Wednesday, November 25, 2009

il magnete

Network di politica e attualità

La Tonnara

Posted by admin On Dicembre - 24 - 2008

Chi ha detto che per mettere il basto alla ‘classe operaia’ e sfruttarla secondo le convenienze occorre il tesseramento obbligatorio al sindacato del fascio? Basta tranquillamente, alla bisogna, il sindacato “ragionevole”, per dirla alla Bonanni, che opera attualmente. Basta che i mezzi di informazione facciano sparire i titoli a caratteri cubitali e non facciano il loro mestiere, basta che quando qualcuno protesta per gli ultimatum che gli vengono imposti dai dirigenti, chi gli è attorno guardi egoisticamente al disagio che vive a causa del disservizio, invece che solidarizzare con chi non sa se riporterà lo stipendio a casa.

 

Che fine hanno fatto i servizi giornalistici larghi otto colonne di una classe di pennivendoli, che ora relega la mattanza che si sta compiendo ai danni dei lavoratori Alitalia a pochi, smagriti trafiletti noncuranti?
Perché di tonnara trattasi, la nuova era di assunzioni Cai.
Dopo essersi vista regalare l’azienda dal Governo, dopo che l’Antitrust ha fatto finta di non accorgersi del monopolio che si è venuto a creare, i vertici di Compagnia Aerea Italiana, i “patrioti”, come li ha definiti il Presidente del Consiglio, hanno proceduto alle assunzioni a chiamata, con il benestare dei sindacati confederati. Gli stessi che, proprio ieri, si sono accorti di qualche piccolo problema insorto nel meccanismo di assunzioni, che lascia fuori regolarmente donne incinte, disabili, persone con problemi in famiglia, ragazze madri. Gli stessi che, dopo aver firmato l’accordo capestro, oggi denunciano che perfino quello non viene rispettato, poiché Cai sta esternalizzando molti più asset e servizi del previsto. Gli stessi che ora denunciano che le assunzioni hanno leggere difformità tecniche, perché non sono a tempo indeterminato, ma a termine. Ora, Cgil, Cisl e Uil cadono dalle nuvole.
Quando un mese e mezzo fa era il ‘fronte del no’ a denunciare la “pulizia etnica” commessa ai danni dei lavoratori, quella era un’altra storia. Quando erano i cinque autonomi a parlare di azienda senza futuro, che per sopravvivere sarebbe dipesa interamente dal partner straniero, anche quelle erano voci di cassandre. Sindacati sovversivi, che volete.

Ora il sindacato confederato si aspetta un “intervento deciso del Governo” per contrastare “una palese violazione da parte di Cai degli accordi sottoscritti”. E difatti ognuno immagina il Ministro Matteoli assurgere a Tribuno dei lavoratori, dopo averli intimiditi e minacciati nel corso di tutti questi mesi, ogni volta che hanno protestato per le condizioni che si vedevano imposte. Apertura di istruttorie, intimazioni di riprese del servizio, apertura di procedure a carico dei lavoratori sono state all’ordine del giorno. Del resto Brunetta è stato molto chiaro: “I dipendenti della compagnia devono farsene una ragione”. Ingozzatevi questo cucchiaio di olio di ricino e zitti.

Ed è questo l’aspetto più grave di tutta la vicenda, senza tema di smentite. La criminalizzazione delle rivendicazioni dei lavoratori, che avviene sistematicamente sotto gli occhi indifferenti del sindacato. Lo stravolgimento sistematico delle regole di contrattazione e di protesta, la preclusione dei lavoratori stessi nelle decisioni che li interessano. Diversi scioperi sono stati impediti con una scusa o con l’altra, sia dai sindacati che dal Governo. Il futuro è la rimozione di questo strumento: non conviene né agli uni, né agli altri.
I media hanno sempre presentato come quantomeno inopportune le proteste dei lavoratori di Alitalia. Li hanno additati come privilegiati, hanno voluto far credere che gli scioperi erano pretestuosi ed incomprensibili, perché si dovevano salvare 20.000 posti di lavoro, e quindi non bisognava guardare tanto per il sottile. Ora hanno la scusa della crisi. Hanno usato le stesse argomentazioni del Governo, che poi sono le stesse di Cai. Un muro compatto, insormontabile. Un monito per tutti gli altri lavoratori. I quali non hanno compreso la gravità della cosa, e hanno applaudito.

