Wednesday, November 25, 2009

il magnete

Network di politica e attualità

Sciopero: fate casino, ma fatelo piano

Posted by admin On Febbraio - 26 - 2009

Il 3 Aprile 1926 entra in vigore la legge sull’organizzazione sindacale che, oltre ad istituire un solo sindacato corporativo per i lavoratori e uno per i datori di lavoro, vietava lo sciopero e la serrata. I sindacati di categoria sono riconosciuti a patto che avessero un determinato numero di iscritti e i dirigenti degli stessi fedeli al regime.
Secondo la teoria fascista, infatti, capitale e lavoro non sono destinati a combattersi, ma i loro interessi possono essere temperati (un po’ come dice Maroni e i giuslavoristi moderni), e di fatto si può raggiungere una cooperazione per raggiungere il bene superiore della nazione.
Tale legge era stata preceduta dal Patto di Palazzo Vidoni, del 1925, che riorganizzava tutto l’assetto sindacale, ammettendo unicamente i sindacati graditi al regime alla contrattazione. In cambio di questo riconoscimento, il sindacato fascista rinunciò al diritto di sciopero. I diritti e la voce dei lavoratori vennero soffocati in nome dell’interesse collettivo, mentre i sindacati degli industriali non ebbero mai problemi, negli anni successivi, a stringere accordi a loro favorevoli in cambio del sostegno al regime. Successive riforme tenderanno a costituire organi unici per filiere produttive, all’interno dei quali agiscono sia la parte sindacale padronale che quella operaia, in modo da smussare gli interessi divergenti.

 

In data odierna si avrà la presentazione della relazione sull’attività della Commissione di garanzia per l’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici, alla presenza del Presidente della Camera Gianfranco Fini. Secondo indiscrezioni nella bozza del progetto si prevede che il Governo sia delegato ad “integrare e modificare, eventualmente anche abrogandola e sostituendola con una nuova disciplina” l’attuale legge sullo sciopero nel settore dei trasporti.
Il disegno di legge è intitolato “per la regolamentazione e prevenzione dei conflitti collettivi di lavoro con riferimento alla libera circolazione delle persone” e il Presidente della Camera lo ha giustificato in questo modo: “lo sciopero nei servizi pubblici essenziali diventa tanto più efficace quanto più ingente è il danno arrecato al cittadino-utente, il quale tende a diventare la vera controparte dei lavoratori in sciopero”. Un tentativo piuttosto rozzo, ma efficace grazie all’amplificazione mediatica, di convincere i cittadini che chi sciopera lo fa per arrecare loro un danno, e che serve come giustificazione per i successivi provvedimenti.
Non soffocare il diritto di sciopero ma armonizzarlo con tutti gli altri diritti dei cittadini. Si avverte dunque la necessità di contemperare e trovare un equilibrio tra queste due esigenze, costituzionalmente garantite: è quanto ha tenuto a sottolineare Fini, nel suo intervento di presentazione.

 

Cosa prevede la bozza del ddl - L’obbiettivo espresso nella relazione di accompagnamento è “lo sviluppo di un libero e responsabile sistema di buone relazioni industriali e alla canalizzazione dello sciopero attraverso una chiara indicazione delle prerogative sindacali e più affidabili percorsi di prevenzione del conflitto”. Come si realizza? Con “l’istituto dello sciopero virtuale, che può essere reso obbligatorio per determinate categorie professionali le quali, per le peculiarità della prestazione lavorativa e delle specifiche mansioni, determinino o possano determinare, in caso di astensione dal lavoro, la concreta impossibilità di erogare il servizio principale ed essenziale”.
Ma per arrivare allo sciopero, nel settore trasporti, sarà prima necessario un referendum consultivo preventivo obbligatorio, a meno che non sia indetto da parte di sindacati con più del 50% di rappresentatività. Non basta ancora. Nei servizi di particolare rilevanza occorre anche l’adesione preventiva del singolo lavoratore. E’ infatti prevista “l’introduzione dell’istituto del referendum consultivo preventivo obbligatorio, a meno che non si tratti di proclamazioni da parte di organizzazioni sindacali complessivamente dotate di un grado di rappresentatività superiore al 50 per cento dei lavoratori, e della dichiarazione preventiva di adesione allo sciopero stesso da parte del singolo lavoratore almeno con riferimento a servizi o attività di particolare rilevanza”.

