Wednesday, November 25, 2009

il magnete

Network di politica e attualità

La sabbia del Darfur

Posted by admin On Febbraio - 20 - 2009

Il silenzio, a volte, è un po’ come il deserto del Sahel, copre ogni cosa e la rende invisibile ai nostri occhi, sublimandola. Tutti i titoloni dei nostri media sono per la crisi del Pd dopo le dimissioni di Veltroni e per la lite tra Bonolis ed il Vaticano sul Festival di S. Remo, mentre titoletti glissanti accennano timidamente allo scandalo che dovrebbe travolgere il nostro Presidente del Consiglio. Oblio, invece, per la nuova catastrofe che vede come vittime gli abitanti del Darfur.

 

Proprio l’altro ieri, a Doha, il Governo sudanese e i ribelli del Jem (Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza), avevano firmato una intesa che poneva le basi per la cessazione del conflitto: una dichiarazione di intenti per poter fermare gli attacchi ai campi profughi, il rimpatrio forzato dei fuggitivi e che portasse alla liberazione di alcuni prigionieri. Un piccolo passo in avanti, denunciato però come insufficiente e figlio delle circostanze: il Jem è solo uno dei molti fronti di liberazione che combattono in Darfur, i quali hanno disertato il tavolo proposto dal Qatar poiché non lo hanno reputato credibile, giudicando sospetta questa improvvisa disponibilità del Governo sudanese. Le autorità di Khartoum hanno sempre rifiutato l’invio di forze internazionali di pace e la presenza di giornalisti, però all’indomani della possibile sentenza della Corte Penale Internazionale dell’Aja, che deve stabilire se il presidente Oman Hassan El Bashir sia colpevole o meno di crimini di guerra e contro l’umanità per la catastrofe del Darfur, si apre improvvisamente uno spiraglio. Le autorità sudanesi potrebbero aver voluto mandare un segnale di distensione verso l’opinione pubblica mondiale e la Comunità Internazionale, mostrando un volto umanitario; un eventuale arresto del Presidente sudanese sembra peraltro improbabile, dato l’appoggio che Paesi come la Cina e la Russia forniscono allo Stato africano. Scavando nemmeno troppo a fondo nella questione, infatti, viene alla luce una storia che ormai ha dello stereotipo: il Sudan, a dispetto di uno dei redditi pro-capite più bassi al mondo, non è quella “cassone di sabbia” che si vorrebbe far credere, ma, come il Congo e tutti gli stati centroafricani, è ricchissimo di risorse, che le potenze planetarie, loro sì dopo aver scavato a fondo nei territori altrui, si accaparrano corrompendo i governanti locali. Non esistono prove certe che questo accada nello Stato africano, ma appare sospetto che la Cina sia il maggior partner commerciale del Sudan, e che questi le abbia concesso ingenti finanziamenti in cambio dello sfruttamento delle risorse petrolifere…

 

La “Dichiarazione di Intenti”, nel frattempo, non pare aver retto a lungo: il Jem denuncia la violazione dell’accordo poiché, nella giornata di ieri, vi sarebbero stati attacchi da parte dell’esercito sudanese contro due postazioni di ribelli.
Ma la notizia più allarmante viene fornita da Medici Senza Frontiere. L’organizzazione era rientrata ieri nel Darfur meridionale dopo un mese di assenza dovuta agli scontri, e ha denunciato che 35mila persone sarebbero state colpite dai combattimenti che hanno interessato la zona: “La popolazione in città sembra essersi dimezzata. Non sappiamo dove si trovino le persone, ma cercheremo di seguirle ed assisterle comunque in caso di bisogno. La popolazione sembra fuggita precipitosamente, senza riuscire a portare quasi nulla con sé. Temiamo che possano aver presto un urgente bisogno di assistenza medica”. Altri sfollati sono in arrivo da Nord. Ma questa notizia non ha trovato eco tra le colonne e le frequenze dell’informazione di grosso calibro.

 

Ad oggi, il conflitto iniziato nel 2003 conta 400.000 morti, secondo le stime delle Nazioni Unite, e 2,2 milioni di profughi in fuga dalle violenze. Attacchi ai campi dei rifugiati, morte per fame e stupri di massa sono fenomeni tutt’altro che rari, e qualcuno è arrivato anche a parlare di pulizia etnica. Di fronte a questo dramma, però, le Organizzazioni Internazionali appaiono piuttosto abuliche, distratte. Riconoscendo come un intervento risolutivo sia tutt’altro che semplice, è certo che esiste la necessità di azioni più energiche, ravvicinate, e che la vita e la dignità di queste persone dovrebbero avere la precedenza su qualsiasi altra cosa.