E tra chi ha applaudito, c’è già qualche caduto. Ieri si è chiuso il contratto del personale degli enti pubblici non economici. Il contratto, valido per tutti i lavoratori del settore, è stato firmato solo da Cisl e Uil, che non solo rappresentano una parte fortemente minoritaria del totale dei lavoratori, ma non hanno nemmeno sottoposto ai loro iscritti l’accordo, per una preventiva approvazione. Il sindacato “ragionevole” ha tagliato fuori tutti i lavoratori che rappresenta e ha chiuso per conto suo un contratto.
Questo continuo e impunito attacco ai diritti dei lavoratori, che dura da quindici anni e vede il sindacato come primo manganellatore, ha subito una brusca recrudescenza in questi ultimi mesi, costituendo precedenti dei quali in pochi paiono rendersi conto. Troppo impegnati, forse, a inveire contro il personale Alitalia perché il volo che doveva portari in vacanza per il ponte di Natale è stato soppresso.

 

Foto da www.rainews24.it/

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare l'articolo anche qui, gli articoli precedenti qui.

Il Cacciatore

Posted by admin On Novembre - 5 - 2008

E’ un Colaninno in versione “Il Cacciatore”, quello che parla da Hanoi. Solo che la tempia non è la sua, ma è quella dei lavoratori di Alitalia.
L’imprenditore italiano si trova in Vietnam per aprire un nuovo stabilimento Piaggio: certo, là gli operai li può pagare molto di meno, sono meno sindacalizzati e il Governo è ancora più accomodante di quello, pur zerbinesco, nostrano. Ma a sentir lui colonizzare il Vietnam è importante perché “è questa la zona da dove può partire un contrattacco delle nostre aziende” nei confronti dei colossi asiatici.
Colaninno spara. Ieri le dichiarazioni sul modo con il quale intende regolare i rapporti con i sindacati autonomi e, soprattutto, disciplinare le assunzioni nella nuova Alitalia. Sebbene il fatto che egli pensi di agire in questo modo sia scontato, essendo imprenditore, questo rigurgito pubblico di padronalismo anni ‘50 è preoccupante, poiché, in genere, le dichiarazioni conseguenti erano stemperate da un velo di pudica presentabilità. Ma corrono tempi di sdoganamento, in cui un condannato per concorso esterno in associazione mafiosa può sedere tranquillamente in Parlamento e inneggiare ai bei tempi del Duce, quindi, poca sorpresa.
Se il ruolo della pistola spetta al Governo, sempre più distante da posizioni consone ad una trattativa che lo dovrebbe vedere solo come garante di un corretto svolgimento della stessa, l’indice che preme il grilletto è sicuramente interpretato dai sindacati confederati. Il loro colpevole silenzio di fronte alle esternazioni di Colaninno è ripugnante.
Al di là del fatto che gli autonomi abbiano o meno ragione, un sindacato serio, che guardasse agli interessi dei lavoratori e non alle rendite dei loro Tfr, indirebbe uno sciopero immediato contro la “chiamata personale” che Colaninno intende mettere in scena. E’ un drammatico ritorno ad un passato in cui era un caporale a stabilire se toccava lavorare e riportare il pranzo a casa oppure no. Ma i confederati, soddisfatta la loro sete di potere che li spinge a difendere la loro posizione di attori politici, si sono disinteressati della cosa. Cisl e Uil sono anni che, con coerenza e dirittura, seguono questa politica, mentre Cgil, anche recentemente, si è lamentata di un atteggiamento di chiusura, e quasi di mobbing, da parte di Governo ed industriali uniti. Questa duplicità di comportamento, questa mancanza di coerenza è un chiaro indizio del reale interesse di Cgil: quello di continuare ad essere chiamata in causa nella gestione delle cose, esattamente come Cisl e Uil; se viene tagliata fuori da questa gestione (casi Alitalia ad Agosto, ma anche Contratto degli Statali e Scuola, per non parlare del “Patto per l’Italia” del 2002) allora è pronta ad una guerra di posizione. Altrimenti la tempia non è la sua. E’ bene ricordare che i confederati, che hanno firmato un accordo valido per tutti i lavoratori di Alitalia, non sono nemmeno i sindacati più rappresentativi di alcune categorie; e che sono sempre i Confederati ad aver firmato le norme sulla perdita della Cig rammentate dal Ministro Matteoli, nonché ad essersi autoregolamentato lo sciopero.
Uno spettacolo come quello della Roulette russa non è tale se non è presente un pubblico pagante: questo è il ruolo dell’opposizione. Con la sola eccezione dell’Italia dei Valori, nessuno pare essersi scandalizzato delle intenzioni di Cai, dell’avallo del Governo e del silenzio complice dei confederati. Una ulteriore dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, che l’opposizione in Italia è priva di nerbo e che le parole di Veltroni alla recente manifestazione rimangono solo un bel discorso per salotti di benpensanti.

