Una persona dice “Viva Caselli, viva il pool antimafia”, e viene portato via dai poliziotti, rinchiuso in una camera.
Una persona contesta Fini urlandogli “Fascista”, e viene portato via dalla polizia.
Una persona espone uno striscione con scritto “Napolitano dorme, l’Italia insorge”, e questo gli viene sequestrato dalla polizia.
Un politico contesta l’operato del Presidente della Repubblica e viene criminalizzato dal resto delle istituzioni.
Ieri si è tenuta la manifestazione a Roma, organizzata dall’IdV, che aveva come tema il sostegno ai familiari delle vittime della mafia e la protesta contro la demolizione della Magistratura, posta in atto da pregiudicati, condannati, prescritti ed indagati. Ancora non è dato di sapere il numero dei partecipanti. Oltre agli interventi di alcuni familiari delle vittime della mafia, del comico genovese Beppe Grillo e dei giornalisti Marco Travaglio e Carlo Vulpio, è salito naturalmente sul palco Antonio Di Pietro. Il leader dell’IdV ha stigmatizzato l’attività politica del Governo-Parlamento appuntandosi sull’approvazione delle leggi ad personam (Lodo Alfano, Lodo Consolo, salva-manager…), e sulla proposta di legge riguardante la limitazione dell’uso delle intercettazioni telefoniche ed ambientali. Alla protesta è seguita la proposta di leggi che trattino del conflitto di interessi, che impediscano ad imprese con membri del Cda condannati di partecipare a gare di appalti pubblici, che impediscano ai condannati di accedere al Parlamento e che permettano ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti, oltre a referendum come quello per l’abrogazione del Lodo Alfano.
Uno straniero che si trovasse ieri a Piazza Farnese si sarebbe domandato, a ragione, che Paese avesse scelto per le proprie vacanze, se un parlamentare si riduce ad implorare la trattazione di simili banalità democratiche.
Ma tanto è. Oltre a chiarire la posizione del partito in merito alla vicenda della commissione di vigilanza Rai, Di Pietro ha anche posto l’accento sul comportamento del Capo dello Stato: lo spunto è stato la rimozione di uno striscione, da parte della polizia, sul quale era scritto “Napolitano dorme, l’Italia insorge”. Di Pietro ha chiesto, allora: “Presidente Napolitano, possiamo permetterci di accogliere in questa piazza chi non è d’accordo con alcuni suoi silenzi?” E poi ha rincarato: “Lei, che dovrebbe essere arbitro, possiamo dire che a volte il suo giudizio ci appare poco da arbitro e poco da terzo”. Le parole sono motivate dal silenzio di Napolitano sulle leggi ad personam, sulla riforma della Magistratura, sugli attacchi che la Magistratura ha dovuto subire, virulenti, in questi mesi, sul silenzio di fronte ad un Parlamento in mano a piduisti, collusi con la mafia, pregiudicati, condannati, indagati e prescritti, sul silenzio di fronte all’azione illegittima del Ministro della Giustizia, nei confronti della Procura di Salerno, sulla firma del Lodo Alfano. Di fronte a tutto questo, Napolitano si volta dall’altra parte e Di Pietro si chiede se è ancora possibile esprimere il proprio dissenso, “in modo rispettoso”. E ancora, denuncia l’oblio delle Istituzioni nei confronti dei familiari delle vittime della mafia. E’ notorio, infatti, come i coraggiosi che hanno tentato di contrastare la malavita organizzata, e che ci hanno rimesso la vita, vengano ammazzati una seconda volta cancellandone la memoria. Su tutti, valga la proposta di cambiare il nome dell’aereoporto di Palermo, perché il nome “Falcone e Borsellino”, secondo Micciché, “è triste”.
“Il silenzio uccide, il silenzio è un comportamento mafioso”.
Non è ben chiaro se questa ultima frase debba ricollegarsi “all’oblio delle Istituzioni”, o ai “silenzi” del Capo dello Stato. Ognuno può farsene un’idea ascoltando il suo intervento. Aleggia comunque un nuovo errore di valutazione, come quello della manifestazione di Piazza Navona. Tutte le forze politiche lo hanno inteso nel secondo verso, e si è scatenato un ciclone, con applausi di solidarietà in Parlamento per il Presidente della Repubblica. Anche i media paiono averla intesa (o averla voluta intendere) con quel significato, tanto è che tutti i titoli alludono ad un Di Pietro che dà del mafioso a Giorgio Napolitano. Lo stesso leader dell’IdV ha in seguito risposto alle polemiche, precisando di non avere mai detto “che a far togliere lo striscione fosse stata la Presidenza della Repubblica, e non ho mai offeso, né inteso offendere, il Capo dello Stato quando ho ricordato pubblicamente che il silenzio uccide come la mafia, giacché non è a lui che mi riferivo, ma a chi vuole mettere la museruola ai magistrati che indagano sui potenti di Stato”.
Già perché, andando decisamente controcorrente, per una volta il Presidente della Repubblica si è affrettato a replicare, invece che rimanere in silenzio come al solito, e attraverso una nota aveva fatto sapere che “La Presidenza della Repubblica è totalmente estranea alla vicenda dello striscione nella manifestazione svoltasi oggi in piazza Farnese a cui fa riferimento l’Onorevole Di Pietro. Del tutto pretestuose sono comunque da considerare le offensive espressioni usate per contestare presunti ‘silenzi’ del capo dello Stato, le cui prese di posizione avvengono nella scrupolosa osservanza delle prerogative che la Costituzione gli attribuisce”.
Per la verità, c’è un precedente, nel quale Napolitano ha fatto immediatamente sentire la sua voce: in occasione della ‘carineria’, per qualificarla come farebbe il suo capo, che Gasparri aveva rivolto al CSM (che lo stesso Napolitano presiede), definendolo “una cloaca massima”, il Capo dello Stato ha agito sollecitamente, redarguendo il CSM perché spettacolarizzava i processi. Era lo stesso giorno in cui Bossi mostrava il dito medio al suono dell’Inno di Mameli.
Perché il Capo dello Stato si è affrettato ad auto firmarsi il Lodo Alfano e a replicare a Di Pietro, e poi è rimasto zitto di fronte a tutto il resto? Non un fiato sulle violazioni più o meno palesi della Costituzione che dovrebbe difendere, come l’atto di indirizzo di Sacconi, o la direttiva di Maroni? La prontezza di riflessi di Napolitano appare un po’ inceppata, e sempre in una direzione sola. Il silenzio, come giustamente ha ricordato Antonio di Pietro, è colpevole.
Strano che tutti coloro i quali ora si mostrano indignati e pronti ad isolare il partito “eversivo” di Di Pietro, abbiano poi continuato a stare seduti nella stessa aula dove sedeva Vittorio Sgarbi e il suo partito, quello che definì il Presidente della Repubblica una “scoreggia fritta”. Vittorio Sgarbi è lo stesso che chiamò anche Caselli “il vero mafioso”, cosa per la quale è stato condannato; del resto, per il suo partito, il mafioso Vittorio Mangano “è un eroe”. Il circolo è chiuso, suoni il Requiem per la Repubblica.
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