Una persona dice “Viva Caselli, viva il pool antimafia”, e viene portato via dai poliziotti, rinchiuso in una camera.
Una persona contesta Fini urlandogli “Fascista”, e viene portato via dalla polizia.
Una persona espone uno striscione con scritto “Napolitano dorme, l’Italia insorge”, e questo gli viene sequestrato dalla polizia.
Un politico contesta l’operato del Presidente della Repubblica e viene criminalizzato dal resto delle istituzioni.

 

Ieri si è tenuta la manifestazione a Roma, organizzata dall’IdV, che aveva come tema il sostegno ai familiari delle vittime della mafia e la protesta contro la demolizione della Magistratura, posta in atto da pregiudicati, condannati, prescritti ed indagati. Ancora non è dato di sapere il numero dei partecipanti. Oltre agli interventi di alcuni familiari delle vittime della mafia, del comico genovese Beppe Grillo e dei giornalisti Marco Travaglio e Carlo Vulpio, è salito naturalmente sul palco Antonio Di Pietro. Il leader dell’IdV ha stigmatizzato l’attività politica del Governo-Parlamento appuntandosi sull’approvazione delle leggi ad personam (Lodo Alfano, Lodo Consolo, salva-manager…), e sulla proposta di legge riguardante la limitazione dell’uso delle intercettazioni telefoniche ed ambientali. Alla protesta è seguita la proposta di leggi che trattino del conflitto di interessi, che impediscano ad imprese con membri del Cda condannati di partecipare a gare di appalti pubblici, che impediscano ai condannati di accedere al Parlamento e che permettano ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti, oltre a referendum come quello per l’abrogazione del Lodo Alfano.
Uno straniero che si trovasse ieri a Piazza Farnese si sarebbe domandato, a ragione, che Paese avesse scelto per le proprie vacanze, se un parlamentare si riduce ad implorare la trattazione di simili banalità democratiche.

 

Ma tanto è. Oltre a chiarire la posizione del partito in merito alla vicenda della commissione di vigilanza Rai, Di Pietro ha anche posto l’accento sul comportamento del Capo dello Stato: lo spunto è stato la rimozione di uno striscione, da parte della polizia, sul quale era scritto “Napolitano dorme, l’Italia insorge”. Di Pietro ha chiesto, allora: “Presidente Napolitano, possiamo permetterci di accogliere in questa piazza chi non è d’accordo con alcuni suoi silenzi?” E poi ha rincarato: “Lei, che dovrebbe essere arbitro, possiamo dire che a volte il suo giudizio ci appare poco da arbitro e poco da terzo”. Le parole sono motivate dal silenzio di Napolitano sulle leggi ad personam, sulla riforma della Magistratura, sugli attacchi che la Magistratura ha dovuto subire, virulenti, in questi mesi, sul silenzio di fronte ad un Parlamento in mano a piduisti, collusi con la mafia, pregiudicati, condannati, indagati e prescritti, sul silenzio di fronte all’azione illegittima del Ministro della Giustizia, nei confronti della Procura di Salerno, sulla firma del Lodo Alfano. Di fronte a tutto questo, Napolitano si volta dall’altra parte e Di Pietro si chiede se è ancora possibile esprimere il proprio dissenso, “in modo rispettoso”. E ancora, denuncia l’oblio delle Istituzioni nei confronti dei familiari delle vittime della mafia. E’ notorio, infatti, come i coraggiosi che hanno tentato di contrastare la malavita organizzata, e che ci hanno rimesso la vita, vengano ammazzati una seconda volta cancellandone la memoria. Su tutti, valga la proposta di cambiare il nome dell’aereoporto di Palermo, perché il nome “Falcone e Borsellino”, secondo Micciché, “è triste”.

 

“Il silenzio uccide, il silenzio è un comportamento mafioso”.

