Hanno vinto tutti.
Lo spoglio delle schede contenute nelle urne israeliane mette a nudo il paradigma della Democrazia del Ventunesimo secolo: una classe politica, cioè, svincolata da ogni obbligo nei confronti della base di elettori che dovrebbe rappresentare e unicamente interessata a mantenere il potere di cui gode.
Il primo partito è risultato essere Kadima, guidato da Tzipi Livni, l’ex Ministro degli Esteri, secondo la quale le vittime civili del recente massacro compiuto nella striscia di Gaza sono “un frutto delle circostanze” ha conquistato 28 seggi. Ma Likud, il partito di Netanyahu diretto avversario alla premiership, ne ha 27, Yisrael Beitenu 15 e il partito laburista di Barak 13. L’affermazione della Livni, perciò, è stata esigua. Considerato che alla Knesset, il Parlamento israeliano, hanno avuto accesso 12 partiti, la situazione appare piuttosto intricata.
I leader dei primi tre partiti hanno gridato alla vittoria. Livni perché, rispetto ai sondaggi che la davano per sfavorita, ha visto il suo partito conquistare più seggi: la guerra nella Striscia di Gaza le ha fruttato bene. Netanyahu e Lieberman, il leader di Yisrael Beitenu, perché hanno visto un consistente rafforzamento. A Barak, il cui partito ha perso un discreto numero di seggi, non è rimasto che fare il Veltroni della situazione, il quale, dopo le sconfitte elettorali delle politiche, del Comune di Roma e dell’Abruzzo invece che dimettersi aveva dichiarato che doveva “impegnarsi di più”.
“Il popolo ha deciso, vuole Kadima”. “Il popolo si è espresso, ha premiato le forze nazionaliste in Parlamento. [...] E’ evidente che Israele dovrà essere guidato da Likud”. “Siamo il terzo partito politico, si tratta di una grande responsabilità. [per la scelta dell'alleato] propendiamo per Likud, ma la scelta non sarà facile”. Dichiarazioni che trasudano unicamente brama di potere.
Il voto israeliano non è altro che la dimostrazione della deriva alla quale tendono le odierne democrazie: le destre hanno conquistato la stragrande maggioranza dei seggi disponibili. Una discreta affermazione si è avuta anche per i partiti religiosi, mentre il tracollo ha riguardato il partito laburista e quello di sinistra Meretz. Si conferma perciò lo spostamento a destra delle scelte elettorali e la sfiducia nei confronti dei partiti appartenenti alle “sinistre”. E’ un evento che ha una precisa spiegazione: la mancanza di idee, filosofie ed ideologie che da venti anni a questa parte caratterizza la politica a livello quasi planetario.
I partiti politici e i loro esponenti non hanno un obbiettivo dettato dalla visione della società secondo un modello ideale: questo decreta la morte del coinvolgimento civico e politico dell’elettorato, che si trasforma in attore passivo ed indifferente al proprio destino. La politica si limita alla gestione dell’esistente, spesso in modo degenerato, a vantaggio di chi regge il mestolo. E non potrebbe essere differente, poiché chi lo regge, appunto, non è guidato da un’ideale superiore di benessere collettivo. In quest’ottica rimane campo libero a chi propugna la sicurezza dell’ordine e della autorità forte, cioè tradizionalmente alle destre, mentre le sinistre si lasciano coinvolgere esclusivamente dal gioco di potere, buttando a mare anche quel residuo di ideale che caratterizza i loro oppositori. Nel deserto ideologico trionfa l’imminente ed il personale, le filosofie spicciole e a corto raggio: la rappresaglia sui razzi palestinesi e l’archetipo del palazzinaro che la fa franca, alla Berlusconi.
Un altro dato, poco rimarcato dall’informazione, è la quota di astensionismo: i politici sono rimasti soddisfatti dell’affluenza di questa tornata elettorale, ma rimane il fatto che oltre un terzo della popolazione si è astenuta dal voto. Negli Stati Uniti è accaduta la stessa cosa nelle presidenziali che hanno incoronato Obama, quando si è avuto il record di affluenza. La tornata precedente l’astensionismo ha riguardato la metà della popolazione, come per le elezioni abruzzesi in Italia. Il primo partito israeliano conta perciò meno di un quarto dei consensi riferito ai due terzi della popolazione, cioè ha convinto il 17% della popolazione. Per ovviare a questo inconveniente, la prima dichiarazione dei partiti maggiori non ha riguardato la sicurezza nazionale, ma l’accordo nel riformare l’attuale legge elettorale, poiché “non garantisce la governabilità del Paese”. Non è un caso se i giornali locali, infatti, hanno subito titolato “Pasticcio elettorale”, pur non essendoci nessun pasticcio nell’affermazione della volontà degli elettori. Ricorda qualcosa? La classe politica si autoassolve, demandando la colpa della situazione alla popolazione poco responsabile e alla stortura di una legge elettorale che ha il difetto di cercare di rendere l’assemblea legiferante il più simile possibile alla pluralità di opinioni dei cittadini. I partiti più “grandi”, se così possono essere definiti, si accaparrano indebitamente seggi che non spetterebbero loro.
La cronaca spicciola vedrà il partito di Lieberman vendersi al miglior offerente, e quello che uscirà vincitore dall’asta spartire le poltrone per comprarsi l’appoggio fedele degli alleati.
Rimane l’incognita sulla politica estera del nuovo Governo, che dovrà fare i conti con un atteggiamento molto meno permissivo da parte degli Usa di Obama, che intessono relazioni con l’Iran e chiudono Guantanamo.
Foto da www.jewishvirtuallibrary.org
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