 

Foto da www.iansa.com/
             http://lonestartimes.com/

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Alcuni civili fanno meno notizia

Posted by admin On Febbraio - 6 - 2009

Almeno del massacro di civili compiuto da Israele nella Striscia di Gaza se ne è parlato. Esistono invece altre popolazioni civili che subiscono violenze nel silenzio quasi totale dell’informazione, a meno che non vi siano così poche notizie che i direttori della testate farebbero fatica ad occupare tutto lo spazio concessogli. E’ il caso, ad esempio, degli abitanti dello Sri Lanka.Il copione è sempre lo stesso, e ha diversi tratti in comune con la vicenda israelo-palestinese: a Taprobane, Serendib, Ceylon o Sri Lanka che dir si voglia, convivono due etnie, quella dei Cingalesi e quella dei Tamil, i primi buddhisti, i secondi induisti. O meglio, dovrebbero convivere, ma l’integrazione delle due culture viene, come al solito, respinta. Gli intrecci degli eventi e delle fazioni rendono lo scenario complicato: Tamil e Cingalesi convivono pacificamente nella maggior parte del Paese, mentre a Nord e a Est l’organizzazione “Tigri del Tamil” rivendica la propria autonomia, e si è organizzata militarmente. Come già sottolineato, il discorso nazionalista e separatista è sempre perverso, oltre che perdente. Similmente ai Palestinesi, anche i Tamil soffrono di discriminazioni da parte della maggioranza Cingalese, come ha ammesso all’Onu la stessa presidente dello Stato dello Sri Lanka, tuttavia le Tigri sono state dichiarate un’organizzazione terrorista dalla maggior parte dei Paesi ricchi del mondo.

 

Dopo venti anni di conflitti e settantamila vittime, nel 2001 le due parti in causa avevano raggiunto una tregua, grazie alla mediazione della Norvegia, ma l’accordo ha retto, di fatto, per poco, e gli scontri sono ripresi.

 

Dieci giorni fa i separatisti del Tamil denunciavano le bombe lanciate dall’esercito Cingalese sui civili. Parole confermate dai video e dalla dichiarazione del portavoce dell’Onu in Sri Lanka, Gordon Weiss: “Il nostro personale nascosto nei rifugi nella ‘Safety Zone’ ha visto nei giorni scorsi decine di civili uccisi e feriti dalle bombe che cadevano ovunque; moltissimi civili sono stati uccisi negli ultimi due giorni e ora la situazione è veramente critica”.
E infatti due giorni fa sono stati almeno 52 i civili uccisi e 80 i feriti nel nord dello Sri Lanka, durante i combattimenti tra l’esercito ed i ribelli Tamil, come ha denunciato lo stesso Weiss; l’unico ospedale della zona dei combattimenti, raggiunto da bombe a grappolo (vietate dalle convenzioni internazionali), è stato evacuato. Nel frattempo il presidente Rajapakse promette una “schiacciante vittoria militare” sulle sacche di resistenza Tamil, che ormai stanno perdendo tutte le loro storiche roccaforti. Come per l’Israele, anche in questo caso il Governo Cingalese non permette ai giornalisti e agli operatori umanitari l’accesso alla zona degli scontri e si appella alla lotta al terrorismo.

 

Attualmente circa 250.000 civili sono rimasti intrappolati nella zona teatro degli scontri, e 5.000 sono sfollati. Il governo Cingalese ha respinto la proposta dell’Onu per un cessate il fuoco immediato, dichiarando che l’unica soluzione accettabile contro le Tigri di Tamil è la loro resa incondizionata. Il Commissario europeo allo Sviluppo e agli Aiuti Umanitari, Louis Michel, ha lanciato il proprio allarme: “Si sta profilando una catastrofe umanitaria. Siamo estremamente preoccupati riguardo alla terribile situazione che la popolazione intrappolata nel conflitto sta vivendo”.

 

Settantamila morti e venticinque anni di conflitto e paura valgono un confine sulla carta geografica?

 

Foto da warnewsupdates.blogspot.com

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Il frutto delle circostanze

Posted by admin On Gennaio - 20 - 2009

“Un frutto delle circostanze”
Con il fastidio dato dall’aver calpestato un escremento di cane durante una passeggiata primaverile in un parco, è così che il Ministro degli Esteri, Tzipi Livni, liquida i 1.203 morti provocati dall’esercito israeliano durante l’invasione della Striscia di Gaza. Tra essi, 410 bambini. Lo stesso rapporto, di 1 a 3, è mantenuto nei feriti (1.630 bambini su 5.300 totali).
Parlando dell’offensiva: “Sono in pace con me stessa per il fatto che l’abbiamo lanciata”; “Noi diamo la caccia ai terroristi, e nella lotta al terrorismo può succedere che a volte i civili rimangano colpiti. E’ una cosa da non prendere alla leggera”.
Lo stile è ben riconoscibile. E’ lo stesso che ha utilizzato Bush per scusarsi della guerra in Iraq, prima che facesse le valigie dalla Casa Bianca.

 

E, difatti, il problema è proprio questo. Oggi il nuovo Presidente degli Stati Uniti presterà giuramento, e si può essere sicuri che la sua linea politica, almeno da quello che ha lasciato intendere, sarà certo non radicalmente differente da quella del suo predecessore, ma comunque molto differente. Israele non potrà più contare sull’appoggio incondizionato della superpotenza americana, quindi anche ignorare condanne e risoluzioni Onu, o infrangere Convenzioni internazionali, diventerà più complicato. Prova ne è la ritirata precipitosa, orchestrata in soli due giorni, dell’esercito israelita dai territori della Striscia, condito da altisonanti affermazioni sul raggiungimento degli obbiettivi prefissati. Evento che coincide esattamente con l’insediamento di Barack Obama: lui varca la soglia della White House, l’ultimo soldato israeliano varca il confine (abusivo) tra Israele e Palestina in senso inverso. Una ulteriore dimostrazione del fatto che il Governo Israeliano sa benissimo di aver compiuto una carognata.