 

Non è ben chiaro se questa ultima frase debba ricollegarsi “all’oblio delle Istituzioni”, o ai “silenzi” del Capo dello Stato. Ognuno può farsene un’idea ascoltando il suo intervento. Aleggia comunque un nuovo errore di valutazione, come quello della manifestazione di Piazza Navona. Tutte le forze politiche lo hanno inteso nel secondo verso, e si è scatenato un ciclone, con applausi di solidarietà in Parlamento per il Presidente della Repubblica. Anche i media paiono averla intesa (o averla voluta intendere) con quel significato, tanto è che tutti i titoli alludono ad un Di Pietro che dà del mafioso a Giorgio Napolitano. Lo stesso leader dell’IdV ha in seguito risposto alle polemiche, precisando di non avere mai detto “che a far togliere lo striscione fosse stata la Presidenza della Repubblica, e non ho mai offeso, né inteso offendere, il Capo dello Stato quando ho ricordato pubblicamente che il silenzio uccide come la mafia, giacché non è a lui che mi riferivo, ma a chi vuole mettere la museruola ai magistrati che indagano sui potenti di Stato”.

 

Già perché, andando decisamente controcorrente, per una volta il Presidente della Repubblica si è affrettato a replicare, invece che rimanere in silenzio come al solito, e attraverso una nota aveva fatto sapere che “La Presidenza della Repubblica è totalmente estranea alla vicenda dello striscione nella manifestazione svoltasi oggi in piazza Farnese a cui fa riferimento l’Onorevole Di Pietro. Del tutto pretestuose sono comunque da considerare le offensive espressioni usate per contestare presunti ‘silenzi’ del capo dello Stato, le cui prese di posizione avvengono nella scrupolosa osservanza delle prerogative che la Costituzione gli attribuisce”.

Per la verità, c’è un precedente, nel quale Napolitano ha fatto immediatamente sentire la sua voce: in occasione della ‘carineria’, per qualificarla come farebbe il suo capo, che Gasparri aveva rivolto al CSM (che lo stesso Napolitano presiede), definendolo “una cloaca massima”, il Capo dello Stato ha agito sollecitamente, redarguendo il CSM perché spettacolarizzava i processi. Era lo stesso giorno in cui Bossi mostrava il dito medio al suono dell’Inno di Mameli.
Perché il Capo dello Stato si è affrettato ad auto firmarsi il Lodo Alfano e a replicare a Di Pietro, e poi è rimasto zitto di fronte a tutto il resto? Non un fiato sulle violazioni più o meno palesi della Costituzione che dovrebbe difendere, come l’atto di indirizzo di Sacconi, o la direttiva di Maroni? La prontezza di riflessi di Napolitano appare un po’ inceppata, e sempre in una direzione sola. Il silenzio, come giustamente ha ricordato Antonio di Pietro, è colpevole.

 

Strano che tutti coloro i quali ora si mostrano indignati e pronti ad isolare il partito “eversivo” di Di Pietro, abbiano poi continuato a stare seduti nella stessa aula dove sedeva Vittorio Sgarbi e il suo partito, quello che definì il Presidente della Repubblica una “scoreggia fritta”. Vittorio Sgarbi è lo stesso che chiamò anche Caselli “il vero mafioso”, cosa per la quale è stato condannato; del resto, per il suo partito, il mafioso Vittorio Mangano “è un eroe”. Il circolo è chiuso, suoni il Requiem per la Repubblica.

 

 

