Autunno
dalla lenta linfa
tempo che sosta
sul basso orizzonte.
Deboli appigli di luce.
Rosso ammicco
di un`ultima provocazione.
( Quietati come foglia,
torna all`orgine,
attendi. )
Di Pesceluna
Foto da http://arsomnia.files.wordpress.com/
Finalmente in Italia la Giustizia inizia a funzionare secondo gli orientamenti della destra (ma anche di buona parte dell’opposizione). Se ne ha la conferma grazie alle ultime due sentenze, emesse in questa settimana, e che hanno riguardato due casi ‘scottanti’, quello “Saccà-Berlusconi” e quello “Rizzoli”.
Saccà-Berlusconi - Per scagionare Silvio Berlusconi i pm di Roma hanno contestato i due pilastri su cui si basava l’accusa, e cioè che Saccà facesse servizio pubblico quando selezionava le attrici per Rai Fiction, e che vi sia stata corruzione da parte di Berlusconi. Nel primo caso hanno sostenuto che solo la messa in onda della fiction è servizio pubblico. Il resto, dallo studio dei copioni alla selezione degli attori, è opera affidata a manager che nulla hanno a che vedere con il pubblico. A parte i soldi con cui sono pagati, cioè quelli pubblici del Canone. La seconda ipotesi invece è franata perché, sempre secondo i pm romani, non essendovi il “do ut des” non si può parlare di corruzione. Inoltre, lo stretto legame tra Saccà e Berlusconi “era tale da consentire di effettuare segnalazioni senza dover promettere od ottenere nulla in cambio”. Tutto perfettamente legale, insomma. Peccato che Berlusconi stesso smentisca questo pindarico costrutto, con le sue stesse parole: “Agostino, aiuta Elena Russo perché è come se aiutassi me e io ti contraccambierò quando sarai imprenditore”; “Grazie Presidente”, risponde Saccà. Per i pm romani, non è corruzione. Essi hanno anche disposto la distruzione di tutte le intercettazioni, perché ritenute irrilevanti. Così andranno perse tutte, anche quelle non strettamente inerenti alla corruzione: quelle della presunta compravendita di senatori di centrosinistra, quelle dei contratti da sbloccare per la compagna di un membro del CdA della Rai, quelle con le promesse di aiuto per la società di produzione della moglie di Italo Bocchino, quelle bollenti tra Berlusconi e le attrici stese…
Bancarotta Rizzoli - La Corte Suprema di Cassazione ha annullato la condanna per bancarotta del gruppo Rizzoli. Pronta la reazione del diretto interessato: “Per 26 anni mi sono portato dietro il marchio del bancarottiere e ora si scopre che è tutto fumo!” e poi aggiunge “La storia si chiude qui esco pulito e scagionato da ogni accusa. Chiederò il risarcimento degli immensi danni patiti allo Stato e a chi ha sfruttato la mia vicenda per trarne profitto”.
Peccato che le cose non stiano esattamente così. Riconosciuto colpevole con rito abbreviato in primo grado, la sua colpevolezza era stata confermata anche in secondo grado, ma aveva subito uno sconto di pena; non perché gli fosse stata riconosciuta qualche attenuante, semplicemente perché il reato di falso in bilancio era andato in prescrizione. La sentenza della sua responsabilità è divenuta definitiva nel 1998, ma…
Nel 2006 si ha la cosiddetta “riforma sulle procedure concorsuali”, che tra gli svariati effetti ha quello di cancellare il reato commesso da Angelo Rizzoli. Dal 2006 in poi, quindi le azioni di Rizzoli non sono più considerate passibili di azioni penali, mentre lo erano fino a quella data, comprendendo perciò il periodo in cui Rizzoli ha posto in essere le sue azioni. Vale a dire, Rizzoli ha consapevolmente violato la legge, ma ora è immacolato perché, anni dopo aver commesso il reato, lo stesso non è più considerato tale. E’ come se oggi abrogassero il reato di omicidio e domani i colpevoli della strage di Erba dicessero: “Ecco, siamo stati angariati per anni!”.