 

Non occorrerà attendere molto per sapere se questa carneficina ha effettivamente smilitarizzato Hamas, come hanno preteso i vertici del Governo israeliano, e se funzionerà da colossale spot elettorale per il partito Kadima, alla vigilia delle elezioni, dopo che il suo leader è stato costretto alle dimissioni, travolto da uno scandalo che lo vede accusato di corruzione, e quindi costretto alle dimissioni.

 

Foto da http://www.imemc.org/

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La guerra umanitaria

Posted by admin On Gennaio - 8 - 2009

L’ultima frontiera della guerra umanitaria è la beffarda tregua di tre ore che ogni giorno di conflitto armato darà respiro alla popolazione assediata. Gli Israeliani hanno mostrano tutta la loro sensibilità inerente i problemi scatenati dalla guerra che hanno mosso, consentendo i soccorsi ‘a tempo determinato’, dopo aver bombardato qualche scuola e qualche ospedale a destra e a sinistra. Il conflitto “chirurgico” ha provocato finora più di settecento vittime, un terzo delle quali bambini, e oltre tremila feriti. Quella di Israele è una guerra sensibile, come quelle degli Statunitensi, che esportano la democrazia con le bombe: prima storpiano a vita, distruggono case e stroncano famiglie, poi fanno passare i convogli delle Ong. Il Times ha avanzato serie ipotesi sul fatto che l’esercito invasore impieghi proiettili al fosforo, proibiti dalle Convenzioni internazionali; ciò non costituirebbe nulla di eccezionale, data la considerazione che i Governi israeliani dimostrano per le decisioni degli organi sovranazionali. Per dimostrare però la loro delicatezza e la giustezza della causa, di fronte alle masse di popolazioni quantomeno scettiche sulla scelta fatta per risolvere il problema dei lanci dei razzi da parte di Hamas, le autorità israeliane hanno aperto un canale su youtube, nel quale mostrano con dovizia di particolari come il lancio di una sola bomba abbia rivelato che in una moschea fossero nascoste delle armi, ma nel quale non mostrano come il lancio di una singola bomba abbia stroncato cinque pericolosissime sorelle adolescenti.

 

Lo Stato ebraico, come ha detto il suo ambasciatore all’Onu, Shalev, “prende molto seriamente” la proposta franco-egiziana di mediazione: “Sono sicura che la proposta vada considerata, vedremo poi se verrà accettata o meno”. I morti ammazzati delle prossime ore ringraziano per la premura. Mentre gli alti gabinetti considerano, è già stata varata la terza fase dell’operazione “piombo fuso”, che prevede l’ingresso dell’esercito invasore fin nel cuore delle città palestinesi: è preferibile non dare forma a cosa possa accadere allora. Tutti vedono già soldati israeliani distribuire cioccolatini alla popolazione.

 

Cattive notizie, intano, per la politica italiana, Gasparri in testa, la quale pretende che la guerra israeliana passi come “legittima difesa”, e che vede nei contestatori della stessa degli “apologeti dello sterminio di una popolazione” (quella ebraica, n.d.a.): si allarga il fronte degli ‘antisemiti sostenitori del terrorismo islamico’. Tra le fila del club si annoverano la Croce Rossa Internazionale, la quale ha dichiarato che la striscia di Gaza “si trova in una totale crisi umanitaria” (negata fino a ieri dal Ministro degli Esteri israeliano), e il Vaticano, l’unico Stato che pare ancora aver conservato il senso delle cose; il Cardinal Martino, infatti, ha condannato senza mezzi termini l’offensiva israeliana: Gaza “assomiglia sempre più ad un grande campo di concentramento” nel quale “popolazioni inermi” pagano le “conseguenze dell’egoismo”. La Santa Sede, dopo l’appello del Papa che “implorava” la fine del conflitto, ha infatti ribadito che occorre “una volontà da tutte e due le parti, perché tutte e due sono colpevoli”. “Se non riescono a mettersi d’accordo, allora qualcun altro deve sentire il dovere di farlo. Il mondo non può stare a guardare senza far nulla”. A Tel Aviv non l’hanno presa molto bene, e hanno risposto a stretto giro di posta che “Fare affermazioni che sembrano provenire dalla propaganda di Hamas e ignorare gli impronunciabili crimini commessi da quest’ultimo”, non “aiuta la gente ad avvicinarsi alla verità e alla pace”. Tutti vedono già Padre Lombardi con una cintura imbottita di esplosivo, pronto a farsi saltare per aria.
Oltre ai cattolici nostrani, anche i religiosi “in loco” hanno espresso la propria opinione in modo inequivocabile: il Vescovo di Nazareth ha invitato gli Israeliani “a dialogare seriamente con i Palestinesi, a partire da Hamas”, e altri si sono aggiunti invitando Israele e la Comunità Internazionale a smettere di considerare Hamas come un “mostro”.