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La protesta dell’IdV

Posted by admin On Gennaio - 29 - 2009

La maschera greca

Posted by admin On Gennaio - 28 - 2009

Ieri, 27 Gennaio, si è consumata la Giornata della Memoria. Non celebrata, consumata, come si fa con il matrimonio, o con un rito ecclesiastico. Si è assistito alle compunte dichiarazioni dei vari Berlusconi, Schifani, Gasparri, Frattini, Cicchitto, tutti intenti a recitare la parte degli strenui baluardi delle libertà inviolabili, indignati di fronte agli orrori del passato, scandalizzati all’idea che possano ripetersi nuovamente.
Ora hanno scoperto che ci si può fare belli, il 27 Gennaio, che si è moralmente più giusti e quindi più spendibili. Tra poco si renderanno conto che la stessa operazione d’immagine, lo stesso colossale spot può essere messo in onda anche il 25 Aprile. Quel 25 Aprile che loro hanno sempre boicottato, apertamente, quel 25 Aprile che è il risultato del movimento che combatté ciò che si ricorda il 27 Gennaio. Ecco uno dei motivi per i quali non sono credibili.
Da quando Fini, con coraggio, ha iniziato a denunciare i retaggi della destra italiana, a prenderne distanza vigorosamente, a mettere in chiaro certi punti fermi, gli esponenti di quella stessa destra hanno recepito la parola d’ordine. Non si sono convinti intrinsecamente, hanno semplicemente capito che dire certe cose ‘è peccato’ mentre condannarle ha la stessa valenza morale di chi fa la carità al povero all’angolo della strada. Nessuno di loro, però, ad eccezione del Presidente della Camera, ha denunciatoespresso riprovazione per l’intero processo, nessuno di loro ha detto che il 27 Gennaio è il frutto del totalitarismo, che il secondo, senza il primo, non sarebbe esistito. La storia “indimenticabile ed atroce che non deve più ripetersi”, come ha detto Schifani, è appunto l’idea che ha portato alle leggi razziali, non le leggi razziali in sé e per sé, sulle quali si è esclusivamente concentrato l’intervento di Berlusconi (”una ferita profonda, inferta non solo alla comunità ebraica,ma all’intera società italiana”), ma anche di Veltroni (”dobbiamo ricordare che a vendere degli italiani per poche decine di lire c’erano altri italiani”).

 

Ancora più grave, l’atto del ricordo del passato appare come gratuito, privo di significato e svuotato, se è limitato a ciò che è accaduto nel passato. La becera applicazione che i vari pidiellini hanno trovato, è il frutto del loro pensiero che si nutre di autodafé: ‘antisemita’, oggi, è chiunque apra bocca su Israele, indipendentemente da ciò che dice. Mescolano l’attivismo politico con l’odio razziale, anche se lo sanno distinguere perfettamente. Hanno scoperto che è un’ottima arma per diffamare i loro oppositori, e perciò Frattini si è affrettato a dare dell”antisemita’ a Santoro, sfruttando la vicinanza della data della commemorazione. Ecco un altro esempio della loro doppiezza, un politico non dovrebbe attaccare in quel modo un giornalista, a meno che non viga una dittatura. Sanno usare solo il manganello, e perciò si possono servire delle idee solo in questo senso.

 

Un ricordo consapevole serve per tenere viva la coscienza di ciò che ci circonda, per riconoscere i passi compiuti in precedenza, per capire che si stanno commettendo errori simili, non per fare un manifesto il 27 Gennaio. Perché è da stolti, forse anche da banditi, berciare di Auschwitz e poi emanare certi provvedimenti, o rilasciare certe dichiarazioni. E non esiste un cane di politico o un venduto di giornalista che si sia alzato, davanti a chi, ieri, si improfumava di ricordi, e gli abbia urlato che oggi si vive in un Paese dove le leggi si fanno contro i bambini rom, contro gli accattoni, contro i barboni e contro i negozi di kebab. Nessuno ha fatto presente che in Italia non sono riconosciuti diritti alle coppie di fatto, perché responsabili di traviare il buon modello di famiglia cattolica, nessuno ha fatto presente che il razzismo aumenta ma il Governo nega, nessuno ha ricordato che Berlusconi ha sempre sostenuto il Bush costruttore di Guantanamo e Abu Ghraib, i lager americani, e che solo nove mesi fa invitava a “capire le ragioni dei Ragazzi di Salò” (come il nostro Ministro della Difesa), gli stessi che aiutavano nei rastrellamenti. E ancora, al posto della condanna delle parole del Ministro Carfagna sui gay, che risalgono, si pensi, ad otto mesi fa, solo l’applauso dell’integralista Volonté (”Brava Carfagna, la sinistra gay chiama diritti i propri privilegi discriminatori verso famiglie ed eterosessuali”). Nessuno ha sputato in faccia agli esponenti della Lega Nord, alcuni condannati, altri con processi in corso per istigazione all’odio razziale, ma anzi il partito di Bossi è nella coalizione di Governo e viene votato dalla gente.