La ciliegina sulla torta - La giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, in data di Giovedì, ha dato parere negativo alla richiesta di arresti domiciliari per Antonio Angelucci, deputato del Pdl, coinvolto nell’inchiesta di Velletri sulla sanità. A memoria d’uomo, il Parlamento Italiano non ha mai concesso un’autorizzazione a procedere. Sono sempre vittime di persecuzioni politiche, i nostri Onorevoli. Inoltre il Gip Roberto Nespeca, con riferimento al procedimento in corso sulla Casa di Cura San Raffaele di Velletri, ha disposto la revoca dei domiciliari per Giampaolo Angelucci, Antonio Vallone e Claudio Ciccarelli. Questa volta non si è levato nessun grido scandalizzato da parte dei nostri politici, molto attenti invece nell’impedire gli arresti domiciliari agli stupratori, tanto da emanare seduta stante un Decreto Legge specifico. In questo caso non ci sono Capezzone o Gasparri a dare addosso alla Magistratura dalle scarcerazioni facili, a spedire ispettori per verificare e intimidire i giudici inquirenti…
Giustizia è fatta.
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Il 3 Aprile 1926 entra in vigore la legge sull’organizzazione sindacale che, oltre ad istituire un solo sindacato corporativo per i lavoratori e uno per i datori di lavoro, vietava lo sciopero e la serrata. I sindacati di categoria sono riconosciuti a patto che avessero un determinato numero di iscritti e i dirigenti degli stessi fedeli al regime.
Secondo la teoria fascista, infatti, capitale e lavoro non sono destinati a combattersi, ma i loro interessi possono essere temperati (un po’ come dice Maroni e i giuslavoristi moderni), e di fatto si può raggiungere una cooperazione per raggiungere il bene superiore della nazione.
Tale legge era stata preceduta dal Patto di Palazzo Vidoni, del 1925, che riorganizzava tutto l’assetto sindacale, ammettendo unicamente i sindacati graditi al regime alla contrattazione. In cambio di questo riconoscimento, il sindacato fascista rinunciò al diritto di sciopero. I diritti e la voce dei lavoratori vennero soffocati in nome dell’interesse collettivo, mentre i sindacati degli industriali non ebbero mai problemi, negli anni successivi, a stringere accordi a loro favorevoli in cambio del sostegno al regime. Successive riforme tenderanno a costituire organi unici per filiere produttive, all’interno dei quali agiscono sia la parte sindacale padronale che quella operaia, in modo da smussare gli interessi divergenti.
In data odierna si avrà la presentazione della relazione sull’attività della Commissione di garanzia per l’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici, alla presenza del Presidente della Camera Gianfranco Fini. Secondo indiscrezioni nella bozza del progetto si prevede che il Governo sia delegato ad “integrare e modificare, eventualmente anche abrogandola e sostituendola con una nuova disciplina” l’attuale legge sullo sciopero nel settore dei trasporti.
Il disegno di legge è intitolato “per la regolamentazione e prevenzione dei conflitti collettivi di lavoro con riferimento alla libera circolazione delle persone” e il Presidente della Camera lo ha giustificato in questo modo: “lo sciopero nei servizi pubblici essenziali diventa tanto più efficace quanto più ingente è il danno arrecato al cittadino-utente, il quale tende a diventare la vera controparte dei lavoratori in sciopero”. Un tentativo piuttosto rozzo, ma efficace grazie all’amplificazione mediatica, di convincere i cittadini che chi sciopera lo fa per arrecare loro un danno, e che serve come giustificazione per i successivi provvedimenti.
Non soffocare il diritto di sciopero ma armonizzarlo con tutti gli altri diritti dei cittadini. Si avverte dunque la necessità di contemperare e trovare un equilibrio tra queste due esigenze, costituzionalmente garantite: è quanto ha tenuto a sottolineare Fini, nel suo intervento di presentazione.