 

Questo significa che - Viene di fatto abolito il diritto di sciopero per il settore trasporti. Si potrà al massimo protestare come facevano gli operai giapponesi, cioè continuando a lavorare ma con una fascia al braccio per significare il dissenso. E’ possibile instaurare un registro degli operai ‘poco affidabili’, avendo il nominativo di tutti coloro i quali aderiscono alla protesta. Vengono infine tagliate fuori tutte le organizzazioni sindacali non gradite al Governo e al trio collaborazionista Cisl, Uil e Ugl, (negli anni passati questa è stata anche la politica della Cgil), cioè le rappresentanze minoritarie. Il commento di Bonanni, segretario della Cisl, è piuttosto emblematico: “Sulla riforma degli scioperi, siamo disposti a discutere con il governo ma solo per il sistema trasporti” e “Spero che tutto il sindacato unitario avrà una sola opinione”. No, lui spera che il Governo onori l’impegno e gli dia in cambio la gestione dell’erogazione del Welfare ai lavoratori, dato che i soldi dei tfr li amministra già.

 

Foto da ilmondoditowanda.splinder.com/

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Il pianto del coccodrillo

Posted by admin On Gennaio - 26 - 2009

Perché si lamenta, ora, Epifani, le cui cravatte costano quanto il salario mensile di un metalmeccanico? Come mai, dopo aver sempre messo in minoranza la Fiom, averne represso le richieste, ora tutta la Cgil fa blocco compatto con i metalmeccanici?
Denuncia, accusa, deplora e fa la voce grossa, il segretario della Cgil. Eppure non poteva attendersi nulla di diverso. Si è perfino appellato ad un referendum tra i lavoratori: bisognava difenderla prima la voce di chi paga le tessere, Epifani, non ridurre la consultazione ad una scandalosa ratifica e continuare a percorrere la strada assieme ai sindacati collaborazionisti che già da tempo decidono senza nemmeno prendersi la briga di sapere cosa ne pensano chi li paga.

 

Cosa ha fatto la Cgil nel 2007, quando fece strangolare ai lavoratori il nuovo Protocollo sul Welfare, che era tutto fuorché ricalcante i principi del modello socialdemocratico? Appoggiò un modello a mezza strada tra il conservatore-corporativista e il liberale, quindi indisse una consultazione tra i lavoratori (priva di controlli credibili) affrettandosi a precisare, con la tecnica oramai notoria, che era immodificabile, il massimo che si poteva ottenere. Come al solito, da quando si è avviata la svolta concertativa, alla base lavoratrice viene proposto l’accordo promesso a Confindustria, e non viceversa, come logica vorrebbe.
Cosa c’era scritto nell’accordo del 23 Luglio 2007? Che andava incentivata la decontribuzione degli straordinari e la contrattazione a livello secondario. Di cosa si sorprende, ora, Guglielmo Epifani? La strada era già segnata, se ha creduto che potesse essere controllata è un ingenuo, o un incapace.

 

O un disperato, che cerca di rientrare in lizza, vedendosi progressivamente tagliato fuori, assieme al suo sindacato, come controparte politica che vada assolutamente consultata. Se gli accordi si fanno anche senza Cgil, a cosa serve il sindacato di Epifani? Ecco perché, ad esempio, da una parte il suo sindacato fa i calcoli su quanto costerebbe ai lavoratori il nuovo Accordo Quadro, mentre dall’altra si affretta a precisare che, con opportuni ritocchi (ritocchi, non modifiche sostanziali) la Cgil avrebbe firmato. E prosegue, dicendosi preoccupato “le imprese che dovranno affrontare problemi di difficilissima soluzione”. Risultava che la Cgil dovesse preoccuparsi dei lavoratori che gli pagano la tessera. Ma qualcuno, a Corso d’Italia, deve averlo dimenticato anche quando, pur di mettere le mani nella torta dei Tfr, fu disposto a firmare l’Accordo sui Fondi Pensione.
Molto più coerenti sono Cisl, Uil e Ugl, che una volta imboccata una strada proseguono diritte come rulli compressori. Caro Epifani, non si può fare il sindacato collaborazionista part time, tipo job-on-call. Voi che avete firmato anche per la reintroduzione di questo lavoro flessibile, dovreste saperlo bene.