Cai dice “Basta!”

Posted by admin On Novembre - 4 - 2008

Il 29 Settembre, dopo un mese concitato di trattative, Berlusconi chiosava: “tutto è bene quello che finisce bene”. Sembrava che la vicenda Alitalia (o Alitaglia), fosse andata in porto, poi si è scoperto che le cose stavano in modo differente. Il mese successivo si sono rincorse voci secondo cui alcuni imprenditori della cordata, tra cui Marcegaglia, potessero sfilarsi, ma evidentemente qualcuno deve averli rassicurati sul metodo e le condizioni con le quali si sarebbe chiusa la trattativa. Fantozzi ha lasciato intendere (20-09/08) che in realtà non c’era tutta questa fretta di chiudere, se si escludevano le scadenze burocratiche: infatti Alitalia sarebbe stata tenuta in vita comunque con un “prestito revolving” destinato ad una “prededuzione”. In soldoni il Governo, fedele ai diktat vaticani in merito all’eutanasia, avrebbe continuato a tenere le flebo attaccate ad Alitalia con i soldi dei cittadini fino al momento più favorevole a Cai. Poi ha aggiunto che sarebbe stato disponibile a chiudere l’operazione anche senza l’accordo con i sindacati: un’affermazione che avrebbe meritato un maggior approfondimento. Due giorni dopo i sindacati autonomi, dopo un incontro con Cai, si definirono “agghiacciati” dalle condizioni imposte dalla cordata di imprenditori che dovrebbe rilevare Alitalia. Mentre i Confederati firmavano il Lodo Letta (un accordo non ancora definitivo, stando alle dichiarazioni), Cai e gli Autonomi si sono accusati vicendevolmente: gli imprenditori hanno sostenuto che i sindacati avevano rotto la trattativa a causa del limitato numero di distacchi concessi, viceversa gli autonomi hanno reso noto che Cai aveva abbandonato unilateralmente il tavolo, interrompendo la trattativa. Hanno anche aggiunto che le condizioni proposte erano diverse (e fortemente peggiorative) rispetto a quelle sottoscritte nel pre-accordo di Settembre, tanto è vero che Cai si sarebbe sottratta ad una verifica dei contratti; vi sarebbero inoltre state limitazioni “gravissime” nelle assunzioni di madri con minori a carico e dipendenti con un disabile in famiglia, oltre alla latitanza del Governo in merito alle misure previdenziali per la gestione degli esuberi, e la non chiara situazione dei lavoratori part time; tutte dichiarazioni smentite dalla cordata.
Gli autonomi stanno valutando se denunciare Cai al Tribunale del Lavoro nel caso in cui gli accordi di Settembre non fossero rispettati: appare poco probabile che i sindacati si vogliano suicidare in una causa persa se effettivamente i contratti non fossero diversi. Il 28 Cai ha inoltre comunicato che le assunzioni assommavano a 12.000: un altro dato passato quasi inosservato, ma che conferma che gli esuberi previsti sono molti di più dei 3.500 dichiarati anche dal Governo, che continua a spalleggiare gli imprenditori in modo a dir poco spudorato, invece che fare da intermediario neutrale. Pressioni continue con dichiarazioni che sanno da ultimatum sono state fatte anche da ultimo dal sottosegretario Letta. Gli autonomi segnalano altresì, in un loro comunicato, cha Cai usufruirebbe di sgravi contributivi per l’assunzione del personale in cassa integrazione per 200 milioni di euro in tre anni. Altri soldi pagati dai cittadini, che si sommano al prestito ponte capitalizzato (il quale, oltretutto, andrà restituito perché viola la normativa europea), alla multa che la UE probabilmente ci comminerà e a tutti i debiti di Alitalia e AirOne scaricati nella Bad Company.