Cosa prevede la bozza del ddl - L’obbiettivo espresso nella relazione di accompagnamento è “lo sviluppo di un libero e responsabile sistema di buone relazioni industriali e alla canalizzazione dello sciopero attraverso una chiara indicazione delle prerogative sindacali e più affidabili percorsi di prevenzione del conflitto”. Come si realizza? Con “l’istituto dello sciopero virtuale, che può essere reso obbligatorio per determinate categorie professionali le quali, per le peculiarità della prestazione lavorativa e delle specifiche mansioni, determinino o possano determinare, in caso di astensione dal lavoro, la concreta impossibilità di erogare il servizio principale ed essenziale”.
Ma per arrivare allo sciopero, nel settore trasporti, sarà prima necessario un referendum consultivo preventivo obbligatorio, a meno che non sia indetto da parte di sindacati con più del 50% di rappresentatività. Non basta ancora. Nei servizi di particolare rilevanza occorre anche l’adesione preventiva del singolo lavoratore. E’ infatti prevista “l’introduzione dell’istituto del referendum consultivo preventivo obbligatorio, a meno che non si tratti di proclamazioni da parte di organizzazioni sindacali complessivamente dotate di un grado di rappresentatività superiore al 50 per cento dei lavoratori, e della dichiarazione preventiva di adesione allo sciopero stesso da parte del singolo lavoratore almeno con riferimento a servizi o attività di particolare rilevanza”.
Questo significa che - Viene di fatto abolito il diritto di sciopero per il settore trasporti. Si potrà al massimo protestare come facevano gli operai giapponesi, cioè continuando a lavorare ma con una fascia al braccio per significare il dissenso. E’ possibile instaurare un registro degli operai ‘poco affidabili’, avendo il nominativo di tutti coloro i quali aderiscono alla protesta. Vengono infine tagliate fuori tutte le organizzazioni sindacali non gradite al Governo e al trio collaborazionista Cisl, Uil e Ugl, (negli anni passati questa è stata anche la politica della Cgil), cioè le rappresentanze minoritarie. Il commento di Bonanni, segretario della Cisl, è piuttosto emblematico: “Sulla riforma degli scioperi, siamo disposti a discutere con il governo ma solo per il sistema trasporti” e “Spero che tutto il sindacato unitario avrà una sola opinione”. No, lui spera che il Governo onori l’impegno e gli dia in cambio la gestione dell’erogazione del Welfare ai lavoratori, dato che i soldi dei tfr li amministra già.
Foto da ilmondoditowanda.splinder.com/
Aveva un sorriso soddisfatto Sarkozy, dopo aver visto Berlusconi apporre la firma sull’accordo italo-francese che riporterà il nucleare in Italia; e ne aveva ben donde. Ridotta a vendere le proprie tecnologie nucleari all’Iraq, dove lo trovava, la Francia, un pollo che comprasse i suoi prodotti per centrali nucleari di terza generazione, dato che i transalpini trovano sempre più difficoltà a venderle in giro per il mondo? La risposta era logica e a portata di mano. Si sa, il cugino Italiano è facile da far fesso… E così, dopo avergli regalato Alitalia, ora l’Italia si appresta a fare un altro grosso favore ai compatrioti di Sarkozy.
L’obbiettivo dell’accordo è quello di avvalersi delle tecnologie francesi per la costruzione di quattro centrali nucleari in territorio italiano, in modo da coprire il 25% del fabbisogno energetico (elettrico, è bene sottolinearlo, non globale) italiano. Scajola ha dichiarato a più riprese che per ridurre a livelli accettabili la dipendenza italiana dalle energie straniere considera ottimale un mix energetico comprendente un quarto di energie rinnovabili, un quarto di energia nucleare e metà energie fossili (petrolio, carbone pulito, come lo chiama lui, gas). Ma dietro questo bel manifesto ci sono un sacco di problemi, che vengono taciuti.