 

Rimangono, a delineare lo scenario non troppo futuro, le dichiarazioni di Sacconi, Angeletti e lo studio della Cgil.
Il Ministro del Welfare, intervistato su ‘Repubblica’, si è dichiarato contrario ad un referendum dei lavoratori: “In generale credo che si debbano superare tutte le forme di democrazia diretta. Ormai ci confrontiamo con paesi che hanno processi decisionali velocissimi, penso al Brasile, alla Cina, alla Russia”. Dal ‘Compagno Maurizio‘ al Gerarca Maurizio. Il giornalista gli ha chiesto se gli sembrassero tutti modelli di specchiata democrazia, ma Sacconi non si è scomposto: “No, però è così. Per questo dico che non c’è tempo per le decisioni assembleari, tanto più per le relazioni industriali”. Il Segretario della Uil ha concordato con il Ministro sull’inutilità di sentire il parere di chi dovrebbe subire l’Accordo. Veramente strano per un Governo che decide in base ai sondaggi di gradimento.
Grazie all’Accordo, al quale la Cgil non ha la forza di opporsi, avendo svilito da tempo piazze e scioperi, il sindacato di Epifani ha calcolato che applicando il nuovo schema agli ultimi 4 anni (2004-2008) i lavoratori avrebbero perso in media 1.352 euro. Le imprese, invece, avrebbero guadagnato 15-16 miliardi. Dev’essere la nuova forma di solidarietà e “complicità” tra capitale e forza lavoro alla quale accennava Sacconi, nella giornata di ieri.

 

Foto da http://www.riviera24.it/

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La legge della Giungla

Posted by admin On Gennaio - 24 - 2009

Per Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, e Maurizio Sacconi, Ministro del Welfare, si tratta di un “accordo storico”. Secondo le loro dichiarazioni il nuovo Accordo Quadro sul modello delle contrattazioni rappresenta una svolta netta, come fu per gli accordi del 1993.
In realtà si è di fronte ai soliti proclami ieratico-celebrativi che oramai accompagnano ogni starnuto del Governo: ciò che è stato firmato rappresenta, né più e né meno, la prosecuzione naturale di una linea di contrattazioni, o di un disegno, per essere più precisi, perseguito da anni da Confindustria e avallato indifferentemente dai Governi di centrodestra e centrosinistra.

 

Si tratta, semmai, della certificazione che i lavoratori sono tagliati fuori da qualsiasi decisione riguardante i loro salari, poiché esse sono interamente demandate ai sindacati accondiscendenti. L’accordo infatti “sostituisce per la prima volta il tradizionale approccio conflittuale nel sistema di relazioni industriali con quello cooperativo”, come ha detto il Ministro, intendendo appunto una collaborazione sindacale che escluda grane di sorta. E’, del resto, ciò che chiunque può identificare con il comportamento di Cisl, Uil e Ugl. L’Accordo Quadro avrà una durata sperimentale di quattro anni, equipara pubblico e privato, sostituisce quello del 1993 e, sempre per usare le parole di Sacconi “promuove lo spostamento del cuore della contrattazione dal livello nazionale alla dimensione aziendale e territoriale ove, anche grazie alla detassazione del salario di produttività, le parti sono naturalmente portate a condividere obiettivi e risultati”. Questo corrisponde esattamente alle richieste di Confindustria ed effettivamente è ciò che accade nella realtà. Il Contratto Collettivo Nazionale viene ridotto ad una scatola vuota priva di vincoli, delegando tutto al secondo livello. E’ intuitivo come la forza delle rivendicazioni dei lavoratori si basi sul numero, vista la disparità di posizione con il datore di lavoro, perciò più si avvicina il conflitto all’azienda, più i dipendenti dell’azienda si trovano in una posizione debole e ricattabile, poiché la loro sussistenza dipende dalle concessioni che lo stesso fa loro. Si intende parlare di ‘conflitto’ poiché, al contrario di quanto sostenuto da Sacconi e da molti giuslavoristi moderni, non può esserci cooperazione se il profitto del datore di lavoro aumenta in ragione del diminuire del salario-stipendio del dipendente, o dell’aumentare delle sue ore di lavoro, dal restringersi delle misure per la sicurezza, eccetera.