 

Hamas non è un gruppo di terroristi autonomo: gode del favore di una buona fetta della popolazione, come dimostrano le elezioni vinte, ed è profondamente radicato nel territorio. Anche ammesso che l’esercito israeliano distrugga tutte le sue basi, esse verranno ricostituite in breve tempo, mostrano l’inutilità (e la pretestuosità) della guerra attuale, dettata anche dall’esigenza del governo uscente di farsi pubblicità alla vigilia delle nuove elezioni. Senza voler mancare di deplorare il continuo lancio di razzi da parte di Hamas, inaccettabile oltre che politicamente miope, l’unico modo per venire a capo di qualcosa è aumentare il peso della parte politica del movimento, a discapito di quella militare, la quale viene al contrario rinforzata dall’aumento del numero di morti civili e di persone che devono vivere stabilmente in campi profughi. Tutto questo è noto alle gerarchie israeliane, e le rende ancora più colpevoli dei crimini che stanno commettendo, nella più totale impunità presente e, inutile illudersi, anche futura.

 

Foto da finnish.wunderground.com

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Articolo 11

Posted by admin On Gennaio - 5 - 2009

Gli ultimi bilanci della guerra che Israele sta conducendo in Palestina, poiché di guerra si tratta, parlano di almeno 520 palestinesi morti, di cui 90 bambini, e 2.500 feriti, contro i cinque israeliani: un rapporto di cento a uno. Israele, che occupa illegalmente parte dei territori che spettano ai Palestinesi, continua a violare ogni straccio di norma dettata perfino dal buonsenso, negando tutt’ora ai giornalisti i visti per l’ingresso nella striscia di Gaza e infrangendo perciò una sentenza della Corte Suprema; il perché è facile intuirlo. Le truppe israeliane hanno eseguito alla lettera gli ordini del Ministro degli Esteri Livni, la quale ha parlato di una guerra chirurgica mirata unicamente contro Hamas e aveva assicurato che “Cerchiamo di evitare ogni vittima civile, non perché è il mondo che ce lo chiede, ma perché è un valore in cui crediamo”. La prima vittima dell’attacco via terra a Gaza è stata un bambino, poi sono seguiti bombardamenti contro edifici pubblici e contro una Moschea. Il Governo Israeliano continua a opporsi al cessate il fuoco, se non altro perché “Nella Striscia di Gaza non vi è una crisi umanitaria che imponga una tregua umanitaria”; Medici Senza Frontiere ha appena dichiarato che le strutture sanitarie sono al collasso.

 

Se i danni immediati di questo conflitto destano viva preoccupazione, non possono passare in secondo piano le ricadute che la presa di posizione dell’Occidente in merito avrà nel futuro. E’ in corso una svolta nel pensiero ideologico, nella percezione dei rapporti tra le popolazioni e negli equilibri di forza che conduce diritto verso il baratro dal quale ancora stentiamo a risollevarci, dopo quasi settanta anni dal termine della II^ Guerra mondiale.

 

Gli Stati Uniti continuano, come hanno fatto coerentemente in tutti questi anni, a spalleggiare Israele: in questa occasione hanno sabotato il progetto di risoluzione ONU per il conflitto ponendo il veto, e lasciando quindi altro tempo alle truppe israelite per la prosecuzione delle azioni militari. L’Unione Europea, attraverso il suo Presidente Ceco, ha sdoganato l’invasione definendola “difensiva, e non offensiva”. In pratica, si sono sposate in pieno le tesi israeliane, secondo le quali “E’ Hamas che sta infliggendo sofferenze alla popolazione” ed è sempre Hamas che, a causa della tregua che ha voluto rompere, “ha una responsabilità pesante nella sofferenza dei palestinesi a Gaza”. E’ ormai diventato impossibile distinguere se le frasi vengano pronunciate dai Ministri Israeliani o dagli esponenti di primo piano dell’Ue.

 

E in Italia? Nel BelPaese le fila del discorso sono tenute da Gasparri. Il fatto che il Governo mandi avanti un tale scarto della politica, è piuttosto indicativo delle sue intenzioni. L’Onorevole ha dichiarato che “Per D’Alema la comunità internazionale dovrebbe negoziare con Hamas, che è una organizzazione di terroristi, con la quale non vogliono avere rapporti nemmeno le autorità della Palestina. Manderò a D’Alema copia dello statuto di Hamas, così si ricorderà che quella banda di terroristi ha come obiettivo la distruzione di Israele” e che “Chi assimila Israele ai nazisti si mette dalla parte degli aggressori ed è un apologeta dello sterminio di quella nazione”; “L’ipocrisia non risolve il conflitto in Medio Oriente. Israele vuole stroncare i terroristi di Hamas, che hanno messo fuori gioco anche il mondo palestinese e massacrano da anni il popolo di Israele”. Non manca, naturalmente, il solito attacco a “certa sinistra, che incoraggia l’esplosione di antisemitismo”.
La Farnesina ha messo in chiaro che “Il governo ha sostenuto, con il consenso del Parlamento, il diritto di Israele all’autodifesa”, e tutte le varie forze politiche, ad eccezione di D’Alema, dell’IdV e dei Comunisti, si arroccano su tale tesi, quella della “legittima difesa”.