Senza futuro - Il Governo (ma anche nell’opposizione) si fa forza della reale insostenibilità della attuale situazione per dipingere uno scenario da The Day After. Il trucco arcinoto del Governo della Paura, usato in lungo e in largo in questi mesi: una volta spaventati i cittadini li si mette di fronte ad una sola possibilità di scelta, ed il gioco è fatto. In realtà il mix proposto da Scajola è fallimentare già in partenza, è una scelta a corto raggio, e di ristrette vedute. Non si può pensare, infatti, di programmare una svolta energetica credibile basando la metà dei propri approvvigionamenti sull’energia fossile: il petrolio è agli sgoccioli e il carbone non è una energia pulita. Quanto al gas, perché il Governo stigmatizza la dipendenza dall’importazione del petrolio, se poi intende rimanere in ginocchio davanti all’ “amico Putin”, attendendo che apra i rubinetti? Sempre che non sorgano intoppi nel lungo percorso dei gasdotti (vedi la recente crisi russo-ucraina).
Come il petrolio - L’uranio ha le stesse problematiche del petrolio di oggi. Gli esperti gli danno 240 anni di vita, e il suo costo è già in forte aumento, mentre le estrazioni si fanno più difficoltose. Scegliere l’uranio, quindi, significa solo rimandare il problema a domani.
Tempi lunghi, difficoltà crescenti - Tra dieci anni avremo, secondo le intenzioni dell’accordo, una sola centrale su quattro, e la terza generazione sarà già una tecnologia obsoleta, ma questo non viene evidenziato dai predicatori del futuro. La costruzione delle centrali ha inoltre costi elevati, a cui vanno aggiunti quelli di smantellamento e recupero del sito. Gli Stati Uniti hanno smesso da tempo di costruire nuove centrali nucleari, i Paesi del Nord Europa stanno incontrando difficoltà sempre crescenti. E con il debito pubblico che ha l’Italia, sarà davvero curioso vedere dove verranno reperiti i soldi necessari. Nuove Alitalia in vista, insomma, con una cordata di “patrioti” che si accaparrerà gli utili, e i cittadini che sosterranno le spese.
Smaltimento e rischi - Il silenzio cade sullo smaltimento delle scorie radioattive (l’Italia sta ancora smaltendo quelle dell’aborto di Caorso) e sulla possibilità di incidenti. Nel primo caso, oltre agli ingenti costi che si vanno a sommare a quelli elencati sopra, si maneggia sempre del materiale ad altissimo rischio. Ora, visto come è stato gestito l’affare dei rifiuti a Napoli… Nel secondo caso, per quanto remote possano essere le possibilità, e gli ultimi incidenti sloveni e francesi dimostrano che non lo sono, la conseguenze non sono comunque proporzionali al rischio corso. Un recente studio dell’Indipendent, condotto sulle ultime tecnologie ultrasicure, lascia tutt’altro che tranquilli, in merito, e sottolinea proprio come se è vero che le probabilità di incidente siano minori, è anche vero che se si verificassero le conseguenze sarebbero molto più dolorose.
Germania e Stati Uniti sono orientati fortemente verso il rinnovabile, l’Italia invece ha preso a calci nel sedere il premio Nobel Rubbia e ora sceglie di tornare al nucleare. E se appare solerte nello spingere sul quarto di energia derivata dall’atomo, non altrettanto impegno è profuso per il 25% di rinnovabile: al contrario, si è anche corso il rischio di vedere eliminati gli incentivi per l’installazione dei pannelli solari nelle abitazioni civili. Per non parlare dell’edilizia che produce energia al posto di consumarla e basta, e delle auto ad idrogeno.