Fantozzi, il commissario straordinario, sta valutando l’offerta della Cai: dopo averci pensato a lungo la riterrà senza dubbio congrua, soprattutto considerato che l’advisor che doveva garantire i contatti per le offerte è poi entrato nella cordata, che chi doveva valutare il patrimonio Alitalia (Banca Leonardo) vede tra i suoi azionisti alcuni dei protagonisti della “cordata salva Alitalia” e che gli stessi salvatori della patria attendono il ritorno del sostegno alla spregiudicata campagna elettorale del premier, in merito alla compagnia di volo italiana.
Vista la criticità del momento, nel tentativo di sbloccare la situazione, dopo il no all’accordo i sindacati autonomi avevano chiesto un nuovo incontro con Cai. Ma ormai il centrodestra ha deciso di spianare la strada a qualsiasi costo; Colaninno ha replicato che: “Non c’è nessuna convocazione degli autonomi. Il problema è finito, chiuso”. In pratica, come paventato da Fantozzi, l’accordo si chiuderà tagliando fuori i riottosi. E nel modo più infame. Colaninno infatti assicura che assumeranno “quelli che sono interessati ad accettare di lavorare in Alitalia secondo queste condizioni. Gli altri che non accetteranno queste condizioni avranno deciso che questa offerta di lavoro non è interessante”; “Manderemo una lettera e diremo ad esempio: ‘cara signorina, vuole fare l’assistente di volo sulla tratta Milano-Boston?’. Se dice di sì, va all’ufficio del personale, accetta e firma”. Immaginate i lavoratori presi uno per uno, in un rapporto di forza così squilibrato, e messi di fronte singolarmente alle forche caudine: o ti pieghi o ci lasci la pelle. Non si può definire altrimenti che per una carognata.
Matteoli, ministro del Governo, continua a fare da sponda ai pescicani: “E’ impensabile che si possa mettere un veto e perdere 18 mila posti di lavoro” (Ma Cai non aveva dichiarato di assumerne 12mila?). Per il Governo l’opposizione dei sindacati autonomi è un veto: nulla di sorprendente, è la stessa reazione che ha avuto ad ogni forma di dissenso, ultime quella riguardante la manifestazione del Pd e la protesta per la Legge Gelmini. Poi intimidisce, prima i lavoratori, quindi il sindacato dissidente: “Credo che Cai chiamerà i piloti singolarmente - ha aggiunto Matteoli - e sottoporrà loro il contratto. Per coloro che rifiutano, c’è qualche dubbio, che possano accedere alla cassa integrazione. La norma in proposito è chiara”. “L’ipotesi di una precettazione, nel caso in cui venisse proclamato uno sciopero da parte di piloti e assistenti di volo, sarà esaminata al momento opportuno”.
Ci si chiede, a questo punto, perché Cgil taccia: gli autonomi si trovano nella stessa situazione che il sindacato guidato da Epifani vive a proposito della trattativa sul contratto degli Statali, sulla protesta per la riforma scolastica o che immedesimava durante le trattative estive per la stessa Alitalia. Ora però tutti gli appelli all’unità sindacale paiono dissolti nel nulla; e ancora, il fatto che l’accordo venga concluso tagliando fuori le sigle sindacali più rappresentative, cioè gli autonomi, non pare essere un problema per Cgil, che pure ha duramente contestato le parole di Brunetta, sempre in merito al contratto degli Statali (”chi se ne frega ho il sostegno di Bonanni, Angeletti e Polverini”).