 

Ecco l’ipocrisia del 27 Gennaio, la truffa, il mascherone greco che cela il loro vero volto e inscena la commedia. Ci si può fare belli affermando che gli ebrei non sono diversi solo perché cambiano i diversi da mettere all’indice. La destra, questa destra, ha paura del diverso, lo odia. Lo odia perché è la variabile che non si adatta allo schema prefissato, a qualsiasi schema, da quello della famiglia che spende nel centro commerciale a quello che prevede il voto per un blocco politico o per un altro, senza possibilità di una terza scelta. E’ l’imprevisto, il non calcolato, quello che ti costringe a riflettere e a pensare perché mostra cose nuove. Perfino la loro politica è non diversa. Questo odio, questa paura, è nella loro essenza, perché il diverso è per sua natura un’icona contro la cappa di omologazione che gli consente di controllare tutto, e rimanere al potere come stanno facendo ora.

 

 

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La grande montatura Genchi

Posted by admin On Gennaio - 28 - 2009

Il pianto del coccodrillo

Posted by admin On Gennaio - 26 - 2009

Perché si lamenta, ora, Epifani, le cui cravatte costano quanto il salario mensile di un metalmeccanico? Come mai, dopo aver sempre messo in minoranza la Fiom, averne represso le richieste, ora tutta la Cgil fa blocco compatto con i metalmeccanici?
Denuncia, accusa, deplora e fa la voce grossa, il segretario della Cgil. Eppure non poteva attendersi nulla di diverso. Si è perfino appellato ad un referendum tra i lavoratori: bisognava difenderla prima la voce di chi paga le tessere, Epifani, non ridurre la consultazione ad una scandalosa ratifica e continuare a percorrere la strada assieme ai sindacati collaborazionisti che già da tempo decidono senza nemmeno prendersi la briga di sapere cosa ne pensano chi li paga.

 

Cosa ha fatto la Cgil nel 2007, quando fece strangolare ai lavoratori il nuovo Protocollo sul Welfare, che era tutto fuorché ricalcante i principi del modello socialdemocratico? Appoggiò un modello a mezza strada tra il conservatore-corporativista e il liberale, quindi indisse una consultazione tra i lavoratori (priva di controlli credibili) affrettandosi a precisare, con la tecnica oramai notoria, che era immodificabile, il massimo che si poteva ottenere. Come al solito, da quando si è avviata la svolta concertativa, alla base lavoratrice viene proposto l’accordo promesso a Confindustria, e non viceversa, come logica vorrebbe.
Cosa c’era scritto nell’accordo del 23 Luglio 2007? Che andava incentivata la decontribuzione degli straordinari e la contrattazione a livello secondario. Di cosa si sorprende, ora, Guglielmo Epifani? La strada era già segnata, se ha creduto che potesse essere controllata è un ingenuo, o un incapace.

 

O un disperato, che cerca di rientrare in lizza, vedendosi progressivamente tagliato fuori, assieme al suo sindacato, come controparte politica che vada assolutamente consultata. Se gli accordi si fanno anche senza Cgil, a cosa serve il sindacato di Epifani? Ecco perché, ad esempio, da una parte il suo sindacato fa i calcoli su quanto costerebbe ai lavoratori il nuovo Accordo Quadro, mentre dall’altra si affretta a precisare che, con opportuni ritocchi (ritocchi, non modifiche sostanziali) la Cgil avrebbe firmato. E prosegue, dicendosi preoccupato “le imprese che dovranno affrontare problemi di difficilissima soluzione”. Risultava che la Cgil dovesse preoccuparsi dei lavoratori che gli pagano la tessera. Ma qualcuno, a Corso d’Italia, deve averlo dimenticato anche quando, pur di mettere le mani nella torta dei Tfr, fu disposto a firmare l’Accordo sui Fondi Pensione.
Molto più coerenti sono Cisl, Uil e Ugl, che una volta imboccata una strada proseguono diritte come rulli compressori. Caro Epifani, non si può fare il sindacato collaborazionista part time, tipo job-on-call. Voi che avete firmato anche per la reintroduzione di questo lavoro flessibile, dovreste saperlo bene.