 

La Cgil non ha firmato questa intesa, in dissenso sia su alcuni contenuti, sia (o forse soprattutto) per il metodo utilizzato dal Governo che, secondo il suo Segretario “ha forzato, in direzione di un accordo che sapeva non avrebbe avuto l’accordo della Cgil”. Il no della Cgil, comunque, è assolutamente ininfluente. Il Sindacato di Epifani ha poco da recriminare sull’attuale “Legge della Giungla”, per usare le sue stesse parole, e la vicenda Alitalia è di per sé illuminante. In ogni caso, raccoglie esclusivamente i frutti di ciò che lei per prima ha seminato, quando era il sindacato più influente d’Italia. Questo sistema di contrattazioni, i suoi meccanismi, l’esclusione della voce dei lavoratori, è ciò che ha propugnato (e imposto) per anni, vedendo in ciò un metodo per affermarsi come soggetto politico. In questo assomiglia ad un Clistene, vittima del suo stesso ostracismo.

 

Le novità più importanti sono essenzialmente due: viene portata a tre anni la durata sia della parte economica che normativa dei contratti (mentre prima era rispettivamente di due e quattro anni), e viene sostituita l’inflazione programmata con l’Ipca, per il calcolo del mantenimento del potere di acquisto dei salari.

Queste sono tutte le notizie che gli organi di informazione hanno fornito, senza curarsi di proporre una analisi dettagliata del testo, alla portata di chiunque. Fa eccezione unicamente “il Sole24Ore”, perché almeno ha fornito via web una copia del testo (sempre senza commento). Anche Epifani, che pure è in aperto contrasto con l’Accordo Quadro, ha solo dichiarato i motivi del niet del proprio sindacato, ma si è ben guardato dal motivarlo pubblicamente in maniera decente. ilmagnete ne offre una sintesi, e mette il testo a disposizione, poiché è necessario rendersi conto del perché, effettivamente, questo accordo sia la legalizzazione della Legge della Giungla.

 

Testo dell’Accordo Quadro del 22 Gennaio 2009

 

Analisi dell’Accordo Quadro del 22 Gennaio 2009

 

Foto da www.italia-news.it/

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Analisi dell’Accordo Quadro 22-01-09

Posted by admin On Gennaio - 24 - 2009

Far coincidere il rinnovo della parte economica con quella normativa è una strategia che semplifica indubbiamente gli attuali meccanismi vigenti. Spesso i rinnovi della parte economica, infatti, si sono trascinati per mesi, quando non sono stati effettuati addirittura a ridosso del nuovo rinnovo previsto: in pratica, i dipendenti percepivano sempre i salari con un contratto vecchio di due anni, poiché per il nuovo contratto si sarebbe ripetuta la stessa trafila, arrivando a ridosso nel nuovo rinnovo con il rinnovo del vecchio. I meccanismi compensativi e di recupero sono sempre stati farraginosi e hanno penalizzato i lavoratori che nel periodo di mancato rinnovo hanno dovuto fare fronte ad un salario che aveva un potere di acquisto sempre minore (con notevoli risparmi per il datore di lavoro). Infine, gli scioperi indetti per garantire almeno il mantenimento del trattamento retributivo bruciavano in gran parte il risarcimento ottenuto. Questo meccanismo, naturalmente, è rimasto inalterato, ma almeno il numero di contrattazioni per la parte economica diminuisce nel tempo, quindi il meccanismo del salario vecchio dovrebbe essere limitato.