“Approvato” il Decreto Gelmini

Posted by admin On Ottobre - 29 - 2008

Nonostante le richieste dell’opposizione.
Nonostante le diffuse e continuate proteste di studenti, genitori e corpo docente.
Nonostante il sia pur tremulo invito al dialogo espresso da Napolitano.
Nonostante tutti gli altri Paesi adottino, nei confronti dei finanziamenti alla scuola pubblica, politiche opposte a quella italiana.Forti della maggioranza acquisita in Parlamento e dell’assoggettamento dello stesso al Governo, il centrodestra ha oggi approvato al Senato, e in via definitiva, il Decreto Gelmini. Questa in Italia, ormai, non è più una notizia. Se il potere legislativo fosse veramente indipendente come prevede il nostro ordinamento, ogni tanto contrasterebbe le decisioni del Governo; certo, il fatto che in Parlamento siedano gli avvocati dei Ministri rende le cose più complicate.
Definirla riforma scolastica appare un azzardo. Si intende annesso nel concetto di riforma, infatti, un mutamento di indirizzo sociale e culturale dettato da un movente etico e morale, la vera causa prima del cambiamento. Nel caso in questione invece, è unicamente una ratio di risparmio economico, o di “riposizionamento delle risorse”, secondo il latinorum del Ministro, il motore di questa serie di provvedimenti. L’ennesima disposizione proposta dal Governo, che ne ha motivato l’urgenza con l’esigenza di prendere provvedimenti volti a contrastare il bullismo. Un pretesto evidente, che pone in secondo piano il vero cuore della riforma. Ma il voto in condotta non è l’unico schermo: molta retorica è stata fatta dal Ministro Gelmini sul ritorno al maestro unico (che ora si scopre come “prevalente”), sui grembiuli, sui voti in decimi, mentre poco si è parlato dei tagli alle università, dell’indebolimento dell’obbligo scolastico, dei licenziamenti, dello squalificarsi ulteriore dell’insegnamento pubblico a vantaggio di quello privato. La scuola pubblica, infatti, è l’unico vero ascensore sociale che può garantire a chi è privo mezzi, ma dotato, di raggiungere posizioni di riguardo.
Il Decreto appare una sorta di ultimatum imposto dall’alto, come se il Governo volesse mostrare i muscoli: il dibattito alle Camere è stato compresso e ha assunto una decisa sfumatura di inutilità, dopo le parole di Cicchitto di lunedì: “Lo approveremo alla Camera così com’è, senza nessuna modifica”. La maggioranza non ha mai cercato un vero dialogo, non ha mai cercato di migliorare il testo proposto dal Governo che, sempre più, assomma a sé la funzione legislativa. La Gelmini si era detta disponibile a ricevere gli studenti, cosa che ha fatto sabato solo per comunicare loro che dovevano rassegnarsi. Poi ha tentato di ridimensionare la protesta affermando che “sono alcune migliaia” gli studenti che manifestano, mentre “in Italia gli studenti sono 9 milioni”. Ovviamente compresi gli alunni delle elementari e medie e i frequentanti istituti privati. Una cosa analoga è successa con il numero dei partecipanti alla manifestazione del Pd di sabato stesso. Il netto calo di consensi del Governo nei sondaggi, questa volta poco pubblicizzati dalla coalizione maggioritaria, pare smentirla in pieno. Appare evidente a tutti come un sistema che si definisca democratico sia lontano mille miglia da quello adottato dal Governo attuale. Allo stesso modo imporranno la riforma del sistema elettorale per le europee.
Oggi, davanti al Senato, si era già radunato un gruppo di studenti ingrossato da due cortei: hanno atteso la “sentenza”, poi alcuni parlamentari del Pd e dell’IdV, usciti dalla Camera, hanno invocato il referendum per abrogare il Decreto di fronte ai ragazzi. Una misura a posteriori certo più efficace dello sciopero previsto per domani, a provvedimento già approvato.
Studenti di destra del Blocco studentesco hanno manifestato a modo loro la solidarietà al Governo, occupando gran parte della piazza e innescando tafferugli, aggredendo i manifestanti con cinghie e caschi: due ragazzi sono rimasti feriti. Un altro segnale. Poi è partita la carica di alleggerimento delle forze dell’ordine, che già presidiavano il luogo. Finora, dunque, i “facinorosi” non sono gli studenti che si oppongono alla riforma, caricati anche a Milano dalla polizia, ma quelli che la sostengono, con buona pace del Premier.
Nel frattempo passano in secondo piano gli sviluppi della vicenda Alitalia, che pure aveva tenuto banco a lungo: i ripensamenti di Cai, il niet dei piloti al contratto capestro presentato (mercoledì scorso Di Vietri, Avia, si dichiarava “agghiacciato” denunciando che “non esiste un’etica dell’azienda, si vuole procedere a una pulizia etnica”. Tomaselli (Sdl) invece affermava che “la trattativa sui contratti di lavoro non è mai decollata”), il ridotto numero di voli, il numero di licenziamenti molto superiore a quello di 3.500 annunciato da Berlusconi.