 

Purtroppo, ci si ritrova nell’umiliante condizione di dover nuovamente ricordare ciò che dovrebbe essere scontato ed acquisito. Hamas è al potere perché una elezione democratica ha sancito che così doveva essere: le “autorità della Palestina”, quindi, per legge, sono loro. La sua matrice è ben nota, ma ha almeno il pregio di non presentarsi per differente da quella che è, a differenza di Israele, il quale continua da anni a perpetrare violenze in territori occupati illegalmente. Si dice in continuazione, la colpa è di Hamas che spara i razzi, la colpa è di Hamas che ha rotto la tregua, nessuno però attribuisce almeno parte della colpa della situazione attuale all’embargo che la striscia di Gaza sta subendo da quando Hamas è salita al potere, e che gli esponenti di quel partito politico additano come la causa della rottura.
Gasparri, insomma, è quello che è. Forse ha scordato che Fatah, l’altro principale movimento politico palestinese, ha le mani lorde di sangue tanto quanto Hamas, come ha dimostrato durante la ‘Guerra di Gaza’ del 2007, oltre che essere caratterizzato da una diffusa corruzione, principale causa della sua sconfitta elettorale. Ma Fatah è accreditato come unico referente politico per la Palestina, sia dall’Italia che dall’Onu.
Insomma, quella vetta di caratura politica che è l’Onorevole Gasparri, ha dato lezioni perfino a Frattini, il quale non più tardi di cinque giorni fa assicurava che Israele non avrebbe mai effettuato una operazione via terra, come gli avevano giurato via telefono: una situazione come quella di Hamas in Palestina è molto più complicata di come egli ha tentato di esporla; è chiaramente al di fuori della sua portata. Se si fosse soffermato cinque minuti di più sulla faccenda avrebbe forse fatto mente locale sulla vicenda dell’Ira, in Irlanda, o dell’Eta, in Spagna: movimenti di questo tipo hanno sempre un’ala politica e una militare. In Irlanda sono riusciti a risolvere il problema isolando l’ala politica da quella militare, in Spagna il processo ha subìto una pesante battuta d’arresto quando Zapatero ha chiuso le porte all’ala politica del movimento separatista Basco, riconsegnando di fatto la parola all’ala estremista e militare. E’ ovvio, quindi, che intavolare trattative con Hamas è il primo passo da fare per cercare di tamponare la situazione. Ma, si teme, il ragionamento deve essere troppo complesso per le possibilità del Senatore.
Infine, l’antisemitismo, che caratterizza la storia del partito politico al quale Gasparri appartiene, e dalla quale non ha mai preso una netta posizione di distacco, è una ideologia molto differente dal boicottaggio della politica del Governo israeliano. E il presidente dei Senatori del PdL farebbe bene a leggersi, oltre allo Statuto di Hamas, anche quello della Lega Nord, che nei primi anni Novanta teorizzava la secessione dallo Stato Italiano. Poi, siccome ciò che conta al dunque sono i soldi, si è accontentata del federalismo fiscale. Ora sono fraterni alleati.

 

Rimane, più grave di tutte, la giustificazione di una aggressione militare. L’apologia, questa sì, della ‘Guerra Preventiva’, della ‘giustizia fai da te, della Legge del Più Forte. E’ più che mortificante essere costretti a scrivere ancora che una guerra non poterà mai alla risoluzione di una contesa, che con la forza non si otterrà mai la pacificazione delle parti, che la violenza genererà solo altra violenza. Che la guerra che Israele sta conducendo produrrà solo nuovi terroristi, i quali avranno negli occhi le immagini dei massacri di questi giorni. Lo Stato israelita ha trovato subito una pronta giustificazione delle sue azioni, classificandole come “guerra al terrorismo”, e ricalcando quindi le mosse degli Stati Uniti in Afghanistan. La missione “Piombo fuso” ha le stesse caratteristiche della “Enduring Freedom”. C’era, una sessantina di anni fa, un ometto con i baffetti neri che straparlava di “spazio vitale” per la propria nazione: trovò uno scarsissimo contrasto da parte degli altri Stati europei. Certe ideologie presero piede. Finì molto male.
La vicenda palestinese si va a sommare a quella del Kosovo e dell’Ossezia del Sud, e mantengono vivo il timore che non sia così lontano il giorno in cui un uomo salirà al potere, parlando di necessità superiori, con tutte le conseguenze del caso. Tutte le forze in gioco stanno preparando il terreno all’attecchimento di idealismi deviati, o di collere collettive da dirottare verso l’esterno, in vicino, il diverso.

 

Ricordiamo infine, sia agli esponenti di centrodestra che alle ‘menti’ che sono all’opposizione, cosa c’è scritto nell’articolo 11 della nostra Costituzione, che rende incostituzionale buona parte della loro linea di pensiero e che li classifica per quello che sono. “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Foto da www.chron.com

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Ops, scusatemi…

Posted by admin On Dicembre - 3 - 2008

Ops, scusate, mi sono sbagliato. Suona un po’ come un rutto alla fine di un pasto pantagruelico la dichiarazione del presidente degli Stati Uniti, George W. Bush. Aggiunge anche che questo rappresenta il suo “più grande rimpianto”.

 

 

 

 

 

 

  

Tutte le multinazionali che hanno succhiato il petrolio iracheno gratuitamente, tutte le aziende, comprese quelle italiane, che hanno aumentato i loro profitti grazie all’operazione “Rebuilt Iraq”, si stracciano le vesti assieme al texano. 