La storia del nucleare in Italia è un copione noto: è quello dell’imposizione attraverso l’uso dell’esercito di opere pubbliche non condivise, come accadrà per i siti scelti per la costruzione delle centrali, e come è già accaduto per la base Dal Molin, per la Tav e per la discarica di Chiaiano. Ma ai cittadini, in fondo, sta bene così. Perché nel Paese che ha la memoria più corta del mondo essi strillano solo quando i problemi, egoisticamente, non capitano più sempre e solo agli altri. Vicenza, le valli alpine e Chiaiano sono lontani dal mio paese, disse il siciliano, prima che la sua città fosse prescelta per l’installazione della centrale. E’ anche il copione dell’imposizione delle opere perché i lavori portano profitti da spartire, come è accaduto per Alitalia, per il Ponte sullo Stretto affidato alla già pluriindagata Impregilo e come accadrà per la costruzione delle centrali. Del resto, il Governo si regge proprio su questo sistema. Ora si tratterà solo di demonizzare gli ambientalisti, di screditarli agli occhi dell’opinione pubblica, così come si è fatto per chi chiede al Premier di farsi processare, ed il gioco è fatto.
Foto da http://www.alguer.it/
La Fattoria degli Animali era sorta sui migliori principi, e tutti erano contenti di ciò che era costato loro tanta fatica. Funzionava tutto benissimo, fino a quando non si sentì la necessità di una classe dirigente stabile che ponesse rimedio a piccole necessità contingenti.
Le piccole necessità contingenti mutarono gradatamente il loro peso, le azioni di intervento le loro sfumature. Un processo continuo, non scioccante, del quale gli animali lavoratori non si resero conto se non quando ormai era troppo tardi. Alcuni segnali, più o meno eclatanti, diluiti nel tempo, furono chiari esempi premonitori di ciò che sarebbe accaduto: si cambiò l’inno della Fattoria, si vendette il legname al vecchio padrone, si modificò lo Statuto. Ma la classe dirigente proclamò col cuore in mano che si trattava di provvedimenti presi per il bene esclusivo della comunità e i lavoratori, sempre più sfruttati, sempre più immersi nel loro lavoro, non si preoccuparono come dovevano fare.
Dopo le impronte digitali prese ai bambini rom, la schedatura dei barboni, i militari per le strade, la direttiva che vieta le manifestazioni in quasi tutte le piazze italiane, le disposizioni contro i negozi etnici, contro la disobbedienza civile, le delazione dei propri pazienti da parte dei medici, la promessa della galera per i giornalisti, arrivano le ronde cittadine. Pardon, le “iniziative di partecipazione civica nell’ottica della solidarietà orizzontale”, come le ha tartufescamente definite il Ministro Calderoli. Ma è vietatissimo parlare di franchismo, chi lo fa è un qualunquista cane, e pure comunista scavatore di foibe, o un eversivo giustizialista alla Di Pietro.
In Italia esistono solo due forze politiche che si sono avvalse di questo metodo per garantire la sicurezza: il partito della Lega Nord, che ospita al suo interno condannati per istigazione all’odio razziale, e i movimenti fascisti. La proposta iniziale della Lega Nord era quella di armare dei cittadini in una sorta di Squadra di Sicurezza, altrimenti nota come SS, poi alcuni emendamenti hanno fatto sì che le ronde fossero disarmate, e quindi prevalentemente costituite da ex membri delle forze dell’ordine, ora in pensione. Cerotti che non riescono a nascondere la gravità della decisione presa, sempre per Decreto Legge, poiché ormai è il Consiglio dei Ministri che legifera, cosa che lo stesso Berlusconi ha tenuto a ribadire molto candidamente: i Dl sono “necessari” affinché “un Governo possa intervenire tempestivamente, legiferando con norme immediatamente applicabili”. Non solo. Nonostante il Premier abbia ammesso che gli stupri sono diminuiti, nel corso del 2008 (ma allora, il panico sociale sparso dai media…), ha ulteriormente rafforzato quanto dichiarato in precedenza: “Voglio sottolineare che il Governo può utilizzare la decretazione di urgenza a seguito del clamore suscitato dai recenti episodi”.