 

Rimangono, a delineare lo scenario non troppo futuro, le dichiarazioni di Sacconi, Angeletti e lo studio della Cgil.
Il Ministro del Welfare, intervistato su ‘Repubblica’, si è dichiarato contrario ad un referendum dei lavoratori: “In generale credo che si debbano superare tutte le forme di democrazia diretta. Ormai ci confrontiamo con paesi che hanno processi decisionali velocissimi, penso al Brasile, alla Cina, alla Russia”. Dal ‘Compagno Maurizio‘ al Gerarca Maurizio. Il giornalista gli ha chiesto se gli sembrassero tutti modelli di specchiata democrazia, ma Sacconi non si è scomposto: “No, però è così. Per questo dico che non c’è tempo per le decisioni assembleari, tanto più per le relazioni industriali”. Il Segretario della Uil ha concordato con il Ministro sull’inutilità di sentire il parere di chi dovrebbe subire l’Accordo. Veramente strano per un Governo che decide in base ai sondaggi di gradimento.
Grazie all’Accordo, al quale la Cgil non ha la forza di opporsi, avendo svilito da tempo piazze e scioperi, il sindacato di Epifani ha calcolato che applicando il nuovo schema agli ultimi 4 anni (2004-2008) i lavoratori avrebbero perso in media 1.352 euro. Le imprese, invece, avrebbero guadagnato 15-16 miliardi. Dev’essere la nuova forma di solidarietà e “complicità” tra capitale e forza lavoro alla quale accennava Sacconi, nella giornata di ieri.

 

Foto da http://www.riviera24.it/

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La legge della Giungla

Posted by admin On Gennaio - 24 - 2009

Per Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, e Maurizio Sacconi, Ministro del Welfare, si tratta di un “accordo storico”. Secondo le loro dichiarazioni il nuovo Accordo Quadro sul modello delle contrattazioni rappresenta una svolta netta, come fu per gli accordi del 1993.
In realtà si è di fronte ai soliti proclami ieratico-celebrativi che oramai accompagnano ogni starnuto del Governo: ciò che è stato firmato rappresenta, né più e né meno, la prosecuzione naturale di una linea di contrattazioni, o di un disegno, per essere più precisi, perseguito da anni da Confindustria e avallato indifferentemente dai Governi di centrodestra e centrosinistra.

 

Si tratta, semmai, della certificazione che i lavoratori sono tagliati fuori da qualsiasi decisione riguardante i loro salari, poiché esse sono interamente demandate ai sindacati accondiscendenti. L’accordo infatti “sostituisce per la prima volta il tradizionale approccio conflittuale nel sistema di relazioni industriali con quello cooperativo”, come ha detto il Ministro, intendendo appunto una collaborazione sindacale che escluda grane di sorta. E’, del resto, ciò che chiunque può identificare con il comportamento di Cisl, Uil e Ugl. L’Accordo Quadro avrà una durata sperimentale di quattro anni, equipara pubblico e privato, sostituisce quello del 1993 e, sempre per usare le parole di Sacconi “promuove lo spostamento del cuore della contrattazione dal livello nazionale alla dimensione aziendale e territoriale ove, anche grazie alla detassazione del salario di produttività, le parti sono naturalmente portate a condividere obiettivi e risultati”. Questo corrisponde esattamente alle richieste di Confindustria ed effettivamente è ciò che accade nella realtà. Il Contratto Collettivo Nazionale viene ridotto ad una scatola vuota priva di vincoli, delegando tutto al secondo livello. E’ intuitivo come la forza delle rivendicazioni dei lavoratori si basi sul numero, vista la disparità di posizione con il datore di lavoro, perciò più si avvicina il conflitto all’azienda, più i dipendenti dell’azienda si trovano in una posizione debole e ricattabile, poiché la loro sussistenza dipende dalle concessioni che lo stesso fa loro. Si intende parlare di ‘conflitto’ poiché, al contrario di quanto sostenuto da Sacconi e da molti giuslavoristi moderni, non può esserci cooperazione se il profitto del datore di lavoro aumenta in ragione del diminuire del salario-stipendio del dipendente, o dell’aumentare delle sue ore di lavoro, dal restringersi delle misure per la sicurezza, eccetera.