 

Foto da  riflessiditana.ilcannocchiale.it/

Volo 174 - Caduta libera

Posted by admin On Settembre - 16 - 2008

In un clima di febbre crescente, di annunci e smentite, la trattativa per il “salvataggio” di Alitalia sta decollando. Giorni convulsi, caratterizzati da una girandola di incontri, di proteste, di incertezze. Gli Italiani seguono con il fiato sospeso le evoluzioni della compagnia aerea agonizzante, gli stalli delle trattative, le virate dei sindacati; esattamente come uno spettacolo delle Frecce Tricolori, tutta la “questione Alitalia” in questi ultimi mesi ha assunto sempre più la forma di un film dei fratelli Vanzina, rivoltante e di cui si sa già il finale quando ancora non si è che a metà pellicola. E’ un thriller scadente che ha l’obbiettivo di distogliere gli spettatori paganti (purtroppo paganti) dalla truffa alla quale verranno sottoposti. Il colpo di scena finale è di quelli più stereotipati: i sindacati bloccheranno il conto alla rovescia del timer della bomba Alitalia ad un secondo dallo scoppio, firmando l’accordo.

Il “piano Fenice” è la vera svendita di Alitalia, che diventerà una compagnia microscopica: rispetto al piano Air France meno voli, asset esternalizzati, più esuberi, contratti vergognosi per i pochi “fortunati” che verranno riassunti, annessione di una compagnia, AirOne, che se non è messa come Alitalia poco ci manca, zero hub e cnseguente declassamento di Roma e Milano. Un prestito ponte fatto dai cittadini sparito nella ricapitalizzazione. Alla cabina di pilotaggio della cordata imprenditoriale italiana, che ha messo sul tavolo la miseria di un miliardo di euro da dividere in sedici soggetti, è stato posto uno che di management ha dimostrato di saperne: l’affondatore di Telecom. La cordata salvatrice della Patria acquisterà la parte in attivo dell’Alitalia, mentre il passivo verrà pagato dai cittadini.

Una fila di fandonie condiscono questa operazione: Berlusconi continua a dire che gli esuberi previsti sono meno di quelli proposti da Air France. Ma la compagnia francese ne prevedeva 2.100, il Governo ufficialmente 3.250. La seconda panzana è sul numero di esuberi che realmente verrà operato: è prevista la riassunzione di 12.500 dipendenti, Alitalia ne contava 18.000 e Air One 2.700 circa. I conti si fanno presto. La terza bugia sulla italianità della compagnia: in primis perché ora la compagnia è di sedici privati, non degli italiani che ne pagheranno solo le passività; in secondo luogo perché per sopravvivere avrà bisogno di aggrapparsi ad una compagnia straniera come un malato alla propria flebo. La quarta frottola riguarda le colpe della Sinistra sulla vicenda Alitalia: chi c’era al Governo dal 2000 al 2005? Chi ha affossato la trattativa con Air France per fini meramente elettoralistici? Le colpe vanno equamente ripartite. Ci sono poi fanfaluche più tecniche come quelle sul numero di aerei.