 

Il fatto che, come ha scritto qualcuno, venga “superato il metodo dell’inflazione programmata” non significa (attenzione) che cambi nella sostanza il sistema in atto dal 1993 per il calcolo dell’adeguamento del salario-stipendio. In sostanza, invece che calcolare la rivalutazione per mezzo della previsione dell’inflazione (cioè l’inflazione programmata), la si calcola attraverso l’Ipca: lo stesso testo recita, infatti “si procederà alla verifica circa eventuali scostamenti tra l’inflazione prevista e quella reale effettivamente osservata, considerando i due indici sempre al netto dei prodotti energetici importati;”. L’Ipca (Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato) è un indice elaborato per ottenere una unità di misura comparabile con altri, identici, dei Paesi aderenti all’Unione Europea. In molti organi di informazione viene sottolineato come questo sia elaborato da un ente terzo, che per l’Italia sarà l’Istat. Sulla terzietà dell’Istat si addensa qualche dubbio, se si prendono in considerazione, ad esempio, le annose polemiche sul tasso di inflazione dichiarato dall’Istituto e quello denunciato dalle numerose associazioni dei consumatori. In ogni caso, l’andamento dell’Ipca nel 2008, rispetto agli altri due indici dei prezzi calcolati dall’Istat (il Nic e il Foi), si discosta di poco, mediamente dello 0,2% (dati da www.rivaluta.it/). Tuttavia l’Ipca non viene preso ipso facto come dato per il calcolo, ma verrà depurato dalla dinamica dei prezzi dei beni energetici importati. Peccato che l’Italia sia il secondo importatore di energia al mondo (Dati IEA Key World Energy Statistics 2007, pag. 27) e che De Vita, presidente dell’Up, ha dichiarato che il 2008 si è chiuso e, complice il caro greggio, con conti salatissimi sul fronte dell’energia e del petrolio. I costi dell’Italia, per acquistare fonti energetiche dall’estero, dovrebbero raggiungere il record storico di 56,7 miliardi (10 miliardi in più del 2007) nonostante un calo dei consumi e l’apprezzamento del cambio euro-dollaro. La bolletta energetica 2008 dovrebbe attestarsi, quindi, al 3,6% del Pil, tra i valori più alti della storia. Quanto pesa questo dato sull’Ipca? Il rischio, concreto, è quello che il salario non recuperi mai il suo reale potere di acquisto.

 

Se le cose vanno male, possono anche andare peggio: scorrendo il testo del’Accordo, al punto 4, si legge “la contrattazione collettiva nazionale o confederale può definire ulteriori forme di bilateralità per il funzionamento di servizi integrativi di welfare;“. Significa che alcune delle materie che sono proprie del CCNL possono da oggi arbitrariamente essere delegate alla contrattazione di secondo livello, o comunque rimanere esterne al CCNL stesso, indebolendo così, come detto prima, la forza rivendicativa della classe dipendente.

 

Al punto 9: “per il secondo livello di contrattazione come definito dalle specifiche intese - parimenti a vigenza triennale - le parti confermano la necessità che vengano incrementate, rese strutturali, certe e facilmente accessibili tutte le misure volte ad incentivare, in termini di riduzione di tasse e contributi, la contrattazione di secondo livello che collega incentivi economici al raggiungimento di obiettivi di produttività, redditività, qualità, efficienza, efficacia ed altri elementi rilevanti ai fini del miglioramento della competitività nonché ai risultati legati all’andamento economico delle imprese, concordati fra le parti; Da oggi in poi viene scritta nero su bianco quella che ormai è diventata la prassi delle trattative sindacali degli ultimi tempi: eventuali aumenti salariali sono collegati solo ad un maggior carico di lavoro da parte del dipendente, che altrimenti rimane con lo stipendio appena bastevole per sopravvivere (certo non per istruire il figlio come si deve, ad esempio). Non solo: è anche possibile che il salario venga legato ai risultati dell’azienda, perciò se essa va male l’operaio percepirà, per le stesse ore di lavoro, una retribuzione inferiore a quella di un operaio di pari qualifica che abbia avuto la fortuna di lavorare in una azienda che, al contrario, se la è cavata meglio. Gli industriali usufruiranno inoltre di tutti gli sgravi fiscali possibili. Nel settore pubblico, come descritto al successivo punto 10, eventuali somme di denaro in più restano vincolate alle disponibilità della finanza pubblica.