 

La Cgil non ha firmato questa intesa, in dissenso sia su alcuni contenuti, sia (o forse soprattutto) per il metodo utilizzato dal Governo che, secondo il suo Segretario “ha forzato, in direzione di un accordo che sapeva non avrebbe avuto l’accordo della Cgil”. Il no della Cgil, comunque, è assolutamente ininfluente. Il Sindacato di Epifani ha poco da recriminare sull’attuale “Legge della Giungla”, per usare le sue stesse parole, e la vicenda Alitalia è di per sé illuminante. In ogni caso, raccoglie esclusivamente i frutti di ciò che lei per prima ha seminato, quando era il sindacato più influente d’Italia. Questo sistema di contrattazioni, i suoi meccanismi, l’esclusione della voce dei lavoratori, è ciò che ha propugnato (e imposto) per anni, vedendo in ciò un metodo per affermarsi come soggetto politico. In questo assomiglia ad un Clistene, vittima del suo stesso ostracismo.

 

Le novità più importanti sono essenzialmente due: viene portata a tre anni la durata sia della parte economica che normativa dei contratti (mentre prima era rispettivamente di due e quattro anni), e viene sostituita l’inflazione programmata con l’Ipca, per il calcolo del mantenimento del potere di acquisto dei salari.

Queste sono tutte le notizie che gli organi di informazione hanno fornito, senza curarsi di proporre una analisi dettagliata del testo, alla portata di chiunque. Fa eccezione unicamente “il Sole24Ore”, perché almeno ha fornito via web una copia del testo (sempre senza commento). Anche Epifani, che pure è in aperto contrasto con l’Accordo Quadro, ha solo dichiarato i motivi del niet del proprio sindacato, ma si è ben guardato dal motivarlo pubblicamente in maniera decente. ilmagnete ne offre una sintesi, e mette il testo a disposizione, poiché è necessario rendersi conto del perché, effettivamente, questo accordo sia la legalizzazione della Legge della Giungla.

 

Testo dell’Accordo Quadro del 22 Gennaio 2009

 

Analisi dell’Accordo Quadro del 22 Gennaio 2009

 

Foto da www.italia-news.it/

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Analisi dell’Accordo Quadro 22-01-09

Posted by admin On Gennaio - 24 - 2009

Far coincidere il rinnovo della parte economica con quella normativa è una strategia che semplifica indubbiamente gli attuali meccanismi vigenti. Spesso i rinnovi della parte economica, infatti, si sono trascinati per mesi, quando non sono stati effettuati addirittura a ridosso del nuovo rinnovo previsto: in pratica, i dipendenti percepivano sempre i salari con un contratto vecchio di due anni, poiché per il nuovo contratto si sarebbe ripetuta la stessa trafila, arrivando a ridosso nel nuovo rinnovo con il rinnovo del vecchio. I meccanismi compensativi e di recupero sono sempre stati farraginosi e hanno penalizzato i lavoratori che nel periodo di mancato rinnovo hanno dovuto fare fronte ad un salario che aveva un potere di acquisto sempre minore (con notevoli risparmi per il datore di lavoro). Infine, gli scioperi indetti per garantire almeno il mantenimento del trattamento retributivo bruciavano in gran parte il risarcimento ottenuto. Questo meccanismo, naturalmente, è rimasto inalterato, ma almeno il numero di contrattazioni per la parte economica diminuisce nel tempo, quindi il meccanismo del salario vecchio dovrebbe essere limitato.