Tralasciando il fatto che lo strumento del Decreto non è pensato per rispondere ai clamori mediatici, ci si chiede se il Governo, quindi, non possa arrivare a stimolare, suscitare o creare il clamore per dare adito ai provvedimenti d’urgenza. In passato è accaduto, e la ‘strategia della tensione’ ne è l’esempio più fulgido.
Ci si chiede pure come reagiranno le ronde quando si troveranno di fronte ad una flagranza di reato. O se saranno provocate, e poi in seguito si penserà ad armarle per prevenire il ripetersi di certi episodi.
Di certo ci sono le reazioni di Quirinale e Vaticano. Il primo, che inizialmente aveva espresso forti perplessità, trovandosi davanti a Gesù ha deciso di vestire i panni di Ponzio Pilato: “i contenuti del decreto siano di esclusiva responsabilità del Governo”. Così Napolitano firmerà, quasi certamente, anche questo Decreto. Il secondo, invece, continuando a dimostrare un interesse nella politica estera che travalica quello delle anime dei propri fedeli, ha crocifisso il provvedimento con le seguenti parole: “L’istituzione delle ronde rappresenta una abdicazione dello Stato di diritto. Non è la strada da percorrere”. L’Italia è ridotta ad appellarsi al Vaticano per ricordare alla coscienza dei cittadini che lo Stato è creato in prima istanza per garantirne la sicurezza, come ente terzo, ed evitare le adunate da saloon di cow boy in caccia del rapinatore.
L’opposizione, invece, fa notare come il Governo si sia avvalso di un’ulteriore pratica scorretta, volta ad espropriare ancora una volta il Parlamento dalle sue prerogative: “Il prolungamento per decreto della detenzione nei Cie rappresenta un esplicito schiaffo al Parlamento che aveva già bocciato, con un voto che coinvolgeva settori della stessa maggioranza, un provvedimento del governo che andava in questa direzione”.
Ora rimane solo da chiedersi quale sarà il prossimo passo di un Governo che non teme opposizioni o freni inibitori alcuni, pur di perseguire il proprio interesse.
Foto da www.sottodiciottofilmfestival.it
Il silenzio, a volte, è un po’ come il deserto del Sahel, copre ogni cosa e la rende invisibile ai nostri occhi, sublimandola. Tutti i titoloni dei nostri media sono per la crisi del Pd dopo le dimissioni di Veltroni e per la lite tra Bonolis ed il Vaticano sul Festival di S. Remo, mentre titoletti glissanti accennano timidamente allo scandalo che dovrebbe travolgere il nostro Presidente del Consiglio. Oblio, invece, per la nuova catastrofe che vede come vittime gli abitanti del Darfur.
Proprio l’altro ieri, a Doha, il Governo sudanese e i ribelli del Jem (Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza), avevano firmato una intesa che poneva le basi per la cessazione del conflitto: una dichiarazione di intenti per poter fermare gli attacchi ai campi profughi, il rimpatrio forzato dei fuggitivi e che portasse alla liberazione di alcuni prigionieri. Un piccolo passo in avanti, denunciato però come insufficiente e figlio delle circostanze: il Jem è solo uno dei molti fronti di liberazione che combattono in Darfur, i quali hanno disertato il tavolo proposto dal Qatar poiché non lo hanno reputato credibile, giudicando sospetta questa improvvisa disponibilità del Governo sudanese. Le autorità di Khartoum hanno sempre rifiutato l’invio di forze internazionali di pace e la presenza di giornalisti, però all’indomani della possibile sentenza della Corte Penale Internazionale dell’Aja, che deve stabilire se il presidente Oman Hassan El Bashir sia colpevole o meno di crimini di guerra e contro l’umanità per la catastrofe del Darfur, si apre improvvisamente uno spiraglio. Le autorità sudanesi potrebbero aver voluto mandare un segnale di distensione verso l’opinione pubblica mondiale e la Comunità Internazionale, mostrando un volto umanitario; un eventuale arresto del Presidente sudanese sembra peraltro improbabile, dato l’appoggio che Paesi come la Cina e la Russia forniscono allo Stato africano. Scavando nemmeno troppo a fondo nella questione, infatti, viene alla luce una storia che ormai ha dello stereotipo: il Sudan, a dispetto di uno dei redditi pro-capite più bassi al mondo, non è quella “cassone di sabbia” che si vorrebbe far credere, ma, come il Congo e tutti gli stati centroafricani, è ricchissimo di risorse, che le potenze planetarie, loro sì dopo aver scavato a fondo nei territori altrui, si accaparrano corrompendo i governanti locali. Non esistono prove certe che questo accada nello Stato africano, ma appare sospetto che la Cina sia il maggior partner commerciale del Sudan, e che questi le abbia concesso ingenti finanziamenti in cambio dello sfruttamento delle risorse petrolifere…
La “Dichiarazione di Intenti”, nel frattempo, non pare aver retto a lungo: il Jem denuncia la violazione dell’accordo poiché, nella giornata di ieri, vi sarebbero stati attacchi da parte dell’esercito sudanese contro due postazioni di ribelli.