 

La definitiva deregolamentazione del mercato del lavoro viene sancita al punto 14, dove si indica chiaramente che “per la diffusione della contrattazione di secondo livello nelle PMI, con le incentivazioni previste dalla legge, gli specifici accordi possono prevedere, in ragione delle caratteristiche dimensionali, apposite modalità e condizioni;“. Le Piccole e Medie Imprese, quindi, possono derogare da vincoli stabili. La Cgia di Mestre, una settimana fa, ha pubblicato i risultati di una analisi che ci mette al primo posto in Europa come percentuale di PMI: in valore assoluto le piccole e medie imprese italiane (con meno di 250 dipendenti) sono nel nostro paese oltre 3.800.000,pari al 99,9% del totale delle aziende. Più del doppio di quelle presenti nel Regno Unito (1.535.000) e in Germania (1.654.000). Le nostre Pmi danno lavoro a oltre 12 milioni di occupati pari all’81,3% del totale nazionale contro una media del 61,4% della Francia, del 60,6% della Germania e del 54% del Regno Unito. Ecco perché Epifani ha definito questo Accordo “la legge della giungla”, semplicemente perché, stabilita una regola, quasi tutti possono fare eccezione.
In ogni caso, anche per le aziende che non avessero la fortuna di ricadere sotto l’ombrello della definizione di PMI, il punto 16 ribadisce e rafforza quanto sopra scritto: “per consentire il raggiungimento di specifiche intese per governare, direttamente nel territorio o in azienda, situazioni di crisi o per favorire lo sviluppo economico ed occupazionale, le specifiche intese potranno definire apposite procedure, modalità e condizioni per modificare, in tutto o in parte, anche in via sperimentale e temporanea, singoli istituti economici o normativi dei contratti collettivi nazionali di lavoro di categoria;“.

 

Il colpo di grazia è dato dal punto 18, senz’altro voluto sia da Confindustria che da Cisl, Uil e Ugl: “le nuove regole possono determinare, limitatamente alla contrattazione di secondo livello nelle aziende di servizi pubblici locali, l’insieme dei sindacati, rappresentativi della maggioranza dei lavoratori, che possono proclamare gli scioperi al termine della tregua sindacale predefinita;“. Con questo sistema i sindacati più potenti (gli stessi che hanno firmato, più la Cgil) si garantiscono lo status, nel settore pubblico, di unici referenti per la rappresentanza dei lavoratori. I sindacati minori (che in virtù degli accordi del ‘93 possono già accedere solo a tavoli di contrattazione separati) si vedono così tagliato anche il diritto di proclamare scioperi per i lavoratori da loro rappresentati. In pratica, è come se non esistessero. Questa svolta è la fotocopia, per chi avesse la memoria corta, del Patto di Palazzo Vidoni, in cui lo Stato fascista e Confindustria designarono come unici rappresentanti dei lavoratori i sindacati fascisti. Ed, effettivamente, le modalità di azione di Cisl, Uil e Ugl ricalcano perfettamente quelle dei vecchi sindacati dei lavoratori durante il periodo fascista.

 

A fronte di ciò, nel testo non si trova traccia alcuna di vantaggi concreti che la parte sindacale avrebbe riportato per migliorare l’attuale posizione dei dipendenti.

 

Foto da newslavoroesalute.blogspot.com

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Nucleare o Rinnovabili?

Posted by admin
Gen-9-2007 I ADD COMMENTS
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