 

 

 

 

 

 

Anche i militari che si sono divertiti sono tristi.

 

 

 

 

 

 

 

  

Tra 600.000 (scuola medica Blomerang, John Hopkins University) e un milione (Opinion Research Business e Independent Institute for Administration and Civil Society Studies) di vittime civili ringraziano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   

I feriti e gli invalidi a vita, dei quali mancano stime attendibili, se mai ce ne saranno, ringraziano.

 

 

 

 

 

 

 

Tutti gli iracheni con la casa devastata e profughi ringraziano.

 

 

 

 

 

 

 

 

Oltre 4.000 soldati Usa uccisi (http://icasualties.org/oif/) e 43.000 feriti ringraziano. (www.Wikipedia.org) .

 

 

 

   

 

 

 

Il Museo di Baghdad ringrazia.

 

 

 

 

  

 

 

 

Una popolazione precipitata nel terrore, nella guerra civile, etnica e religiosa ringraziano.

 

 

 

 

 

 

  

I Prigionieri dei lager americani (Guantanamo, Abu Ghraib) ringraziano.

 

 

 

 

   

 

 

 

Le vittime dei saccheggi e delle violenze ringraziano (anche italiane, vedi Il Manifesto, 03/09/04)

 

 

 

 

 

 

 

Le donne che ora vedono ridotte le loro libertà civili dalle fazioni più integraliste ringraziano.

 

 

 

  

 

 

 

Le vittime delle armi di distruzione di massa degli americani (come il fosforo bianco) ringraziano.

 

 

 

 

 

 

Anche gli Statunitensi che hanno pagato di tasca loro una guerra illegittima ringraziano, ma a questo punto è un dettaglio.

 

 

 

Qualcuno si premuri anche di spiegare a quella caricatura di dittatore, che gli Italiani hanno eletto come Presidente del Consiglio, che l’Iraq è stato attaccato per il presunto (e menzognero) possesso di armi di distruzione di massa, non per le stragi effettuate da Saddam Hussein, alcune delle quali già note e che non avevano turbato la coscienza dei politici mondiali. Berlusconi era così contrario alla guerra in Iraq che alla fine non solo il suo Parlamento la ha approvata, ma il nostro Paese ha fornito anche basi, uomini e mezzi. Anche al Cavaliere dispiace di questa incresciosa situazione. Poverino, ci fa compassione.

 

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Congo: un diamante è per sempre

Posted by admin On Novembre - 17 - 2008

In Congo ci sono 17.000 turisti. Sono facilmente riconoscibili, indossano tutti un basco blu e non hanno la pelle nera. I turisti potevano essere circa il doppio, se una mozione presentata dalla Francia a fine Ottobre non fosse stata respinta dalla maggior parte dei Paesi Ue, che hanno accettato solo in un secondo momento. Il risultato è che nella regione del Kivu Nord, Repubblica Democratica del Congo, si sta compiendo l’ennesimo dramma umanitario senza che gli Stati che potrebbero sedare il conflitto si diano tanta pena dell’accaduto.

Stupri sistematici, esecuzioni sommarie, saccheggi, incendi, in una regione che vede rinfocolarsi la guerra tra etnia Hutu e Tutsi, già tristemente famosa durante la guerra civile del confinante Rwanda. Il Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki Moon, e Amnesty International hanno parlato di “situazione umanitaria catastrofica”, mentre l’Unicef denuncia 4 milioni di morti dal 1998 e l’impiego di bambini soldato.

 

L’attuale conflitto, che pareva essere sedato a Gennaio, è ripreso in violazione dei trattati di pace stabiliti, e ha visto il capo dei ribelli, il colonnello Laurent Nkunda, riprendere le proprie azioni militari per spingersi fino alla città di Goma, mettendo in scacco le forze congiunte degli eserciti di Congo, Angola e Zimbabwe. Al momento si è arrivati ad una tregua, accettata anche dal colonnello: è il risultato degli sforzi congiunti di Ue ed Onu, i quali hanno usato solo vie diplomatiche per cercare di risolvere la situazione. Eppure per i conflitti tra bianchi Georgiani ed Osseti erano sembrati molto più decisi… Forse le poche migliaia di profughi Osseti hanno un peso maggiore del milione e seicentomila profughi negri del Congo. O forse è meglio non dare troppo fastidio alle multinazionali straniere che succhiano da decenni le risorse minerarie congolesi, prime fra tutte i diamanti. Del resto, è facile intuire come faccia un esercito di ribelli inferiore di almeno dieci volte quelli coalizzati degli Stati africani (Congo, Angola e Zimbabwe) non solo a resistere e tenere loro testa, ma perfino ad avanzare. O anche perché gli appartenenti ad una regione alla fame da lustri abbia i soldi per comprarsi i proiettili.

 

La storia ricorda molto da vicino una rivolta, passata alla storia come secessione del Katanga, nella stessa Repubblica del Congo: all’indomani dell’indipendenza dello Stato africano, il suo Primo Ministro, Patrice Lumumba, eletto democraticamente, si era perfino messo in testa l’idea che l’apparato statale del Congo appartenesse ai congolesi e che quindi il Paese dovesse essere indipendente anche dai vincoli economici dell’ex-“madrepatria”: il risultato fu che il Belgio (e gli Stati Uniti) sostenne al rivolta armata del Katanga, guidata dal temibile Mosé Tschombé, e il colonnello Mobutu, succeduto al Presidente della Repubblica. Mobutu catturò Lumumba e lo giustiziò assieme a Tschombé. Seguì un lungo periodo di dittatura.