Ma la notizia più allarmante viene fornita da Medici Senza Frontiere. L’organizzazione era rientrata ieri nel Darfur meridionale dopo un mese di assenza dovuta agli scontri, e ha denunciato che 35mila persone sarebbero state colpite dai combattimenti che hanno interessato la zona: “La popolazione in città sembra essersi dimezzata. Non sappiamo dove si trovino le persone, ma cercheremo di seguirle ed assisterle comunque in caso di bisogno. La popolazione sembra fuggita precipitosamente, senza riuscire a portare quasi nulla con sé. Temiamo che possano aver presto un urgente bisogno di assistenza medica”. Altri sfollati sono in arrivo da Nord. Ma questa notizia non ha trovato eco tra le colonne e le frequenze dell’informazione di grosso calibro.
Ad oggi, il conflitto iniziato nel 2003 conta 400.000 morti, secondo le stime delle Nazioni Unite, e 2,2 milioni di profughi in fuga dalle violenze. Attacchi ai campi dei rifugiati, morte per fame e stupri di massa sono fenomeni tutt’altro che rari, e qualcuno è arrivato anche a parlare di pulizia etnica. Di fronte a questo dramma, però, le Organizzazioni Internazionali appaiono piuttosto abuliche, distratte. Riconoscendo come un intervento risolutivo sia tutt’altro che semplice, è certo che esiste la necessità di azioni più energiche, ravvicinate, e che la vita e la dignità di queste persone dovrebbero avere la precedenza su qualsiasi altra cosa.
Foto da www.iansa.com/
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Aiace Telamonio - non l’impavido guerriero che “sorridendo // con terribile piglio, e misurava // a vasti passi il suol, l’asta crollando // che lunga sul terren l’ombra spandea”, ma piuttosto quello che si scaglia impazzito contro un branco di pecore, credendo di uccidere i capi Achei.
Veltroni ha lasciato la guida del Pd, dopo sedici mesi, tra gli sberleffi irriverenti del PdL che lo accusa di aver insultato Berlusconi fino alla fine, e i rammarichi di chi, nella maggioranza, vedeva in lui un debole oppositore, o un pratico avallatore, delle ‘riforme’ proposte. “Mi assumo le responsabilità mie e non. Basta farsi del male, mi dimetto per salvare il progetto al quale ho sempre creduto”; “Non ce l’ho fatta e chiedo scusa per questo“.
La mazzata delle elezioni regionali sarde è solo l’ultimo segnale che gli Italiani hanno dato al partito, dopo le politiche, le amministrative a Roma e le elezioni abruzzesi. Una sconfitta che non lascia spazio ad alibi, che induce ad un serio ripensamento di tutta la linea del Pd. Se ancora esisterà, un Pd. Dilaniato da spinte interne opposte, che rifanno capo ai due partiti che lo hanno fondato, il Partito Democratico è sempre apparso un’utopia balzana, l’archetipo dell’ amalgama di acqua e olio.