La messinscena di questi giorni serve a tutti gli attori di questa pantomina tartufesca per salvare la faccia e trarre profitto da una situazione che si sta ingarbugliando sempre di più: Cai, la Compagnia Aerea Italiana, ha presentato un contratto scandaloso forte del potere contrattuale che detiene: o chi rimane fa lo schiavo sottopagato, o vanno tutti a casa e Cai si ricompra Alitalia ad ancora meno. E’ per questo che le sue posizioni sono così rigide. Il Governo deve fare la parte del regista che, tra mille insidie e difficoltà, è riuscito a far atterrare il boeing 767 rimasto senza benzina dopo il decollo. I sindacati, dal canto loro, sono quelli messi peggio: dopo aver fatto fuggire Air France non potevano tornare dai dipendenti Alitalia e dire loro che dovevano accettare un piano peggiore, o avrebbero rischiato il linciaggio, perciò devono dimostrare che hanno lottato con le unghie e con i denti fino alla fine. Per di più sono costantemente confutati dalla base dei lavoratori, perdendo così ogni legittimità. Le bugie del Governo fanno molto comodo anche a loro, soprattutto tenendo conto che, se la trattativa fallisse, verrebbero licenziati tutti i lavoratori: in alternativa ad una simile disfatta, il trio confederato firmerebbe anche una cambiale della Parmalat dei tempi d’oro. Hanno tenuto fuori i sindacati di categoria dalle trattative fino che hanno potuto, nonostante fossero questi ultimi a rappresentare la volontà dei lavoratori, ma ieri anche il governo ha dovuto cedere ed incontrarli.

Ormai, però, è tardi. Ha detto bene Bersani: questa è la nuova AirOne. Toto si salva e ringrazia.

 

P.s.: ieri a Porta a Porta Berlusconi, da vecchio playboy imbolsito, era seduto a fianco della nuova Miss italia, e scambiava schermaglie con la Vezzali in stile “premiazione dei Telegatti”. Forse avremo presto due nuovi Ministri.

 

Foto da www.tropicalisland.de

Alitalia: un caso di gestione all’italiana

Posted by admin On Agosto - 13 - 2008

Lunedì la procura di Roma ha annunciato l’apertura di un fascicolo in seguito ad una inchiesta del Codacons, che ha rivelato come Alitalia sia costata agli Italiani 5 miliardi e 187 milioni di euro nel corso della sua gestione. Il Codacons ipotizza per questo sperpero i reati di malversazione ai danni dello Stato e truffa aggravata per il conseguimento di illecite erogazioni pubbliche. Questa indagine rappresenta la punta dell’iceberg di una gestione della compagnia di bandiera che ha visto il collasso una volta che è stata data in pasto ai privati. Stipendi di manager da favola pari a 190.000 euro al mese, come quello di Cimoli e buonuscite faraoniche, amministrazioni rovinose da parte di finanzieri che non erano competenti in materia di aerei, assunzioni di comodo, speculazioni come il mantenimento dell’aereoporto di Malpensa. Eppure, grazie all’azione congiunta di sindacati e Governo, questo quadro fosco non pare destinato a migliorare nel futuro.

L’azienda ha ventimila dipendenti e perdeva più di un milione di euro al giorno, le sue azioni ormai valgono meno della carta che occorre per stampare i titoli (221 milioni di euro persi nei primi sei mesi del 2006, 215 nei primi tre mesi del 2008, Il Sole 24 Ore, 14/05/08; sette anni fa le sue azioni valevano 6,332 euro, ieri 0,445, il 06/04/98 18,69). Berlusconi promette che “In Autunno riusciremo a mantenere una compagnia di bandiera che abbia i conti in attivo” (01/08/08) ma viene spontaneo chiedersi, come ha fatto Bersani, in Autunno di quale anno. Tuttavia il premier sprizza sicurezza da tutti i pori: “Per adesso abbiamo due cose sicure: abbiamo i capitali necessari per la nuova Alitalia. E abbiamo lo slogan: “Io amo l’Italia, io volo Alitalia”” (24/07/08). Il volgare nazionalismo da operetta stile “Gli spezzeremo le reni” prosegue con altre dichiarazioni quali “Un grande Paese non può non avere una compagnia di bandiera” (sempre il cavaliere, sul fido Tg4, il 02/08/08), ed è lo stesso che ha portato il leader del PdL ad affondare definitivamente la trattativa con Air France durante la campagna elettorale, poiché non si poteva “svendere al francese”. Pure, in questa occasione non si può certo affermare che il nazionalismo sia fine a se stesso: ad esempio, perché tutta la politica del Governo va in direzione della riduzione degli statali fannulloni in sovrannumero, ma nessuno si è appuntato sull’evidente surplus di personale di Alitalia, fino a prima dello sfascio attuale? Come per le Poste, la compagnia di volo è il ricettacolo di molte assunzioni di comodo che avrebbero avuto vita dura con una gestione estera. La stessa domanda, peraltro, la si può rivolgere ai sindacati, che negli ultimi quindici anni non hanno mai sostenuto una battaglia così virulenta (e ingiustificata) per la salvaguardia dei posti di lavoro come quella fatta per Alitalia. Forse il fatto che Pezzotta abbia legami con Toto, patron di Air One, può portare sulla pista giusta: la “svendita al francese”” avrebbe tagliato fuori l’imprenditore abruzzese che, detto per inciso, è ricoperto di debiti che potrebbe scaricare su Alitalia, qualora ne entrasse in possesso. Già, i sindacati. Sarà interessante vedere la faccia dei tre segretari quando dovranno spiegare ai dipendenti di Alitalia che gli esuberi sono almeno 5.000 e non i 2.000 paventati dal piano di Air France; “Se si prevedono 4 mila esuberi non ci sediamo al tavolo” (Cisl e Uil, 30/06/08). Sì perché gli esuberi previsti da Spinetta erano proprio 2.000 (18/12/07), e non 7.000, come ha pietosamente tentato di far credere, mentendo, il Presidente del Consiglio (07/08/08). Del resto, non è un caso se i sindacati già di fronte alla cifra di 4.000 licenziamenti si fossero rifiutati di trattare.