Cambiano i tempi, ma per i congolesi le speranze di un futuro migliore rimangono sempre le stesse; Patrick Lumuba, negli ultimi anni in cui il Belgio controllava politicamente il Congo, era stato ‘insignito’ dagli europei del titolo di “immatriculé”, cioè di registrato per merito civico: in pratica gli era stato riconosciuto lo stato di “evolué”, evoluto, quindi di essere un umano. Non accadeva un secolo e mezzo fa, ma nel 1954. Molti “evolué” dovrebbero farsi un serio esame di coscienza e agire immediatamente, con più determinazione, per scongiurare altre morti di cittadini congolesi e aiutare il Paese a rialzare la testa. Altrimenti, anche per loro un diamante sarà per sempre: per sempre guerra, per sempre fame, per sempre stupri, per sempre sfruttamento.

Pallottole e libri

Posted by admin On Novembre - 5 - 2008

4 Novembre: è il giorno in cui si celebra la fine della Prima Guerra Mondiale. E’ anche il giorno scelto per festeggiare le nostre Forze Armate, e in questa chiave, il nostro Presidente della Repubblica ha tenuto il suo discorso commemorativo. Napolitano celebra anche la ricorrenza, contestuale alla fine della Grande Guerra, della Vittoria, ma, visto il comportamento dell’Italia, forse sarebbe stato congruo far passare questa celebrazione un po’ in sordina. Pare che il nostro Stato abbia la deplorevole abitudine di cambiare fronte secondo le convenienze. Comunque la vittoria della I^ Guerra Mondiale ha dato a Napolitano l’occasione di sottolineare come si fosse raggiunta l’Unità nazionale (anche qui, una inesattezza storica, in realtà), e perciò richiamarsi ai valori della nostra nazione presa nella sua interezza: l’unità nazionale, infatti “va preservata, anche in una possibile articolazione federale, dall’insidia di contrapposizioni fuorvianti e di antistorici conati di secessione”. Bossi e la sua band sono avvisati.
Purtroppo le note positive del discorso del Presidente della Repubblica terminano qui. Egli infatti, invece che enfatizzare una volontà di ripudio dello strumento della guerra e di derive militariste, elogia il nuovo ruolo delle forze armate: esse “sono protagoniste di una strategia di sicurezza fattasi sempre più aperta alle esigenze di un mondo investito da profondi mutamenti; Si tratta di una strategia inclusiva, che tende ad allargare l’area di un impegno comune in funzione di obbiettivi di pace, di democrazia e di sviluppo da perseguire ben oltre i confini nazionali e gli stessi confini dell’Europa. Solo così si possono ormai proteggere gli interessi dell’Italia e dell’Europa, e il nostro diritto a vivere nella sicurezza e nella libertà.” Forse, senza rendersene conto, ha candidamente confessato la verità: mentre i 17.000 soldati in Congo stanno a guardare il massacro della popolazione, mentre i Caschi Blu rimanevano inerti davanti all’eccidio di Srebrenica, altri sodati si distinguevano nel piantonamento dei pozzi petroliferi di Nassiriya, in Iraq (e la sorveglianza dei profitti delle nostre aziende impegnate nell’operazione “Rebuilt Iraq”): una guerra che si è dimostrata poi fondata su premesse false, e che erano comunque discutibili anche in principio. O forse è un avallo implicito della dottrina della guerra preventiva, applicata in Afghanistan (e nello stesso Iraq) anche dai nostri soldatini.
Poi prosegue: “A questi concetti e a questi valori, che pienamente corrispondono ai motivi ispiratori della Costituzione repubblicana, può ben ricondursi, io credo, il modo di essere e di operare delle nostre nuove Forze Armate. Vi si può ricondurre in particolare la partecipazione a quelle missioni all’estero che ho già ricordato, e che discendono dalla lungimirante impostazione dell’articolo 11 della Carta costituzionale”. Qualcuno forse ricorderà le vibranti proteste scatenatesi in Italia quando il Governo D’Alema, invece che favorire una missione ONU, spedì i nostri militari in Serbia e offrì il patrio suolo ai bombardieri americani, proprio in barba all’articolo ricordato dal Presidente. Casualmente, diverse aziende italiane erano (e sono) presenti nella ex-jugoslavia.
Alla fine del discorso, del ricordo della tragedia della guerra non rimane più nulla: resta solo la celebrazione del corpo militare, che dovrà adeguare alla “difficile condizione del bilancio e dell’assetto complessivo dello Stato”. Ma non si impensieriscano troppo: è solo per i libri che mancano i fondi, per le pallottole si trovano sempre.