Veltroni ha sempre guardato agli Stati Uniti, prendendo a modello il Partito Democratico americano, e ha viziato il progetto all’origine: l’Italia ha una tradizione politica differente da quella d’oltreoceano, nonostante sedicenti dotti politologi abbiano cercato di convincerci, in questi anni, che il bipolarismo era non solo possibile, ma anche doveroso. In pratica, D’Alema e la Binetti non possono coesistere. E se il Partito Democratico statunitense abbraccia Ted Kennedy e i riformatori più moderati, questo è possibile perché esiste una ampia la piattaforma di valori comuni condivisi, che non si riscontra nella controparte italiana.
Al ‘peccato originale’ si sono sommate poi la ‘questione morale’, il comportamento ambiguo, oscillante dalla strenua ricerca del dialogo a tutti i costi alla opposizione fatta dalle piazze, la sostanziale mancanza di alternative valide al modello al quale Berlusconi sta improntando la nazione, che spesso ha trovato nei fatti il loro appoggio. Veltroni, nella sua dirigenza, non ha mai capito veramente il suo elettorato, e ha sempre mirato al bersaglio sbagliato. Ora, qualsiasi mossa rischia di essere una sconfitta. Se continuare con il baraccone appare controproducente, la divisione delle due anime è l’ammissione del fallimento di un progetto. Ma già Rutelli strizza l’occhio a Casini, e D’Alema a Ferrero.
Aiace Oileo - Famoso per rozzezza ed ignoranza, in battaglia si distinse per la sua crudeltà e disprezzo, anche degli dèi.
Guai in vista anche per il Cavaliere; ma, a differenza dell’avversario sconfitto, Berlusconi dispone della risorsa che l’altro inseguiva vanamente: il potere. I giornali esteri si sono stupiti che in Italia le prime pagine dei notiziari non fossero per la condanna dell’avvocato Mills, che ci pone di fronte ad un Presidente del Consiglio che ha corrotto, mezzo terzi, due volte i giudici, per aggiustare i processi che lo vedevano coinvolti. E’ evidente che le due cose, la Presidenza del Consiglio dei Ministri e la corruzione dei Giudici, sono incompatibili, ma solo Di Pietro ha ricordato che “in America, Obama ha mandato via i Ministri che avevano avuto problemi con il fisco; in Italia, se corrompi un testimone, vai a fare il presidente del Consiglio”. Dalle colonne dei notiziari esteri si è puntato il dito contro il rozzo scudo spaziale che il Cavaliere ha ordinato di approvare al Parlamento, passato come ‘Lodo Alfano’.
Facendosi scudo della sua carica, abusando del potere che gli è concesso in sprezzo alla Costituzione, può anche permettersi il lusso di ignorare l’ennesimo parere negativo espresso sul provvedimento delle intercettazioni espresso vicepresidente del CSM: “La sanzione penale per i giornalisti è eccessiva e unilaterale, ai sensi dell’ art. 21 della Costituzione”. Secondo Mancino il provvedimento che autorizza le intercettazioni solo in presenza di gravi indizi di colpevolezza, “distrugge” lo strumento investigativo limitandolo “fortemente”. E nemmeno lo sfiorano le richieste di chiarimento del Governo argentino a proposito delle sue frasi sui desaparecidos: al contrario, è lui che si indigna.
Se non basta la galera per i giornalisti a scuotere le coscienze dei cittadini, mettendoli di fronte al fatto che lo Stato si è trasformato in un insieme di strutture piegate al servizio di una oligarchia, il pericolo è ancora maggiore di quanto non sia.
Aiace Oileo visse più a lungo rispetto al suo omonimo, ma nemmeno egli ebbe la ventura di tornare a casa: la destra non può proseguire lungo la strada intrapresa, o la sconfitta di Veltroni di oggi sarà la disfatta del PdL di domani.
Foto da http://www.griseldaonline.it/