Il nazionalismo, come si diceva, ha fini ben precisi: “L’obiettivo è che l’Italia possa avere una sua compagnia di bandiera che faccia profitti” afferma Berlusconi al Tg1 (07/08/08). Più chiaro di così… In questa ottica si comprendono meglio diversi interventi successivi alla proposta francese:

- l’invenzione della “cordata italiana già pronta” durante le elezioni, cordata materializzatasi nei soliti noti (Ligresti, Benetton, Aponte) solo a fine Luglio.

- il possibile ingresso, grazie ad un decreto dell’11 Giugno, di Banca Intesa nella cordata, nonostante la stessa Banca fosse stata nominata come Advisor, quindi con un ruolo neutrale e totalmente differente (con diverse polemiche, dal momento che non sei era mostrata propriamente imparziale nei contronti di Air One).

- il prestito ponte di 300 milioni di Euro, pagato dai cittadini e incamerato dalle casse della compagnia sull’orlo del fallimento. A proposito del prestito ponte è bene ricordare che Air France lo avrebbe restituito integralmente, al contrario di quello che avverrà ora, e che comunque rischia di costare alle tasche dei cittadini molto di più, dal momento che l’UE si è chiaramente espressa in merito: “L’Italia ha agito in modo illegittimo” (22/07/08). Tradotto significa che è in arrivo una multa, come quella che stiamo pagando perché Rete 4 non è andata sul satellite, liberando le sue frequenze.

L’operazione Berlusconi si concretizzerà in una riduzione della compagnia, 90 nuovi aerei e un miliardo di capitalizzazione immediata, ma in realtà di questo miliardo 300 milioni sono derivati dal prestito ponte. Air France offriva un miliardo subito, cinque entro il 2013, una sostituzione di velivoli meno spinta, in attesa della risistemazione dei conti e soprattutto una compagnia solida alle spalle. Insomma, esclusa Air France, tra la scelta di una cordata italiana, un socio industriale nazionale e un partner internazionale noi siamo riusciti a fare un poccio di tutte e tre le opzioni. Alitalia diventerà più piccola quando, a livello mondiale, tutte le compagnie aeree piccole sono sull’orlo del fallimento, o hanno già fallito a causa dell’aumento dei costi del carburante e della globalizzazione del mercato che favorisce solo i colossi. Per evitare questo destino, infatti, Alitalia  potrebbe ricercare un appoggio con Lufthansa.

Ma non ci si preoccupi: dopo Alitalia hanno già annunciato la privatizzazione anche delle Poste, dell’Istituto Poligrafico, di Tirrena e di Fincantieri. Tutto in ossequio al profitto.

 

Foto da www.circololibertaalghero.com/

Nucleare o Rinnovabili?

Posted by admin
Gen-9-2007 I ADD COMMENTS
http://www.wikio.it