 

Foto da www.associazionelagunari.it/

Prove di III^ Guerra Mondiale

Posted by admin On Agosto - 14 - 2008

Nonostante che la tregua paia reggere, resta molto alta la tensione in Georgia: se gli spari sono cessati volano comunque dichiarazioni che possono innescare un nuovo ritorno al conflitto armato. La mediazione europea, guidata dal presidente Sarkozy, è riuscita a strappare solo una generica “condivisione di principi politici”, naufragata sul punto sei dell’accordo, cioè quello di istituire un tavolo di discussione sulla situazione della Sud Ossezia e dell’Abkhazia: se nominalmente Mosca ha accettato la modifica proposta dal Governo di Tbilisi che sostanzialmente stralcia l’intenzione di confrontarsi sul problema delle due regioni autonome, con i fatti continua a sostenere le rivendicazioni dei loro Governi, che hanno già dichiarato di non voler trattare con la Georgia. Inoltre il Governo georgiano e quello russo interpretano in modo diverso il punto in questione, i primi come una chiusura ad ogni tipo di rivendicazione autonomista, i secondi chiarendo che “sovranità non significa integrità territoriale” e proponendo che siano “abkhazi e osseti del Sud a decidere”. Dunque, si è al punto di partenza.

Attualmente il conflitto va avanti per mezzo di accuse reciproche di pulizia etnica e rottura della tregua: per alcune di esse si è già dimostrata l’infondatezza, come per la presunta marcia di carroarmati russi verso Tbilisi, mentre altre si sono rivelate corrette: i militari russi sono effettivamente presenti a Gori, quindi in territorio georgiano, per “evacuare materiale militare da una caserma in disuso”, secondo la spiegazione fornita da Mosca. Le truppe si sono appena ritirate, consentendo ai georgiani di tornare a controllare la città. Questo stato di tensione giustifica la diffidenza reciproca che gioca a favore del mancato ritiro dei due eserciti, per motivi di sicurezza.

La situazione si fa ancora più intricata se si osservano gli atteggiamenti tenuti dalle parti terze, Ue e USA in testa. L’Europa si è schierata a favore dell’integrità georgiana, in aperto contrasto con quanto fece per il Kosovo, e quindi appoggia la politica filoamericana del governo di Tbilisi: tuttavia molti Paesi europei dipendono, per le forniture di gas e per intensi rapporti commerciali, proprio con la Russia, perciò una rottura netta è sconsigliabile. L’emblema della situazione che vive il vecchio continente è il nostro Presidente del Consiglio, che, non sapendo più che pesci pigliare, si sta barcamenando tra i noti ossequi agli americani e il “suo amico Putin”; una telefonata all’amico di Mosca gli ha fornito il pretesto per accaparrarsi parte del merito della fragile tregua ottenuta. Per il momento l’UE ha deciso solo di intensificare le missioni di osservatori ONU e Osce, rimandando a Settembre un tavolo di confronto serio. Gli Stati Uniti invece hanno finalmente garantito l’appoggio aperto alla Georgia, minacciando Mosca di essere tagliata fuori dai Fori internazionali a causa del suo comportamento aggressivo e ingiustificato. Viene allora spontaneo da chiedersi dove fossero gli americani e tutti gli altri Paesi dei Fori internazionali quando si sono consumati gli attacchi in Iraq, in Afghanistan, in Somalia, in Vietnam e via discorrendo.

Resta il clamoroso errore di valutazione politica del presidente georgiano, Saakashvili, che ha deciso di intraprendere questa prova di forza in un momento in cui gli U.S.A., a causa del cambio di Presidente, della crisi economica scaturita dai mutui subprime e di quella energetica, hanno un momento di forte debolezza sul piano internazionale, al contrario della Russia, che è in continua crescita e che gode di ottimi rapporti con la Cina. Gli States quindi non hanno potuto fornire l’appoggio politico (e magari anche militare) sperato ai georgiani, evento che peserà parecchio nel futuro, quando gli Americani si ripresenteranno ad altri Stati “offrendo protezione” in cambio di, nel senso comunemente inteso nel Sud Italia. Certo è che in mancanza di una solida copertura americana sono intervenuti gli Stati baltici e l’Ucraina, che perseguono politiche fortemente filoamericane e in aperto contrasto con la Russia. Scene da “Guerra fredda”. Ma ancor di più, questo quadro politico così intricato, richiama alla mente gli eventi appena precedenti alle due guerre mondiali: la dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia portò ad una sorta di effetto domino che innescò il Primo conflitto, l’invasione della Polonia da parte della Germania il secondo. In entrambi questi casi era in ballo molto di più del semplice contrasto tra i due Stati e, esattamente come nel panorama attuale, contrasti economici e politici avevano già delineato forti tensioni.

La questione dell’Ossezia del Sud potrebbe essere un innesco ideale per una terza guerra mondiale. Al momento non pare si siano accumulate così tante tensioni e bisogni, ma anche per la Prima e la Seconda guerra mondiale ci furono episodi  simili alle cause scatenanti, durante gli anni precedenti, che fornirono segnali inquietanti di ciò che sarebbe accaduto in seguito. Per esempio, nel 1912 si rischiò il collasso con il conflitto tra Italia e Turchia, nel 1936 con la guerra civile spagnola, nel 1938 con l’annessone dell’Austria e di parte della Cecoslovacchia da parte della Germania.

Cerchiamo, almeno una volta, di imparare da un passato che non è nemmeno troppo lontano.

 

Foto da www.army.mil.nz/

Nucleare o Rinnovabili?

Posted by admin
Gen-9-2007 I ADD COMMENTS
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