 

Il fatto che, come ha scritto qualcuno, venga “superato il metodo dell’inflazione programmata” non significa (attenzione) che cambi nella sostanza il sistema in atto dal 1993 per il calcolo dell’adeguamento del salario-stipendio. In sostanza, invece che calcolare la rivalutazione per mezzo della previsione dell’inflazione (cioè l’inflazione programmata), la si calcola attraverso l’Ipca: lo stesso testo recita, infatti “si procederà alla verifica circa eventuali scostamenti tra l’inflazione prevista e quella reale effettivamente osservata, considerando i due indici sempre al netto dei prodotti energetici importati;”. L’Ipca (Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato) è un indice elaborato per ottenere una unità di misura comparabile con altri, identici, dei Paesi aderenti all’Unione Europea. In molti organi di informazione viene sottolineato come questo sia elaborato da un ente terzo, che per l’Italia sarà l’Istat. Sulla terzietà dell’Istat si addensa qualche dubbio, se si prendono in considerazione, ad esempio, le annose polemiche sul tasso di inflazione dichiarato dall’Istituto e quello denunciato dalle numerose associazioni dei consumatori. In ogni caso, l’andamento dell’Ipca nel 2008, rispetto agli altri due indici dei prezzi calcolati dall’Istat (il Nic e il Foi), si discosta di poco, mediamente dello 0,2% (dati da www.rivaluta.it/). Tuttavia l’Ipca non viene preso ipso facto come dato per il calcolo, ma verrà depurato dalla dinamica dei prezzi dei beni energetici importati. Peccato che l’Italia sia il secondo importatore di energia al mondo (Dati IEA Key World Energy Statistics 2007, pag. 27) e che De Vita, presidente dell’Up, ha dichiarato che il 2008 si è chiuso e, complice il caro greggio, con conti salatissimi sul fronte dell’energia e del petrolio. I costi dell’Italia, per acquistare fonti energetiche dall’estero, dovrebbero raggiungere il record storico di 56,7 miliardi (10 miliardi in più del 2007) nonostante un calo dei consumi e l’apprezzamento del cambio euro-dollaro. La bolletta energetica 2008 dovrebbe attestarsi, quindi, al 3,6% del Pil, tra i valori più alti della storia. Quanto pesa questo dato sull’Ipca? Il rischio, concreto, è quello che il salario non recuperi mai il suo reale potere di acquisto.

 

Se le cose vanno male, possono anche andare peggio: scorrendo il testo del’Accordo, al punto 4, si legge “la contrattazione collettiva nazionale o confederale può definire ulteriori forme di bilateralità per il funzionamento di servizi integrativi di welfare;“. Significa che alcune delle materie che sono proprie del CCNL possono da oggi arbitrariamente essere delegate alla contrattazione di secondo livello, o comunque rimanere esterne al CCNL stesso, indebolendo così, come detto prima, la forza rivendicativa della classe dipendente.

 

Al punto 9: “per il secondo livello di contrattazione come definito dalle specifiche intese - parimenti a vigenza triennale - le parti confermano la necessità che vengano incrementate, rese strutturali, certe e facilmente accessibili tutte le misure volte ad incentivare, in termini di riduzione di tasse e contributi, la contrattazione di secondo livello che collega incentivi economici al raggiungimento di obiettivi di produttività, redditività, qualità, efficienza, efficacia ed altri elementi rilevanti ai fini del miglioramento della competitività nonché ai risultati legati all’andamento economico delle imprese, concordati fra le parti; Da oggi in poi viene scritta nero su bianco quella che ormai è diventata la prassi delle trattative sindacali degli ultimi tempi: eventuali aumenti salariali sono collegati solo ad un maggior carico di lavoro da parte del dipendente, che altrimenti rimane con lo stipendio appena bastevole per sopravvivere (certo non per istruire il figlio come si deve, ad esempio). Non solo: è anche possibile che il salario venga legato ai risultati dell’azienda, perciò se essa va male l’operaio percepirà, per le stesse ore di lavoro, una retribuzione inferiore a quella di un operaio di pari qualifica che abbia avuto la fortuna di lavorare in una azienda che, al contrario, se la è cavata meglio. Gli industriali usufruiranno inoltre di tutti gli sgravi fiscali possibili. Nel settore pubblico, come descritto al successivo punto 10, eventuali somme di denaro in più restano vincolate alle disponibilità della finanza pubblica.

 

La definitiva deregolamentazione del mercato del lavoro viene sancita al punto 14, dove si indica chiaramente che “per la diffusione della contrattazione di secondo livello nelle PMI, con le incentivazioni previste dalla legge, gli specifici accordi possono prevedere, in ragione delle caratteristiche dimensionali, apposite modalità e condizioni;“. Le Piccole e Medie Imprese, quindi, possono derogare da vincoli stabili. La Cgia di Mestre, una settimana fa, ha pubblicato i risultati di una analisi che ci mette al primo posto in Europa come percentuale di PMI: in valore assoluto le piccole e medie imprese italiane (con meno di 250 dipendenti) sono nel nostro paese oltre 3.800.000,pari al 99,9% del totale delle aziende. Più del doppio di quelle presenti nel Regno Unito (1.535.000) e in Germania (1.654.000). Le nostre Pmi danno lavoro a oltre 12 milioni di occupati pari all’81,3% del totale nazionale contro una media del 61,4% della Francia, del 60,6% della Germania e del 54% del Regno Unito. Ecco perché Epifani ha definito questo Accordo “la legge della giungla”, semplicemente perché, stabilita una regola, quasi tutti possono fare eccezione.
In ogni caso, anche per le aziende che non avessero la fortuna di ricadere sotto l’ombrello della definizione di PMI, il punto 16 ribadisce e rafforza quanto sopra scritto: “per consentire il raggiungimento di specifiche intese per governare, direttamente nel territorio o in azienda, situazioni di crisi o per favorire lo sviluppo economico ed occupazionale, le specifiche intese potranno definire apposite procedure, modalità e condizioni per modificare, in tutto o in parte, anche in via sperimentale e temporanea, singoli istituti economici o normativi dei contratti collettivi nazionali di lavoro di categoria;“.

 

Il colpo di grazia è dato dal punto 18, senz’altro voluto sia da Confindustria che da Cisl, Uil e Ugl: “le nuove regole possono determinare, limitatamente alla contrattazione di secondo livello nelle aziende di servizi pubblici locali, l’insieme dei sindacati, rappresentativi della maggioranza dei lavoratori, che possono proclamare gli scioperi al termine della tregua sindacale predefinita;“. Con questo sistema i sindacati più potenti (gli stessi che hanno firmato, più la Cgil) si garantiscono lo status, nel settore pubblico, di unici referenti per la rappresentanza dei lavoratori. I sindacati minori (che in virtù degli accordi del ‘93 possono già accedere solo a tavoli di contrattazione separati) si vedono così tagliato anche il diritto di proclamare scioperi per i lavoratori da loro rappresentati. In pratica, è come se non esistessero. Questa svolta è la fotocopia, per chi avesse la memoria corta, del Patto di Palazzo Vidoni, in cui lo Stato fascista e Confindustria designarono come unici rappresentanti dei lavoratori i sindacati fascisti. Ed, effettivamente, le modalità di azione di Cisl, Uil e Ugl ricalcano perfettamente quelle dei vecchi sindacati dei lavoratori durante il periodo fascista.

 

A fronte di ciò, nel testo non si trova traccia alcuna di vantaggi concreti che la parte sindacale avrebbe riportato per migliorare l’attuale posizione dei dipendenti.

 

Foto da newslavoroesalute.blogspot.com

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